Uniche squadre di calcio al mondo ad essersi recate a San Giovanni Rotondo per incontrare, quando era ancora in vita, Padre Pio da Pietrelcina nel convento di ‘Santa Maria delle Grazie’, il Foggia, la Fiorentina e l’Inter del presidente Angelo Moratti, allenata dal “mago” argentino, Helenio Herrera, furono tre protagoniste nella stagione calcistica 1964-65. I fotografi ufficiali di “Gigliati” e “Satanelli” non scattarono mai una fotografia assieme al frate dei miracoli. Il sodalizio nerazzurro è l’unico club al mondo ad essere stato “immortalato” con Padre Pio grazie agli “scatti” di Elia Stelluto, per 18 anni fotografo del primo sacerdote stigmatizzato del Cristianesimo. La duplice profezia del Santo frate e quel Foggia-Inter 3 a 2.
Giuseppe Zingarelli
Il 13 settembre 1964, prima giornata del campionato di Serie A della stagione 1964-65, per la prima volta in assoluto esordivano nella massima divisione tre storiche ‘matricole’: Cagliari, Varese e Foggia. Il campionato precedente, 1963-64, era stato vinto dal Bologna. Per la settima volta lo scudetto era approdato in terra emiliana. Fulvio Bernardini, tecnico dei felsinei, era riuscito a portare i ‘rossoblu’ sulla vetta del calcio nazionale battendo l’Inter con un secco 2 a 0 in un memorabile spareggio allo stadio Olimpico di Roma. Era il 7 giugno 1964. Una rete per tempo, Romano Fogli al 31esimo, raddoppio di Herald Nilsen al 35esimo della ripresa, permise al club delle “Due Torri” di dominare i meneghini che, in quello stesso anno, il 27 maggio e il 26 settembre 1964, erano riusciti a conquistare la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, la ‘Coppa del Mondo’ per club, ‘affondando’ prima il mitico Real Madrid di Puskas, Gento e Schiaffino al “Prater” di Vienna e, successivamente, gli argentini dell’ Independiente. Infatti, dopo la gara di andata a Buenos Aires, sconfitto per 1 a 0, gol di Rodrigues, e quella di ritorno a San Siro, 2 a 0, reti di Mazzola e Corso, i nerazzurri giunsero a disputare contro “Los Diablos Rojos” di Avellaneda lo spareggio al ‘Santiago Bernabeu’ di Madrid. Una rete siglata nel secondo tempo supplementare da Mario Corso al minuto 110, portò il “Biscione” sul “tetto del mondo”. Il 1964 fu anche l’anno della più grande tragedia che il mondo del calcio abbia mai conosciuto nel corso della sua storia. A Lima, stadio Nazionale del Perù, durante la gara Perù-Argentina, valevole per le qualificazioni alle Olimpiadi di Tokyo, un gol annullato dall’arbitro uruguaiano, Angel Eduardo Pazos, era la rete del pareggio dei padroni di casa, scatenò l’imprevedibile follia del pubblico. Si contarono circa 400 morti e oltre 4.000 feriti. Il 13 settembre 1964, le tre neopromosse in A, Cagliari, Varese e Foggia, all’esordio, si comportarono egregiamente contro le più titolate avversarie di turno. Il Cagliari di Gigi Riva, pur uscendo sconfitto dall’Olimpico, 2 a 1 contro la Roma di capitan Giacomo Losi e del formidabile ‘numero uno’, Fabio Cudicini, giocò una gara quasi impeccabile.
