Una torcia umana davanti alla Camera dei deputati

Maddalena Robustelli 

Un silenzio più che doveroso scenda sulla vicenda umana che ha riguardato Angelo Di Carlo e sulle motivazioni che lo hanno determinato a porre fine ai suoi giorni. Induce, invece, a svolgere alcune considerazioni il messaggio implicito che ci ha voluto lasciare, andando ad incendiarsi davanti al portone d’ingresso di Montecitorio. Quella torcia umana, che invano hanno tentato di spegnere i militari di guardia al palazzo istituzionale, vorrà pure dire qualcosa a noi che oramai incameriamo i fatti di cronaca come se fossimo un quotidiano che il giorno successivo si getta comunque, perché un altro ci descriverà nuovi accadimenti. Difatti pare che, al di là degli altri suicidi causati dalla grave recessione economica in cui versa il nostro Paese e succedutisi nel tempo anche davanti alle sedi di uffici ed enti pubblici, quello di Angelo Di Carlo sia il primo perpetratosi innanzi alla Camera dei deputati. Dal 2008 al 2010 ben 290 sono stati tali gesti estremi, tentati o no, ma mai prima d’ora il luogo dove sono avvenuti aveva un valore così simbolico come il Parlamento italiano. Acquisendo dalla rete informazioni sul suicida, possono reperirsi notizie relative alla persona, alla vita ed al ruolo sociale in capo ad Angelo Di Carlo, scoprendo in tal modo che non era solo il disoccupato cinquantaquattrenne che ha deciso di togliersi la vita l’11 agosto scorso. Era di certo un uomo che da oltre due anni lavorava solo a chiamata, vivendo l’ancor più triste destino dei precari non giovani, che in quanto tali non hanno sempre la voglia di rispondere alle sfide disumane degli impieghi temporanei e precari. Nel contempo, però, era un uomo che viveva profondamente il suo impegno sociale in un movimento ambientalista di Forlì, denominato ClanDestino. In questa veste era solito ingegnarsi con  azioni imprevedibili e di forte richiamo nelle manifestazioni pubbliche a cui dava un rilevante contributo, tant’è che dagli amici era soprannominato Sgargy. Le fotografie ritrovate in rete lo raffigurano con una tuta anticontaminazione mentre distribuiva volantini in piazza. Chissà, se nel momento di prendere l’estrema decisione avrà pensato: “lo faccio davanti a Montecitorio, così loro dovranno per forza capire il mio gesto”. Chissà, originale e creativo nella vita come nella morte! Ebbene, di una siffatta persona così si è parlato in un telegiornale nazionale: “è morto il disoccupato che nei giorni scorsi  si è dato fuoco a Roma”. Eh no, proprio no!!! Quell’uomo aveva un nome, un cognome ed una storia di vita che non può essere racchiusa in un flash di agenzia privo di dignitosi riferimenti. Se non fosse stato per un altro servizio televisivo, trasmesso nelle stesso giorno, a pochi minuti di distanza dal primo, su di un’altra emittente pubblica, non si sarebbe potuto approfondire la vicenda. Spontaneamente ci si potrebbe porre la domanda sul perché il primo telegiornale si sia dimostrato così impermeabile ai risvolti umani della storia e l’altro sì. E’ solo tutta colpa dell’insensibilità della redazione giornalistica e della capacità degli altri colleghi di leggere tra le righe della tragica fine di Angelo Di Carlo? O, peggio ancora, la spiegazione sarebbe da ritrovare nella volontà di far apparire questo suicidio come un caso privato? Sì, perché alcuni media hanno tirato in ballo la circostanza di un litigio familiare per motivi ereditari, come se fosse plausibile che in tali circostanze si possa andare ad inscenare una protesta o un gesto estremo davanti a Montecitorio. Povero Angelo, al danno di una vita infelice, altri hanno aggiunto anche la beffa di un’interpretazione artatamente sbagliata della tua scelta di morte. Non te la meriti proprio, perché tu eri Sgargy, cioè talmente chiaro nel  tuo agire quotidiano da non poter essere frainteso. Hai voluto far capire che il tuo suicidio davanti al portone d’ingresso della Camera dei deputati era un evidente messaggio alla classe politica, affinchè si determinasse meglio a creare le condizioni per uscire dalla crisi economica che attanaglia il Paese nel minor tempo possibile. Personalmente ho capito così e spero di non essere l’unica persona a credere in questa ricostruzione, per il resto dei commentatori non voglio né posso rispondere. Vorrei solo esprimere il mio sdegno per chi di loro si sia limitato a dire: “è morto il disoccupato che nei giorni scorsi si è dato fuoco a Roma”. Non è così che, a mio parere, si assolve non solo al proprio ruolo professionale, ma al rispetto della dignità anche della più anonima delle persone.