Forza Italia: dal partito personale al movimento popolare

Amedeo Tesauro

Nell’intera vicenda politica berlusconiana c’è sempre stato un tema ricorrente, un presagio così tante volte annunciato da divenire cliché, e come tale svuotato da ogni significato: la fine di Berlusconi. Mano agli archivi, la caduta del Cavaliere è stata proclamata troppe volte con una semplicità che lascia trasparire il desiderio di tanti di porre fine all’epopea berlusconiana (e con essa all’intera seconda repubblica), senza però aver fatto i conti col soggetto in questione. Del resto un anno fa di questi tempi si profilava all’orizzonte la vittoria politica del PD ad ipotetiche elezioni, ipotizzando che il peso elettorale dell’allora Popolo delle Libertà fosse stato dimezzato dall’esperienza di governo precedente. Inutile dire che nella tornata elettorale di febbraio il PDL risultò quantomeno compatto come i suoi avversari, resuscitando per l’ennesima volta il cittadino più illustre di Arcore. E quella volta che Fini lasciò il governo e annunciò il voto di sfiducia? E quando il PD vinse le elezioni e si profilava un nuovo capitolo della storia politica del paese? Le volte che Silvio Berlusconi è stato sul punto di cadere, salvo ritrovarsi di nuovo in cima, sono così numerose e rocambolesche che tenerne il conto è difficile, e a furia di chiamare la sua caduta si rischia che il giorno che sarà davvero estromesso dai giochi qualcuno esulterà per averci azzeccato, tanto mica si potrà sbagliare in eterno (se non altro l’esistenza terrena è una certezza). Eppure negli ultimi mesi la prima condanna ed ora la decadenza segnano un interessante punto di svolta nella storia dell’uomo Berlusconi e della sua vicenda nazionalpopolare, una narrazione infinita che rischia di rivoluzionare ancora una volta le regole della politica. Berlusconi, infatti, rappresenta come nessun altro quello che i politologi hanno definito “partito personale”, o nel suo caso “partito azienda”, ovvero quella gestione dell’apparato partitico legata indissolubilmente al leader e alle sue scelte, tant’è che non appena qualcuno non è stato d’accordo con tali scelte, l’unica soluzione è stata la porta. Ora quel leader al centro di tutto è fuori dalla vita politica, ufficialmente escluso dalle istituzioni del paese, eppure il gioco sembra appena all’inizio. C’è da scommettere che di fronte a quello che viene percepito come un colpo di stato ed una decisione ad personam l’elettorato del PDL si compatterà ancora attorno al martire di Arcore, garantendo ancora un grosso seguito elettorale. Poco conta quindi che Berlusconi sia fuori dal Parlamento, finché avrà sostegno elettorale la sua forza non verrà scalfita. Egli stesso, di fronte alla sua piazza, ha accennato a Grillo e a Renzi, ovvero figure cardine non ufficialmente a Montecitorio, eppure cruciali nelle dinamiche del paese. Berlusconi indirizza dunque la sua rinata Forza Italia sulla rotta dei movimenti popolari come il M5S, ritagliandosi un ruolo potenzialmente più pericoloso di quello del politico membro dell’istituzione. Una verità certamente nota a Grillo, ma anche a Renzi, da sempre accusato di essere un Berlusconi di sinistra, il quale secondo alcuni diviene ora giocatore di primo piano con un governo che si regge su pochi voti (i renziani sono fedeli alla linea, ma per quanto?). Berlusconi, maestro della lotta propagandistica, ha tutti i mezzi necessari per condurre una battaglia dall’esterno come fanno i soggetti da lui nominati, e l’ultima decisione rinforza la sua storia personale in maniera così forte da divenire una minaccia potente come mai ultimamente. E se il giorno della decadenza in futuro venisse ricordato come il giorno dell’ennesima rinascita di Silvio Berlusconi?

Un pensiero su “Forza Italia: dal partito personale al movimento popolare

  1. Il PDL ha perso in quella tornata elettorale alcuni milioni di voti. Se non ricordo male, pare che 1 italiano su 6 abbia votato il centrodestra: sono ancora troppi, ma meno di quel che sembrino. Tuttavia, secondo me la posizione in cui si è messo è ottima: potrei quasi immaginare che si è fatto fare fuori, di modo che non dovesse essere costretto ad ammettere, come risulta chiaro in queste ore, che quella dell’IMU è stata l’ennesima battaglia populistica, fatta senza fare un minimo di conti.

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