Il Varese di Beltrami, Maroso e Traspedini, allenato dall’ex uruguaiano del Milan, Ettore Puricelli, tra le mura amiche del “Franco Ossola” costrinse l’Inter di Jair, Mazzola e Domenghini ad un pareggio a reti inviolate. Anche il Foggia, allenato dal vulcanico allenatore di Turi, Oronzo Pugliese, pur incassando tre reti al “Comunale” di Firenze dai baldanzosi “viola” diretti dal tecnico milanese, Giuseppe Chiappella, tra i pali il ‘mitico’ Enrico Albertosi, suscitò numerosi apprezzamenti da parte della stampa sportiva, sia per il gioco, aggressivo e spumeggiante, sia per la carica agonistica espressa in campo. Non a caso, al termine del campionato 1964-65, Cagliari, Varese e Foggia, a psuon di gol e di bel gioco, ottenero non una striminzita salvezza, ma significativi piazzamenti in classifica generale. Erano i giorni in cui la commissione Warren, dopo circa dieci mesi di lavori, chiudeva il caso dell’omicidio del presidente John Fitzgeral Kennedy, dichiarando che il suo assassino, Lee Harvey Oswald, agì da solo nel commettere il crimine che il 22 novembre 1963 sconvolse il mondo. Un anno, il 1964, che si concluse, era il 28 dicembre, con l’elezione al ventiduesimo scrutinio del nuovo Presidente della Repubblica. Giuseppe Saragat, infatti, fu il Capo di Stato passato alla storia per aver affrontato la storica contestazione giovanile e operaia che, nel 1968, scosse l’Italia e mise in discussione le istituzioni nazionali, segnando l’inizio di una crisi politica sfociata nei sanguinosi anni del terrorismo eversivo, i cosiddetti “Anni di piombo”. Agli inizi del 1965 l’Italia viveva appieno, serenamente e spensieratamente gli anni del “boom” economico e della cosiddetta “dolce vita”. Sempre più attratti dal travolgente ed accattivante “sound” pop-rock d’oltremanica, quello dei Beatles, i giovani erano desiderosi di collaborare e costruire un mondo di pace.
La stessa politica internazionale, da poco uscita dalle tensioni della “Guerra Fredda” USA-URSS, sembrava poter garantire un futuro di stabilità e cooperazione fra Stati. Il 24 gennaio 1965, il calendario di Serie A, alla prima giornata di ritorno, diciottesima di campionato, prevedeva la gara, Foggia-Fiorentina. Allo “Zaccheria” c’era aria di rivincita. Bramosi di riscattare il 3 a 1 patito all’andata in terra toscana, i rossoneri covavano “vendetta” e sete di rivincita. Il presidente della Fiorentina, all’epoca Enrico Longinotti, pur avendo già deciso di cedere il club, temeva le insidie della trasferta nella ‘Piana del Tavoliere’. Longinotti, infatti, mantenne la carica fino al 12 febbraio di quell’anno, giorno in cui ai vertici della società di via Fanti subentrò Nello Baglini, un imprenditore che aveva fatto fortuna nel settore degli inchiostri per stampa. Nella prime ore della domenica di Foggia-Fiorentina, la radio italiana diffuse una notizia rimbalzata da Londra. Dopo dieci giorni di agonia moriva Sir Winston Churchill, l’iconico leader conservatore, Primo ministro di ‘Sua Maestà’, che guidò i britannici alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. La sua scomparsa ammutolì gli inglesi e l’Inghilterra. Dopo essere giunti a Foggia in pullman, era sabato pomeriggio verso l’ora di pranzo, ed aver pernottato poi presso l’Hotel Sarti, storico albergo della ‘Città del Tavoliere’, oggi è un tranquillo stabile condominiale, il giorno seguente, domenica, di buon mattino, verso le ore 9.00, la comitiva “gigliata” partì alla volta di San Giovanni Rotondo per far visita a Padre Pio da Pietrelcina. Prima dei “viola”, era stato il Foggia l’unica squadra di calcio al mondo ad essersi recata in visita dal frate con i “mezzi guanti”. La prima “salita” della rappresentativa rossonera sui tornanti del Gargano, infatti, si registrò a giugno