Giulio Caso
Una delle amarezze diffuse l’idea di un “arbitro mondiale” che avrebbe dovuto evitare il peggio e che invece, troppo spesso, si ritrova con il fischietto rotto e le mani legate dai veti incrociati: l’ONU.
Un’istituzione che è passata dall’essere il sogno del dopoguerra a gigante burocratico che osserva gli eventi senza riuscire a spostare l’ago della bilancia.
I tre grandi “limiti” che fanno discutere sono: il potere di veto.
Cinque paesi che possono bloccare tutto, rendendo l’Assemblea un esercizio di retorica più che di azione.
La Burocrazia. Tempi di reazione che mal si conciliano con le emergenze umanitarie immediate.
L’Autorità politica. Grandi discorsi, ma poca forza effettiva per far rispettare le risoluzioni.
Certo, se l’ONU non ci fosse bisognerebbe inventarla, ma quella che abbiamo oggi sembra decisamente aver bisogno di un aggiornamento che elimini il contrasto tra le grandi aspettative e la realtà dei fatti.
Siamo partiti con il sogno della pace universale e siamo finiti a collezionare risoluzioni scritte col calamaio della cortesia, mentre fuori la storia corre a colpi di veti incrociati.
C’è un’eleganza quasi poetica nel dichiarare “profonda preoccupazione” mentre il mondo brucia. Forse il vero limite non è nell’istituzione, ma nell’illusione che un tavolo rotondo possa fermare chi gioca a scacchi con i carrarmati.
Comunque l’ONU è un’eredità preziosa che rischia di andare sprecata.
Una istituzione concepita per spiegarci che la vita è troppo breve per passarla a farsi del male.