Sport e politica, un rapporto delicato

Amedeo Tesauro

Il palinsesto televisivo RAI nell’ultima settimana ha ospitato numerosi incontri calcistici connessi a un paio di grandi manifestazioni in corso. Se da un lato la nazionale maggiore è in Brasile per disputare la Confederation Cup, torneo che vede confrontarsi i vincitori di tutte le competizioni continentali, dall’altro l’under 21 ha sostato in Israele per gli Europei di categoria. In quest’ultimo caso la scelta del paese ospitante ha riaperto l’annosa questione dei rapporti con lo stato ebraico, accusato da più parti di sistematiche rappresaglie ai danni del popolo palestinese. Tanto più che i media segnalano i casi proprio di alcuni giovani calciatori palestinesi rinchiusi senza motivazioni valide nelle prigioni isreaeliane (molto rumore ha fatto il caso di Mohammad Sarsak, tre anni in galera e rilasciato solo dopo un epico sciopero della fame). Già a dicembre una sessantina di calciatori, significativamente nessuno militante in Italia, avevano promosso una petizione per annullare l’assegnazione della competizione allo Stato d’Israele, una richiesta liquidata brevemente dai massimi sistemi calcistici trinceratisi dietro generiche rivendicazioni di posizioni apolitiche. Lo sport è linguaggio universale, amalgama i popoli forte di un’identità condivisa e veicola contenuti come pochi altri fenomeni riescono, così la scelta di concedere l’organizzazione a certi paesi è un implicito riconoscimento che dà l’occasione a quei luoghi di mettersi in mostra, di lanciare un messaggio. Ed è accaduto spessissimo: clamoroso fu il caso delle Olimpiadi di Berlino nel 1936, celebrazioni del nazismo “rovinate” dall’atleta di colore Jesse Owens vincitore di molteplici medaglie sotto lo sguardo attento del Fuhrer, come pure la fusione tra sport e politica diede vita ai boicottaggi incrociati statunitensi e sovietici in occasione di Mosca ’80 e Los Angeles ’84. Nota a margine: anche lì l’Italia, saldamente nel blocco americano, scelse di andare seppur in maniera sommessa, come pure era andata nel 1976 in Cile a disputare la tennistica Coppa Davis, in barba alle polemiche sul regime di Pinochet. Recentemente le Olimpiadi di Pechino nel 2008 hanno sdoganato il colosso cinese in’Occidente trasformandosi in una glorificazione nella nuova modernità del paese asiatico, segnando un nuovo capitolo del rapporto politica/sport. Malgrado dunque le dichiarazioni di indipendenza, la scelta di assegnare o meno certi eventi, e la decisione delle nazioni di parteciparvi, assumono un peso politico. Ovviamente risulta comprensibile l’atteggiamento delle autorità sportive volto a non entrare in tematiche molto più ampie e poco attinenti a una sana battaglia sul campo di gioco, evitando di pronunciare giudizi e non ponendosi limiti su chi può ospitare cosa. D’altro canto la presunta apoliticità sottintende un’ammissione, esattamente ciò che si vorrebbe evitare con tale scelta. Assegnare una manifestazione non è una decisione apolitica, è un preciso riconoscimento di uno Stato come partner per eventi d’alto profilo. Anche il non dire nulla sottintende un messaggio.

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