del 1960, in occasione della promozione dei pugliesi in Serie B. Da quella volta, seguirono altri incontri fra la massima delegazione calcistica di Capitanata e il frate francescano. La visita più lunga fu il 15 giugno 1964, giorno successivo alla conquista del primo approdo in Serie A del club del presidente Domenico Rosa Rosa, l’ultima, con il futuro santo ancora in vita, l’8 marzo 1968, antivigilia della gara Foggia-Reggiana. Giunto a San Giovanni Rotondo, il pullman della Fiorentina si fermò davanti all’arioso piazzale del convento dei frati cappuccini. Scesa dal mezzo, la comitiva viola si diresse nella chiesa di “Santa Maria delle Grazie”, laddove, dopo essersi raccolta per qualche minuto in preghiera, incontrò in udienza privata Padre Pio. Il “mistico” più conosciuto al mondo accolse gioiosamente la delegazione toscana, intrattenendosi con calciatori, tecnici e dirigenti per circa cinque minuti. Dopo aver impartito loro la solenne benedizione, il frate di Pietrelcina tornò dai penitenti che, in chiesa, numerosi, erano in fila, in attesa di confessarsi da lui. Nessuno scatto fotografico immortalò l’incontro tra i “gigliati” e il “Santo del Gargano”. Anche all’Unione Sportiva Foggia, all’epoca questa era la denominazione societaria del club pugliese, nessun fotografo ufficiale a seguito del sodalizio rossonero pensò mai di scattare una fotografia della squadra con Padre Pio. Congedatasi dall’ecclesiastico beneventano, la delegazione toscana rientrò subito a Foggia. La Fiorentina “approdata” sul Gargano nel 1965, era una società molto conosciuta in campo internazionale. Fondata nel
1926, dal 1955 al 1960, i “viola” traguardarono prestigiosi risultati in Europa. Dopo aver vinto il primo scudetto nel 1956, la Fiorentina fu la prima squadra italiana a disputare la finale di Coppa dei Campioni. Al Santiago Bernabeu di Madrid, dopo un’ottima gara, il 30 maggio 1957, dovette arrendersi solo al cospetto del Real Madrid. I “Blancos” di Spagna prevalsero 2 a 0, ma la vittoria non fu agevole. Reti di Schiaffino su calcio di rigore e Gento. “Pionieri” ed avanguardisti del calcio “tricolore”, i “gigliati” detengono un altro storico record. Furono i primi a consegnare all’Italia una competizione internazionale UEFA. Il 27 maggio 1961, a Firenze, contro i Rangers di Glasgow, vincendo per 2 a 1, dopo aver già vinto la finale di andata in Scozia con un sonante 2 a 0, i toscani riuscirono a conquistare la prima edizione della Coppa delle Coppe, oggi “Conference League”. Dopo aver vinto la Coppa Italia nel 1939-40, nello stesso anno della conquista della Coppa delle Coppe, era l’11 giugno 1961, sempre a Firenze, contro la Lazio, l’ “11” allenato dal tecnico magiaro Nàndor Hidegkuti, piegò anche la vigorosa resistenza dei biancocelesti: Fiorentina-Lazio 2 a 0. Rete iniziale di Petris e raddoppio della mezz’ala, Luigi Milan, a circa dieci minuti dal termine dell’incontro. Vincendo così anche la Coppa Italia. Sull’ostico terreno dello “Zaccheria”, Hamrin, Robotti, Albertosi, Guarnacci e soci affrontarono i “Satanelli”. Fu una partita intensa, combattuta, grintosa, a tratti anche nervosa, giocata costantemente all’attacco dal Foggia che, in tutti i modi, cercò di violare la porta di Albertosi. Tre strepitose parate dell’ex portiere della Nazionale, salvarono letteralmente la squadra della città di Dante e dei Medici da una pesante sconfitta. Il match si concluse senza vinti né vincitori. Foggia-Fiorentina 0 a 0. In occasione della doppia trasferta lontana da San Siro, prima in Puglia, nel Tavoliere, poi in Sicilia, al “Celeste” di Messina, anche l’Inter si recò sul Gargano per far visita a Padre Pio. La vigilia di quell’incontro, Foggia-Inter, si intrecciò con una “duplice” predizione dello “stigmatizzato”.
