“Fides”, Borsellino!

 

 Michele Ingenito

 

“Quando brillava il vespero vermiglio/ e il cipresso pareva oro, oro fino, / la madre disse al piccoletto figlio: / Così fatto è lassù tutto un giardino. / Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro; / mentre il cipresso nella notte nera / scagliasi al vento, piange alla bufera.” Così il Pascoli di “Fides”, quinta sezione di “Myricae”, per una favola che, sotto forma di fede, accompagni il sogno consolatore dell’uomo-bambino, per una sublimazione della realtà dal volto assai diverso. Un modo come l’altro, di per sé sublime dunque, di vivere la sofferenza del quotidiano attraverso la rassegnazione dinanzi a quel che ci circonda.Sarà. Ma non sempre gli eventi che il giorno ci propone favoriscono l’accettazione di questo sia pure amaro ottimismo della speranza. Perché lacera oltre ogni dire la notizia di un Borsellino magistrato assassinato ieri da alcuni, oggi da altri. Conosciuti i primi (forse), sconosciuti i secondi. La grande stampa di ieri esplode all’evento, oggi (tranne le ultime vampate del solito quotidiano d’assalto) tace. Perché quella grande stampa rifila la ‘bomba’ non più tale in spazi ormai angusti. Sarà così per ridimensionare la fonte di un Totò Riina troppo compromesso per ricevere credibilità? Oppure per strumentalizzare a proprio favore il diffuso dubbio popolare da parte di chi ha o avrebbe molto da temere da una verità scomoda e potenzialmente terrificante?Questo insano paese dei misteri, discendente dei Borgia per DNA mai consunto, che assorbe dentro i suoi tessuti luoghi, civiltà e tradizioni mai realmente fusesi attraverso i secoli, lascia scorrere nelle proprie vene il sangue misto di poteri visibili ed invisibili, di gruppi di uomini affidabili per la garanzia della legge, ma tra i quali parimenti ne convivono altri; infìdi, chissà da chi delegati a ‘profanare’ quelle medesime ‘leggi’, ad estendere altri mandati, a provvedere ad altre ‘esecuzioni’. Sono loro i cipressi della notte nera, loro che scagliano al vento e alla bufera le carni degli eroi.I loro nomi non hanno importanza. Che si tratti di sigle, di corporazioni, di apparati. Cosa importa alla fine al cittadino? Il giudice Borsellino è stato ucciso da altri e non da Totò Riina o chi per lui? E’ allora? Passata l’enfasi della notizia, il suo indubbio clamore, l’ondata di sdegno e di repulsione al solo dubbio di un omicidio o di un concorso in omicidio di stato (possibile?), dietro tutto ciò resta soltanto la riconoscente gratitudine dei media, pronti il giorno dopo a far sbollire il fatto e a voltare pagina. L’incasso è stato comunque assicurato, il resto è sempre noia.Una sola cosa rimane. La certezza di un’Italia a più volti, dove i gruppi dominanti diversamente schierati tra Stato ed Anti Stato, tra poteri limpidi e meno limpidi all’interno del primo, e poteri multipli e diversi con propri codici all’interno del secondo, fanno la verità. Quella di una società avanzata come le altre (benché a macchia di leopardo) sotto il profilo economico e tecnologico, ma profondamente disarmonica sotto il profilo sociale.Il disastro di una giustizia che ha troppe marce prima di ingranare quella programmata per la massima velocità scoraggia il cittadino da una fede anticamente innata e che ha perso troppa lucentezza per potervi più credere. Tutto ciò innesca pericolosissimi meccanismi di disfatta, il diffuso convincimento della inutilità di una azione in nome delle regole certe del diritto. La società dello sbando degenera dentro il vortice della rassegnazione e le bande criminali anche non etichettate dispiegano al vento le ali. I mille poteri della cosiddetta società civile peculano ormai su tutto e la rabbia del poeta non può che invocare il male antico come bene di oggi: “Chi con le corna / chi con i colori / di ‘camicie’ e ‘vessilli’, / sempre ambasciatori / di farse dirompenti: / meglio i ‘tormenti’ / di quando fummo / carne da eroi.” Si infrange allora e per sempre il sogno consolatore del ”piccoletto figlio” di una società moderna troppo diversa e lontana rispetto a quella pascoliana e muore nella rassegnazione profonda l’idea che il giudice Borsellino possa essere stato ucciso da mano altra rispetto a quella mafiosa. Che differenza fa, insomma, dopo tanti anni, rispolverare il dubbio e non la verità? Perché lo farebbe eccome. Ma chi mai la dirà davvero in un paese che ne moltiplica a vista i contenuti? La tristezza infinita che una simile ‘verità’ possa un giorno davvero emergere si accompagna alle pessimistiche conclusioni della poetessa veneziana (Luisa Fiocco) per quel suo breve e citato componimento, non a caso intitolato “Pagliacci d’Italia”.