Nelle librerie “Purgatorio nella visione delle mistiche”

L’abbondantissima bibliografia di don Marcello Stanzione si arricchisce di questo nuovo titolo, dedicato al tema del Purgatorio, descritto e, in qualche modo, “sperimentato” dalle donne mistiche cattoliche. Opportunamente, l’Autore distingue tra sante, beate, venerabili e donne morte in concetto di santità, come ad evidenziare il diverso grado di attendibilità finora riconosciuto dalla Chiesa agli scritti di queste grandi donne. Il tema del volume che è sul Purgatorio nella visione delle mistiche, edito dalla Sugarco di Milano, mette insieme due realtà apparentemente opposte. Quello della donna è un tema di grande attualità non solo nella società (dal tempo dei primi movimenti femministi sino ad oggi), ma anche nella Chiesa, grazie ai richiami di Papa Francesco ad una maggiore responsabilizzazione della componente femminile nel Corpo ecclesiale. Quello del Purgatorio, invece, appare essere un tema in disuso. Inoltre, mentre l’ideale classico della donna – e in fondo, si può dire, la sua indole propria, che scavalca anche le culture particolari – la vede come custode e promotrice dell’amore, della bontà, della pazienza, della misericordia: in una parola, della maternità; il Purgatorio appare all’opposto il “luogo” della giustizia poco misericordiosa: di una giustizia che non ammette in Paradiso se prima non si sia «ripagato fino all’ultimo spicciolo», come dice Gesù (Mt 5,26). Insomma, niente sembrerebbe più inconciliabile del binomio “Purgatorio e donne”. Eppure don Marcello Stanzione sviluppa esattamente questo rapporto, o meglio lo illustra. Dopo aver richiamato i principali insegnamenti ecclesiali sul dogma del Purgatorio, ci offre una panoramica di donne che hanno avuto “contatto” con il Purgatorio e ce ne hanno parlato, per quanto possibile.

Non è compito di una prefazione come questa riassumere il testo o entrare nei dettagli. Vorrei solo richiamare, in modo breve e semplice, pochi punti che ci introducano nella lettura del libro di don Marcello. Per amore di sintesi e chiarezza, mi permetto di elencarli anche numericamente:

1.   Il Purgatorio è un dogma di fede, dunque appartiene al patrimonio inalienabile del Credo della Chiesa. Nessuno dei dogmi rivelati da Dio può essere espunto dalla sinfonia cattolica della verità. Papa Francesco ci ha recentemente ricordato che «una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere» (Evangelii Gaudium, n. 35). Il Papa vuole qui richiamare il famoso principio della «gerarchia delle verità» (cf. Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio, 11), il quale però non va mal interpretato, quasi vi fossero dogmi di primo piano e dogmi di scarto o opzionali. Significa, invece, che bisogna evitare di perdere di vista quei dogmi assolutamente centrali che danno unità all’intero sistema della fede (la Trinità e l’Incarnazione in modo particolare). Perciò il Papa scrive che l’annuncio non può essere disarticolato, ossia un insieme di dottrine sparse quasi a caso, senza che se ne spieghi l’intima connessione (o «analogia della fede»).

Scrive ancora il Santo Padre: «Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede» (ivi, 36); con ciò è chiaro che non ci sono dogmi rivelati che potrebbero essere lasciati cadere. Continua: «Alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo» (ivi). Non pochi vedono in queste indicazioni un invito a ridurre la gamma di argomenti su cui predicare, espungendo dall’annuncio contenuti da loro ritenuti fuori moda o controversi, come il Purgatorio o l’Inferno. Ma il Papa non parla di ciò, anzi scrive esattamente il contrario, perché dice che dobbiamo predicare su tutto, conservando però la proporzione tra le parti: «Come l’organicità tra le virtù impedisce di escludere qualcuna di esse dall’ideale cristiano, così nessuna verità è negata. Non bisogna mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo. Inoltre, ogni verità si comprende meglio se la si mette in relazione con l’armoniosa totalità del messaggio cristiano, e in questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente» (ivi, 39). Dunque, l’organicità della dottrina cattolica e la conseguente gerarchia delle verità non escludono la predicazione e la pubblicazione di studi teologici e testi divulgativi sul Purgatorio; al contrario, le motivano e le rafforzano.