Il Foggia, contro la “Grande Inter”, compì un’impresa titanica, battendo in casa quella che in quegli anni era considerata dalla stampa internazionale la squadra più forte del mondo. L’ incontro tra l’Inter e Padre Pio, pur sembrando uscito da una favola, ma così non è, continua ad affascinare non solo generazioni di appassionati di calcio, ma anche gente comune e devoti del Santo di Pietrelcina. Erano le ore 16.00 del 30 gennaio 1965, quando sul piazzale del convento di Santa Maria delle Grazie, a sorpresa, tra lo stupore generale degli astanti, “irruppero” i celebrati e famosissimi “assi” nerazzurri. Idoli dei tifosi e “star” indiscusse del calcio transnazionale. Era l’ Inter “Euromondiale” del presidente Angelo Moratti, il quale, nel 1960, aveva chiamato dalla Spagna l’ex allenatore del Barcellona, il tecnico argentino, Helenio Herrera, per costruire una squadra vincente. La nutrita delegazione nerazzurra, 27 tra calciatori e dirigenti, partita in treno dalla stazione centrale di Milano la sera del 29 gennaio, dopo circa 12 ore di viaggio, giunse alla stazione di Foggia nella tmattinata di sabato. Dopo aver effettuato un allenamento di rifinitura allo “Zaccheria” per saggiare il terreno di gioco, poco prima di mezzogiorno, il “sodalizio” meneghino partì in pullman alla volta di San Giovanni Rotondo, alloggiando in un albergo vicinissimo al convento: l’Hotel “Santa Maria delle Grazie”.
Ricevuti dai confratelli di Padre Pio e fatti accomodare nella sagrestia retrostante la chiesa progettata negli anni ’50 dall’architetto Giuseppe Gentile, nativo di Bojano, in provincia di Campobasso, i “Campionissimi” incontrarono il futuro Santo che, sbucato da una porticina del plesso monastico, accolse con grande affabilità gli interisti. Herrera e Armando Picchi, a capo della delegazione Campione del Mondo e d’Europa, andarono subito incontro a Padre Pio, salutando con grande rispetto e devozione. Successivamente gli porsero una busta contenente una cospicua offerta in denaro per le necessità dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Ringraziando di cuore i vertici del Club a nome di tutta la fraternità, Padre Pio bisbigliò nell’orecchio di frà Giuseppe Monopoli, il confratello che gli stava accanto, una battuta scherzosa: “E questi adesso che cosa credono?. Che perchè oggi ci fanno l’elemosina li facciamo vincere?”. Rivolgendosi poi ad Herrera, gli chiese: “Beh, allora che intenzioni avete domani a Foggia?”. La risposta del tecnico argentino fu pronta e, soprattutto, spontanea e sincera, cosa che il frate apprezzò molto: “Padre, noi a Foggia siamo venuti per vincere!”. Padre Pio fissò Herrera con uno sguardo intenso e penetrante.
Il “Mago” rimase colpito dagli occhi neri e profondi del frate, che fissi su di lui, sembravano scrutare la sua fede, non certo profonda. Ad un certo punto, sul volto del mistico apparve un sorriso quasi ironico che, man mano, si fece sempre più marcato. Come se avesse già visto l’esito finale di Foggia-Inter per aver i suoi occhi varcato una dimensione spazio-tempo inaccessibile agli uomini, Padre Pio, per rispetto di Herrera, pareva esitare nel rivelargli come sarebbero andate le cose nella gara dell’indomani. Lasciando intendere che il match dello “Zaccheria” non sarebbe finito bene per l’Inter. Continuando a fissare Herrera, il frate replicò: “Sicchè siete venuti per vincere in casa nostra?. Eh, sta cosa però non va bene!”. Quasi dispiaciuto nel dover in parte “deludere” chi aveva affrontato un lungo viaggio per recarsi da lui, dopo aver predetto al tecnico sudamericano un’ inappellabile “sentenza” di condanna, Padre Pio aggiunse qualcosa che addolcì un verdetto amaro per i nerazzurri: “Beh, allora domani a Foggia perderete, ma poi vincerete il campionato!”. Nell’ascoltare la “doppia profezia” del mistico, il mago di Buenos Aires rimase di sasso, non riuscendo quasi più ad aprire bocca. Scese il silenzio. Un’ atmosfera surreale ammantò gli istanti successivi che, ad Herrera, parvero essere lunghi come secoli. Al termine dell’incontro Padre Pio benedisse la delegazione nerazzurra invitandola ad ascoltare la Messa del pomeriggio. Successivamente l’ Inter rientrò in albergo. Alla vigilia del match contro il Foggia, il pronostico appariva talmente scontato da non lasciare scampo ai “Satanelli”. Pur giocando un calcio frizzante e manovriero, le “chances” di vittoria dei ragazzi di Pugliese al cospetto della “corazzata” interista, sostanzialmente, erano pari a zero.
