Giulio Caso
Iniziamo col dare chiarimenti sul perchè nelle statistiche si cambia il risultato del referendum in funzione dei partecipanti al voto.
A prima vista, cambiare i numeri sembra quasi una manipolazione, ma in realtà è un passaggio fondamentale per la correttezza statistica.
Il motivo principale per cui i gli analisti “aggiustano” i risultati in base alla partecipazione è che chi va a votare non è quasi mai un campione identico a chi resta a casa.
Ecco i tre motivi principali per cui questo accade.
La propensione al voto non è uniforme.
In statistica, non tutti i pareri hanno lo stesso peso perché non tutti si trasformeranno in un voto reale.
Se un sondaggio dice che il 60% dei cittadini è favorevole a un tema, ma scopriamo che i favorevoli sono pigri o disillusi, mentre i contrari sono agguerriti e decisi ad andare alle urne, il risultato sarà molto diverso dalla “media” della popolazione.Gli statistici pesano, allora, le risposte in base a quanto l’intervistato si dichiara convinto di andare a votare su una scala da 1 a 10.
Certe fasce d’età (es. i giovani) tendono ad astenersi di più.
Se un’opinione è sostenuta soprattutto da chi non vota, quella posizione “perde forza” nella proiezione reale del risultato finale.
In breve, la statistica cerca di simulare la realtà delle urne, non solo i desideri astratti delle persone.
Se 10 persone dicono di preferire la pizza, ma 8 di loro restano sul divano e le altre 2 vanno a comprare un panino, il “risultato reale” della serata sarà il panino, nonostante la maggioranza teorica per la pizza.
Quando si parla di referendum e affluenza, il calcolo della “forchetta” (il margine di errore) diventa più complesso rispetto a una normale elezione, perché l’incertezza raddoppia.
Ecco come gli statistici gestiscono queste variabili per evitare di sbagliare le previsioni.
Il margine di errore non riguarda solo il “Sì” o il “No”, ma anche il numero totale di votanti.
Per capire chi andrà davvero a votare, i ricercatori chiedono agli intervistati cosa hanno fatto nei referendum precedenti.
Se una persona dice che voterà, ma ammette di non essere andata a votare nelle ultime tre occasioni, il suo voto viene “pesato” meno (ad esempio, vale 0,2 invece di 1) nella simulazione finale.
Questo serve a correggere il cosiddetto desiderio di compiacenza. Molte persone dicono al sondaggista che andranno a votare perché lo considerano un dovere civico, ma poi il giorno del voto restano a casa.
In pratica, meno gente vota, meno i sondaggi sono precisi.
Quando vedete una grafica in TV, osservate sempre se la percentuale è riferita al totale degli elettori o soli votanti. Un errore comune è sommare i “Sì” e i “No” ignorando, perciò, gli indecisi. Se il 20% è indeciso e l’affluenza è bassa, quel 20% può spostare il risultato in modo radicale all’ultimo minuto.