Atreju: Sanità, rimedio peggiore del male?

Atreju: Sanità, rimedio peggiore del male?

Dott. Vincenzo Petrosino*

Al dibattito di Atreju, il ministro e i governatori hanno concordato sulla necessità di riformare la legge istitutiva del SSN. Temo che il rimedio sarà peggiore del male attuale della sanità. Il mio pensiero è che il rimedio che tutti credono sia  peggiore  rispetto ai mali attuali della Sanità .

Si andrà verso una sanità che certamente è senza anima , i pazienti saranno solo numeri che gireranno tra medici diversi specialmente in assistenza primaria. Ciò che ho sempre detto sulla “Umanizzazione della medicina” avrà un crollo .

Si interromperà certamente il rapporto medico paziente inteso come il conoscitore profondo spesso anche delle dinamiche familiari  oltre alle storie cliniche.

Potrà lo sbandierato fascicolo sanitario “umanizzare” l’anamnesi remota dei pazienti?

Altra cosa pericolosa che ho sempre visto è l’entrata delle farmacie nella sanità attiva e gestione pazienti. 

Già non vedo di buon occhio l’unione studi medici forniti da Farmacie  con tutte le consequenze che non voglio sottolineare ma  credo comprensibili.

Già esiste una gestione delle farmacie dei pazienti che a suo tempo ho già relazionato alla G.F di  Salerno.

Oggi alla fine della carriera mi interessa poco ma sono della idea che troppo, ma troppo spesso chi deve decidere di Sanità non conosce la Sanità.

La stessa dirigenza delle Asl ha ” burocrati seduti alle sedie ” che poco conoscono la sanità vissuta sul territorio.

Storia vecchia che conosce bene anche il Collega Schillaci, ma il rimedio è complesso.

Cosa è cambiato e cosa cambierà?

Poco secondo me perché le belle cose nascono dalle macerie non dalle ristrutturazioni.

La sanità è in vicoli ciechi a volte dai quali non riesce ad uscire, ecco le liste di attesa e i continui sotterfugi per scavalcarle.

Molti si rivolgono ai Ps? I Ps devono essere riorganizzati , umanizzati e implementati con molto personale capace, valido e rodato. Essere in un Ps è stressante specialmente per chi non è pratico. Non basta la laurea in medicina per essere un medico di Ps….ci vuole dedizione e anche esperienza sul campo.

Tra l’altro bisogna assolutamente incrementare quella che è l’assistenza domiciliare, creare in realtà un piccolo ospedale che si reca a casa dell’ammalato fragile e che consenta in un ambito familiare di esser e seguito e mantenere le residue capacità.

Questo è un altro obiettivo, ma purtroppo nella mia città con quanti sforzi si facciano il problema personale e mezzi è complesso. A casa di un ammalato fragile a volte è impossibile eseguire un esame audiometrico, un doppler o anche una semplice visita diabetologia, pneumologia o altra consulenza.

Nostalgia di quello che non ho visto realizzato?

No fiducia nei giovani ma che dovrebbero essere posti al fianco dei vecchi …anche 72 enni, perché per quanto si voglia dire e fare la medicina in fondo è un “mestiere” che come il calzolaio si impara cambiando le suole e guardando il vecchio maestro.

Chi ha imparato ad incollare male le suole lo farà per sempre e questo non va bene.

Inoltre chi come me ha avuto la fortuna di fare anche ricerca, deve tirare le orecchie a molti perché la ricerca ha necessità di essere incentivata e supportata, altro che ecm, chi fa ricerca deve anche potersi confrontare ed evolversi…anche in ambito Asl.

Cosa vedo davanti? Troppe carte e burocrazia.

Cosa vedo indietro? Il caro Pronto soccorso  di Via Vernieri  a Salerno , dove tutti ci conoscevamo e i tempi di reazione ad una problematica  di urgenza erano pressocché immediati.

E’ vero non esistevano i percorsi e neppure la tac, risonanza ed ecografia però… conoscevamo tanta semeiotica, uscivamo dalle scuole di  Mancioni, Condorelli e  Zannini.  Ho avuto quali maestri chirurgi che avevano operato durante la guerra, spesso con le sole mani e percussioni sapevamo capire immediatamente cosa stava accadendo…, pungevamo in fossa iliaca sinistra e se c’era sangue operavano subito…oggi questo non esiste quasi più e anche questo è un problema.

