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Proverbi Africani: esercizio dell’autorità

Inserito da on 24 marzo 2019 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro

Cosa è l’autorità? Indica una superiorità, naturale o acquisita, di persona o d’istituzioni che attendono il riconoscimento della sottomissione ai loro ordini (obbedienza)..Le dinamiche dell’affermazione dell’autorità partono dal processo di socializzazione che il fanciullo o l’adolescente fa della superiorità strutturale dell’educatore, del genitore. Egli non può compiere da solo ancora certe funzioni per soddisfare i propri bisogni e non può agire in modo uguale ai più grandi e forti di lui.

Se l’educazione serve per evitare al fanciullo i pericoli reali e soddisfare i suoi bisogni, tale scopo giustifica l’autorità ed esige l’ubbidienza. Se invece diventa autoritaria, sostituendo tale atteggiamento con volontà di dominio o indifferenza, lassismo, l’autorità perde il suo senso e la sua forza. Nella vita sociale e politica, l’autorità è legittimata quando l’individuo, con la propria decisione, vi può partecipare (riconoscimento formale) e trovarvi la soddisfazione dei suoi bisogni essenziali (riconoscimento materiale). L’autorità in Africa si fonda sulla base popolare. Il capo non ha mai sogni tranquilli se sente che l’acqua sta pericolosamente bollendo contro di lui nel campo dei sudditi. Ed ora ecco i proverbi.

Partiamo dai Batetela del Congo RDC “Sono le guance che rendono la faccia grossa” (sono i sudditi che legittimano l’autorità del capo).

Anche se si diventa importanti, si resta sempre sotto l’autorità del capo, del genitore, come dicono i Basakata del Congo RDC “Barba lunga nn supera i capelli”. A volte, l’autorità può conoscere una fine non prevista (l’eternità non è di questa terra). Come dicono i Bamilekè del Cameroun “L’autorità scappa via come la coda di un topo che sta nelle mani di un uomo”. Naturalmente i metodi duri non servono nell’esercizio dell’autorità. Ce lo ricordano gli Hutu del Burundi “Il bastone tiene la vacca, ma non tiene la persona”. Si deve tenere in ordine il proprio paese, quindi anche punendo i malfattori. Sono gli Hutu del Rwanda che danno questo consiglio a chi comanda “Un paese che non uccide i cani, alleva cagnolini pericolosi”. Mi ricordo sempre, quando sono andato a trovare il capo di una grande tribù in Cameroun. All’entrata della concessione, mi è stato detto che dovevo togliere il cappello, perché solo il capo ha il diritto di tenerlo, perché p capo.

E quando ci si presenta davanti a lui, bisogna abbassare la testa, battendo le mani. Quando poi si parla, si mette la mano davanti alla bocca. A me, essendo straniero, sono state risparmiate queste cerimonie, tanto che ho potuto stringere la sua mano, cosa che ai locali naturalmente non è permessa e sono stato fatto entrare nella sua dimora.Certo il capo è sempre capo, anche se è ammalato, come ricordano i Batetela del Congo RDC “Il leopardo ispira sempre paura, anche quando perde i suoi denti”. Il capo non riceve i consigli dai sudditi, al massimo dai suoi consiglieri. Perché, ricordano i Bahaya della Tanzania, “il ferro non dà consigli al martello”.

Però, ci si accorge che un capo non è perfetto, ha delle debolezze. E di questo se ne sono accorti i Fang del Gabon “L’autorità, come la pelle del leone o quella del leopardo, è piena di buchi”. Anche se è indebolito, il capo ispira sempre fiducia e rispetto. Infatti di Mossi del Togo dicono “Nella tana di un leone cieco, c’è sempre un osso da mangiare”. Concludiamo con i Toucouleur del Senegal “un grande naso senza narici non vale niente” (un grande capo senza autorità è una disgrazia”.

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