Nessuno avrebbe osato scommettere un centesimo neanche sul pareggio dei rossoneri, tanto era “siderale” il divario tecnico tra le due compagini. Malgrado qualche difficoltà in campionato l’Inter, il 31 gennaio 1965, a Foggia disputò la migliore gara della stagione 1964-65. Lo confermarono tutti: il presidente Moratti, Herrera e la stampa. Helenio Herrera lo aveva detto a Padre Pio: “Padre, noi a Foggia siamo venuti per vincere”. Infatti, le strepitose parate del portiere rossonero, Giuseppe Moschioni, salvarono più volte i dauni. Dopo un primo tempo molto equilibrato, grintoso e ben giocato da entrambe le formazioni, il risultato era fermo sullo 0 a 0. Nella ripresa, inaspettatamente, il Foggia passò in vantaggio, prima con Lazzotti e poi con un dribbling ubriacante di Nocera che, dopo essersi ‘bevuti’ Picchi e Guarneri, con un rasoterra vincente trafisse l’estremo difensore nerazzurro, Rosario Di Vincenzo, collocando il pallone nell’angolo basso alla sinistra della porta interista: 2 a 0. Boato sugli spalti e pubblico in delirio. Stordita dall’uno-due dei pugliesi, l’Inter non si scompose. Con grande freddezza, per nulla intimoriti dal doppio vantaggio dei.padroni di casa, i milanesi ripresero il comando delle operazioni. Con tre azioni magistrali i nerazzurri riagguantarono il Foggia. Accorciando le distanze prima con Peirò e poi pareggiando i conti cin Suarez: 2 a 2. Sugli spalti dello “Zaccheria” calò il gelo. Mazzola, Domenghini e compagni sentivano di poter vincere l’incontro. Un’azione di alleggerimento portò nuovamente il Foggia in vantaggio. Assist di Majoli per Nocera, spalle alla porta. Con una girata magistrale, il centravanti di Secondigliano scagliava una spettacolare bordata di sinistro, centrando il tris all’incrocio dei pali. Altrettanto splendido fu il volo di Di Vincenzo che, beffato dalla traiettoria arcuata della sfera, non riuscì a deviarla: 3 a 2 per i rossoneri..Cinque gol in 28 minuti. Furente di rabbia l’Inter spinse al massimo i ‘motori’. Orchestrando martellanti azioni offensive i nerazzurri misero ripetutamente alle corde il Foggia. Schiacciati nella loro area di rigore, eroicamente, i “Satanelli” riuscirono a sventare
gli “indiavolati” assalti interisti. A meno di due minuti dal termine di una delle più vibranti, spettacolari ed emozionanti sfide mai giocate allo “Zaccheria”, Mario Corso, sfuggendo al controllo della difesa rossonera, riuscì a presentarsi in perfetta solitudine davanti a Moschioni. Nelle condizioni ideali per battere a rete, l’attaccante veronese tirò in porta a colpo sicuro. Non poteva sbagliare. Tutta la panchina nerazzurra era ormai in piedi, pronta ad esultare. Sarebbe stato il 3 a 3. Ma il “Ragno Nero” del Foggia, friulano di nascita, con un balzo felino, quasi soprannaturale, gli chiuse ottimamente l’angolo riuscendo prodigiosamente a respingergli in ‘corner’ il micidiale tiro. Il pallone non entrò. L’ attaccante nerazzurro,
noto per le sue famosissime punizioni a “foglia morta”, quasi non riusciva a credere ai suoi occhi. Nuovo angolo e nuova, furibonda “bagarre” in area dauna. In qualche modo, per l’ennesima volta, il pallone veniva allontanato dall’area di rigore foggiana e, in quel mentre, l’arbitro Francescon di Padova fischiò la fine delle ostilità. L’ Inter lottò fino all’ultimo istante, ma il Foggia s’impose, disputando una partita “epica”. Tra le più spettacolari della sua secolare storia. Finì con un risultato che nessuno alla vigilia poteva immaginare. Un risultato che fece rumore non solo in Italia ma anche all’Estero: Foggia-Inter 3 a 2. Incredibilmente, il campo confermò appieno la prima profezia di Pade Pio a Herrera: “Domani, a Foggia perderete!”. Così fu. Da quel giorno, contro il Foggia, i nerazzurri non persero più un incontro. Dopo la sconfitta patita in Puglia, il Milan, già primatista solitario in classifica, in quella stessa giornata, la diciannovesima, negli ultimi minuti di gioco rifilò un perentorio 2 a 0 al Mantova. Le reti di Ferrario e Amarildo diedero un grosso dispiacere a Dino Zoff, all’epoca portiere dei “virgiliani”. In classifica il Milan incrementò di sette lunghezze il vantaggio sull’Inter. I giornali sportivi, a titoli cubitali, decretarono la chiusura del torneo: “Il Milan è senza rivali”; “Lo scudetto è del Milan”; “È un campionato senza più emozioni”. Anche Gianni Rivera, al termine di quella giornata, aveva ironizzato: “Se vogliamo trovare l’Inter al primo posto, bisogna girare il giornale!”.