Al dibattito di Atreju, il ministro e i governatori hanno concordato sulla necessità di riformare la legge istitutiva del Ssn del 1978, puntando sul potenziamento della sanità territoriale e superando lo scontro ideologico tra pubblico e privato per modernizzare il sistema.Il Servizio sanitario nazionale è un “modello riconosciuto in tutto il mondo”, ma per reggere alle sfide del futuro ha bisogno di riforme strutturali, a partire da un aggiornamento della sua legge istitutiva del 1978. È il messaggio emerso con forza dal tavolo “Trasparenza ed efficienza: più valore alla nostra sanità” organizzato ieri ad Atreju, l’evento di Fratelli d’Italia a Castel Sant’Angelo.Al centro del confronto, a cui hanno partecipato ministri e presidenti di Regione di maggioranza, le criticità da risolvere: le liste d’attesa, la carenza di personale in alcune specialità, il rapporto tra pubblico e privato e la necessità di un nuovo modello territoriale.
Schillaci: “Modello invidiato, ma serve modernizzarlo”
Ad aprire i lavori è stato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha difeso a spada tratta il Ssn, attaccando quella che ha definito una “narrazione penalizzante” portata avanti dalla sinistra. “Ogni volta che sono all’estero, dal G20 alla Cina, vedo come il modello italiano venga indicato come esempio da imitare”, ha affermato, citando i dati sull’aspettativa di vita (84,1 anni, seconda al mondo) e l’aumento delle risorse («7,4 miliardi in più quest’anno»). Sulla carenza di medici, Schillaci ha sminuito l’emergenza: “Dal 2019 al 2023 il numero dei medici è aumentato dell’1,1%. Viene raccontata una cosa che non è vera». Il problema, secondo lui, è la fuga dei giovani all’estero, causata non solo dagli stipendi ma da un «sistema troppo burocratizzato, con poche possibilità di carriera”. Una sfida che chiama in causa anche le Regioni: “Non è accettabile che l’aspettativa di vita dipenda dalla Regione in cui si nasce”.

I governatori: riformare la legge 833 e investire sul territorioLa proposta più netta è arrivata dal presidente della Regione LazioFrancesco Rocca: “Credo che sia arrivato il momento di mettere mano sia al contratto collettivo nazionale dei medici, sia alla legge 883 del ’78, che è nata 50 anni fa e non è più adatta”. Una linea condivisa dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, secondo cui “non possiamo pensare di mantenere l’universalismo seguendo i dettami di una legge che fotografava un’esigenza di sanità di una società diversa”. Gemmato ha indicato una via concreta: valorizzare le “farmacie sotto casa”, pubbliche e private convenzionate, come ultimo presidio sanitario sul territorio.Sul potenziamento del territorio hanno insistito anche altri presidenti. Francesco Acquaroli (Marche) ha sostenuto la necessità di “ricostruire un modello territoriale per fare filtro” e decongestionare ospedali e pronto soccorso. Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia e Conferenza delle Regioni) ha chiesto di superare la visione “ospedale-centrica” per un modello basato su “territorio e domicilio”. Fedriga ha anche lanciato un monito contro la speculazione politica: “Basta lo scalpo dei governatori per opportunismo. Il Paese non può permetterselo”, ha detto, riferendosi alle proteste per razionalizzazioni come la chiusura di reparti poco sicuri.
Liste d’attesa: il nodo della trasparenza e degli orariSul tema scottante delle liste d’attesa è intervenuto il neoeletto presidente della PugliaAntonio Decaro, che ha indicato la sua ricetta: “Un centro unico di prenotazioni, che purtroppo ancora non c’è, e tenere aperte le strutture pubbliche e private convenzionate la sera fino alle 23, il sabato e la domenica”. Decaro ha denunciato le “difformità territoriali”, citando il caso di aziende che usano “pre-liste” per non far figurare i pazienti in attesa.

Pubblico e privato: stop alla guerra ideologicaUn capitolo delicato è quello del rapporto tra pubblico e privato. Roberto Occhiuto (Calabria) ha criticato lo “scontro ideologico” che ha dimenticato come “si stava privatizzando il mercato del lavoro, inducendo tanti medici a dimettersi dal pubblico”. La soluzione, secondo lui, è rendere «attrattivo il lavoro dei medici nel pubblico». Occhiuto ha anche rivendicato la scelta, all’inizio del suo mandato, di assumere medici cubani per fronteggiare l’emergenza, definendoli oggi “bravissimi” e ben integrati.
Il quadro che esce da Atreju è quello di una maggioranza che, pur rivendicando l’eccellenza del modello sanitario italiano, ne riconosce le rigidità e punta a una riorganizzazione profonda
, spostando l’asse sull’assistenza territoriale, razionalizzando l’offerta ospedaliera e aggiornando le regole del lavoro medico. Il dibattito sulla riforma della sanità sembra dunque entrato nel vivo.

*Oncologo Chirurgo, Salerno