“Giovanni Palatucci” un Giusto ed un Martire di Bianco e Palatucci

Rita Occidente Lupo

Ci sono uomini sui quali non si cessa mai di scrivere, perchè da loro, non si smette mai d’imparare.  Non certamente quelli di paglia di Eliot, che hanno la testa vuota! Giovanni Palatucci, penultimo questore di Fiume! Un Santo, un martire, un eroe. Un uomo prestato alla legalità del nostro tempo, in uno spaccato storico ricco di coni d’ombra, senza corde reminescenziali. Avulso cioè, da quel j’accuse in debito ossequio alla crocifissione etnica, giammai riscattata da Norimberga. Da vero Servo di Dio, nativo di Montella, la sua vita, un inno alla carità. Con la collaborazione di suo zio, padre conventuale Mons. Giuseppe Maria, a Campagna, circa 5000 Ebrei scampati alla morte. Prima che la ferocia nazista, ne decretasse l’estinzione nel campo di Dachau, 10 febbraio 1945. Per tifo petecchiale o iniezione letale, dopo l’accusa di collaborazione col nemico. L’ultima fatica letteraria di don Michele Bianco, che s’avvale del compagno di penna Antonio De Simone Palatucci, nipote del martire nazifascista: “Giovanni Palatucci” un Giusto ed un Martire cristiano, La Scuola di Pitagora editrice, con prefazione del cardinale Camillo Ruini ed introduzione di Paolo Salvatore, excursus dovizioso sul ruolo determinante d’una vita offerta in olocausto del bene. Correva la seconda guerra mondiale, allorquando la sete di sangue nazista, in nome d’un superomismo giammai mediato dalla cifra umana, porgeva il fianco alla vendetta più efferata nei confronti della razza “maledetta”, in quanto non ariana. Un tempo, i martiri cristiani, in pasto alle belve del Colosseo: nel nostro tempo, il coraggio d’incarnare gli autentici valori cristiani, come San Massimiliano Kolbe, il Folle dell’Immacolata, tanto ammirato da Palatucci, fino alla compromissione della propria esistenza. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”: il Vangelo, scolpito nella coscienza della legalità, bypassando le logiche umane del momento. Il colore della rabbia, che non conosce tramonto d’epoca. Purtroppo, lo Stato italiano, solo dopo anni ha riconosciuto il ruolo di Palatucci, accanto al riscatto anche nazionale del Paese, contro le leggi epuranti la razza. Intrise d’un pangermanesimo grondante sangue. La pubblicazione, con quel tratto deciso, proprio di Bianco, fine conoscitore dell’Etica, reggendone la docenza presso l’Università di Bari, affronta il ruolo decisivo di Palatucci, tessendo le argomentazioni atte a palesare come il continuo rischio del questore, scevro da nostalgie di ritorno. Studioso degli sviluppi del criticismo e della genesi dell’Idealismo, nella filosofia classica tedesca, con particolare riferimento a Kant ed Hegel, buon conoscitore della storiografia moderna e delle letterature comparate, Bianco ben impatta il rapporto con la teologia, nell’ambito della speculazione filosofica. Numerose testimonianze nel testo si rincorrono, stagliando la figura d’un martire che, anche se discusso, a tratti, oggi emerge con forza nell’autorevolezza d’una testimonianza. La dettagliata pubblicazione, che s’avvale d’un corposo apparato bibliografico, scaturita a distanza di nove anni sull’argomento, ma con l’ulteriore consapevolezza di dover porgere testimonianza alla verità, senza infingimenti. E se il martiriologio cristiano propone anime votate al bene, fino all’ultimo respiro vitale, Palatucci, che dai suoi studi giuridici aveva masticato legalità, ma dalla profonda educazione cattolica, aveva appreso come Cristo richiede fatti e non parole, ancora oggi eloquente alle coscienze degli uomini di ogni tempo.