Dalla sconfitta di Foggia, invece, l’Inter trasse la forza per reagire e le emozioni iniziarono a dominare la vetta della classifica. I nerazzurri, magicamente, si ritrovarono e invertirono la rotta. Inanellando una lunga serie di risultati positivi, colmarono pian piano il distacco dai “cugini” rossoneri, raggiungendoli. Poi, nel “rush” finale, sorpassandoli sul filo del traguardo. La clamorosa rimonta permise al “Biscione” di aggiudicarsi lo scudetto tricolore. Il nono della sua storia. Era il 6 giugno 1965. Dal quel Foggia-Inter 3 a 2 del 31 gennaio 1965, dopo oltre quattro mesi, si compì la seconda profezia di Padre Pio: “Domani, a Foggia perderete, ma vincerete il campionato!”. E l’Inter vinse il campionato. Un epilogo che alimentò ulteriormente la “leggenda” dell’incontro tra i nerazzurri e il “monaco beneventano” dei miracoli. Il santo in terra che per 52 anni interrotti, con la sua fama di santità, attirò e continua ancora oggi, molto più di ieri, ad attirare a San Giovanni Rotondo, centro che domina la vallata del maestoso Gargano, devoti e visitatori di ogni Paese e nazionalità. Sul “Corriere della Sera”, il giornalista Gino Palumbo scrisse 61 anni fa una frase “profetica” che, da allora, come per magia, ritorna puntualmente alla ribalta: “Fra un anno, fra due, fra tre, a Foggia si parlerà ancora di questa partita e di questa vittoria. E lo sguardo di molti si illuminerà ancora di soddisfazione quando, ricordandone e raccontandone gli episodi, potranno dire: Io c’ero”.
L’ Inter è l’unico club di calcio al mondo ad essere stato immortalato con Padre Pio, grazie agli scatti del fotografo sangiovannese, Elia Stelluto, oggi 91enne, per circa 18 anni fotografo del “Santo stigmatizzato”. La Fiorentina si recò una seconda volta a San Giovanni Rotondo in preghiera sulla tomba del Santo di Pietrelcina. Neanche in quella seconda circostanza furono scattate fotografie. Accadde il 10 aprile 1971. Accompagnati dall’ex allenatore del Foggia, Oronzo Pugliese e dal capitano, Giancarlo De Sisti, i viola scesero nella cripta di Padre Pio, depositando sulla sua tomba unnmazzo di garofani rossi. Pugliese, nel corso di quella stagione, sulla panchina della Fiorentina prese il posto di Bruno Pesaola, detto il “Petisso”, esonerato dalla dirigenza per aver collezionato risultati deludenti. Anche in quella seconda circostanza la squadra toscana, scesa in Puglia per affrontare il Foggia, allo “Zaccheria” riuscì a strappare un pareggio. Finì 1 a 1. I “Satanelli”, all’epoca guidati dal tecnico pisano, Tommaso Meastrelli, passarono in vantaggio con una rete di Nello Saltutti. Gli ospiti pareggiarono su calcio di rigore concesso dall’arbitro romano, Riccardo Lattanzi. Rete di Giancarlo De Sisti.