2.   Nella teologia e nella pastorale degli ultimi decenni, tuttavia, spesso si è assistito alla scomparsa o alla totale “reinterpretazione” di certi temi, ritenuti non più in linea con la cultura moderna. Un’esegesi biblica unilateralmente storico-critica e una teologia dai forti tratti antropocentrici si sono accordate per espungere certi temi dall’insegnamento cristiano, o per riformularli in maniera tale da renderli di fatto irriconoscibili. È necessario – è chiaro – tenere conto dei cambiamenti culturali, tanto nella formulazione teologica quanto nell’insegnamento pastorale della dottrina. Ma la necessaria attualizzazione e l’inculturazione non devono produrre la riduzione del numero dei dogmi, ossia una sottrazione indebita dal tesoro della fede (fidei depositum). Che il Purgatorio sia oggi uno dei temi off-limits non c’è bisogno di dimostrarlo: dal pulpito e in confessionale non se ne parla quasi più. Le conseguenze di decenni di silenzio (quando non di irrisione) sono visibili ad esempio nel fatto che diminuiscano sempre più le intenzioni di Messa: se il Purgatorio scompare dall’orizzonte di fede dei credenti, perché questi dovrebbero investire denaro per “tirare fuori” le anime dei loro congiunti da un “luogo” che non esiste? Il Purgatorio è oggi l’Isola che non c’è. Altra conseguenza è constatabile nella diserzione dei cimiteri. La sensibilità in materia poteva essere eccessiva in passato, quando molte persone preferivano, alla domenica, far visita al tumulo dei propri cari piuttosto che andare a Messa. Ma oggi questo non è più il “segno dei tempi” attuali. Pochi giorni fa mi sono recato in un cimitero per pregare sulla tomba di un confratello morto da poco: come altre volte, ho notato tante tombe abbandonate, senza fiori né lumi, o con lumi spenti e fiori secchi da giorni, se non da settimane.

3.   Una rilettura teologica del Purgatorio, che tenga conto anche dei positivi progressi della scienza teologica, tanto biblica quanto dogmatica, nonché del personalismo filosofico (inesistente in epoche passate) e della sensibilità odierna, potrebbe partire da un suggerimento offerto da Benedetto XVI al n. 47 dell’enciclica Spe Salvi, che cito:

 

Alcuni teologi recenti sono dell’avviso che il fuoco [del Purgatorio] che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa «come attraverso il fuoco». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell’amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la «durata» di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il «momento» trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del «passaggio» alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L’incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l’uno con l’altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro «avvocato», parakletos (cf. 1Gv 2,1).

Il testo è ricco di spunti. Ciò che qui ci interessa in particolare è la salvaguardia dei concetti classici riguardanti il Purgatorio – “durata” della pena, “purificazione”, “fuoco”, “giustizia” – coniugati con il personalismo teologico dell’incontro con Cristo e con il tema della misericordia divina. Con questo possiamo conciliare facilmente il tema del Purgatorio con quello dell’amore e, per quanto qui ci interessa, con quello della donna, custode dell’amore e della «tenerezza», cui si richiama spesso Papa Francesco. Il Purgatorio è al tempo stesso “luogo” dell’amore e della giustizia, perché il perdono e la misericordia non possono essere slegate dalla verità: in questo caso, si tratta della verità del vissuto particolare di ogni esistenza umana e di come si è liberamente determinata. Le scelte del singolo, di aderire alla grazia o di rifiutarla, non vengono violate da Dio, ma rispettate: non solo il Paradiso e l’Inferno, ma anche il Purgatorio è indice di ciò.

Nell’ottica suggerita da Papa Benedetto, poi, impariamo anche un’altra cosa: che nel Cristianesimo l’uomo è chiamato ad integrare il suo istinto naturale di carattere pragmatico-giustizialista col messaggio evangelico della misericordia accogliente e perdonante; ma anche che la donna è ugualmente chiamata, nel percorso di vita cristiano, ad unire all’istintiva tenerezza della sua natura orientata alla maternità, una certa “virilità” necessaria a combattere e vincere la «buona battaglia della fede» (1Tm 6,12) nell’agone di questo mondo: battaglia che è per tutti, uomini e donne. Così non stupirà rilevare che, nelle opere di diverse mistiche (penso qui particolarmente a Caterina da Siena e Teresa d’Avila), si riportino espressioni dette loro da Gesù in persona, che le sollecitava ad essere, per l’appunto, più virili. La storia della Chiesa è, d’altro canto, corredata dalle storie di “passione” di tante sante martiri, antiche e moderne, che hanno saputo vivere, accanto alla tenerezza dell’amore, la virilità della lotta per difendere la fede. Questo libro di don Marcello Stanzione illustra anche questo: abbiamo qui riassunta l’esperienza di donne veramente cristiane che, sorrette dalla grazia divina, non hanno avuto timore di rapportarsi anche con realtà che spaventano i più, quali la Morte, il Giudizio, l’Inferno e il Purgatorio. La soluzione alla paura, come documentano queste sante figure, non si incontra rimuovendo i temi che incutono timore dall’orizzonte della fede, bensì affidandosi all’amore di Dio, che è giusto e misericordioso al tempo stesso e che tuttavia, nel Giudizio, guarda maggiormente alla misericordia (cf. Gc 2,13). Auguro ai lettori di questo bel libro sul Purgatorio scritto da don Stanzione di poter attingere tale spirito di fede e di fiducia.

don Mauro Gagliardi

 

 

Un pensiero su “Nelle librerie “Purgatorio nella visione delle mistiche”

I commenti sono chiusi.