Quel concerto a Castel Capuano- Racconto breve

 Angelo Cennamo

La sera del 28 giugno, a Castel Capuano, si sarebbe tenuto il tradizionale concerto estivo organizzato dall’Ordine degli avvocati. Colajanni, che in compagnia era solito vantarsi delle sue doti canore, lo aveva sempre snobbato giudicandolo patetico e troppo autoreferenziale. Quell’anno, però, spronato ( che dico, costretto) dal sottoscritto e da Giulia, acconsentì alla partecipazione, ma non prima di aver –sondato- gli ambienti giusti. Mimmo ci teneva a non sfigurare e così, prima della manifestazione, volle incontrare il presidente dell’Ordine, Piero Corradi, per avere, come dire, delle rassicurazioni circa il buon esito della gara. – Mimì, te l’ho detto, a parte il giudice Masturso e il collega Vignes, sono tutte mezze calzette – Gli confidò Corradi, un pomeriggio al suo studio – Io mi ricordo : tu tieni nà bella voce. E poi in giuria con me quest’anno ci sono Giggino e Maria Pia : vedrai che ti piazzerai bene. Nun te preoccupà. – il presidente era riuscito a tranquillizzarlo, lasciandogli intendere che almeno il terzo posto glielo avrebbero assicurato. L’avvocato, confortato da quella discussione, si mise subito all’opera per preparare il suo debutto nei minimi dettagli. Mancavano poco meno di tre settimane all’evento e non aveva ancora scelto i tre brani previsti per l’esibizione. Il quartetto che lo avrebbe dovuto accompagnare sul palco era invece già delineato in tutti i suoi componenti : io al pianoforte, i colleghi Franco Di Biase e Sasà Aragonese, rispettivamente al basso elettrico e alla chitarra, il dott. Manlio Del Prete della sezione fallimentare, alla batteria. Quest’ultimo, però, a seguito di uno strappo muscolare procuratosi in una partita di calcio, fu costretto a dare forfait pochi giorni prima del concerto, rischiando di mandare all’aria la già proibitiva performance. Dopo aver ricevuto i rifiuti dell’Ing. Costabile e di un mio ex compagno di Università, Marco Russo, in preda alla più nera sconsolazione, Colajanni decise, obtorto collo, di giocarsi la sua ultima carta : Renato Bagutta. – Renà, guarda che ne va della mia reputazione : trent’anni di onorata carriera non sono una pazziella ( una cosa da niente) – gli disse Mimmo, passando dal suo suo atelier di via Poerio. – Avvocà, ma volete scherzare? Io ho cominciato a suonare la batteria che avevo i pantaloni corti! – rispose piccato Bagutta – Ve lo ricordate “Johnny Marechiaro”? – chiese  Johnny chi? – Colajanni cominciò a preoccuparsi  Johnny Marechiaro : come non ve lo ricordate? Quello di “Innamoriamoci”! Lo sapete in quel disco chi l’ha suonata la batteria? “ Tu – lo anticipò Colajanni. – Sì, il sottoscritto – rispose Bagutta, battendosi l’indice sul petto. Mimmo rimase in un silenzio e, portandosi la mano alla fronte, mi guardò con gli occhi di chi ha rinunciato ad ogni aspettativa. Poi, alzatosi mestamente dalla sedia, prima di congedarsi, disse a Bagutta – D’accordo, ti chiamo domani e ti dico i pezzi che dobbiamo provare – Avvocà, ve li dico io : quà ci vogliono due belle canzoni napoletane “ Renà, ti voglio bene “ Colajanni lo zittì, prima ancora che finisse la frase. Bagutta alzò le mani in segno di resa e ci salutò. Due giorni dopo, l’avvocato arrivò in studio con la lista dei brani che aveva selezionato : “Vedrai vedrai” di Luigi Tenco; “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo e “Piove” di Domenico Modugno. Era gasatissimo; Giulia mi aveva confidato che la mattina mimava la sua esibizione davanti allo specchio dell’armadio, proprio come quei ragazzini che sognano di andare a San Remo e scimmiottano i loro idoli. – Eduà, però le dobbiamo abbassare di un tono : per me sono troppo alte – disse, inforcando gli occhiali da vicino. Per le prove scegliemmo il circolo dei canottieri, che nei giorni feriali era semideserto. L’acustica era buona e il palco riservato per le feste ricordava molto la scenografia che avremmo ritrovato la sera del 28. Franco e Sasà erano molto affiatati tra di loro, avendo alle spalle una lunga carriera nei piano bar. Io, che avevo invece un’impostazione più classica, dovetti adeguarmi agli arrangiamenti più asciutti e ritmati della musica leggera. Mimmo, probabilmente solo per atteggiarsi, introduceva i pezzi dopo aver scandito decine di volte : “Sa-Sa-Prova! Prova microfono! Sa-Sa-Prova!”. Bagutta, infine, si sperticava in inutili scariche che finivano per coprire il suono degli altri strumenti e le prove microfono del cantante. Fino al giorno prima del concerto, non eravamo riusciti a suonare una sola volta i tre pezzi senza commettere errori. Ma Mimmo era ottimista e confidava nell’effetto live. La sera del concerto, il cortile di Castel Capuano era gremito. In prima fila c’era il presidente dell’Ordine, l’avvocato Corradi con la moglie, i giudici Ferrara e Colangelo della prima sezione civile, con le rispettive consorti, il capo della procura della Repubblica, Parisi, e di fianco a lui, il vice sindaco Cerami con l’assessore alla cultura Genchi. Sul palco, a presentare la serata, la professoressa Elsa Morandi, ordinaria della cattedra di Diritto penale alla Federico II, e il collega De Rogatis, noto giocatore di poker ( l’anno prima, al casinò di Venezia, aveva perso circa tre milioni di lire e tentato il suicidio). Alle sette in punto ero passato a prendere Giulia e suo padre a casa, gli altri membri della “band” sarebbero arrivati in tribunale per conto loro. L’avvocato indossava un completo bianco con un papillon nero, in tinta con i soliti mocassini. A Giulia, che voleva venire in jeans e maglietta, le fu imposto invece un vestito scuro ed una pettinatura meno selvaggia di quella esibita nei giorni di routine. Io, per non offuscare la centralità del “cantante”, optai per uno smoking nero, sobrio, modello Frank Sinatra. Appena giungemmo a Castel Capuano, avemmo la prima avvisaglia che la serata non sarebbe andata per il verso giusto : all’ingresso, due organizzatori avevano bloccato Bagutta perchè privo di pass. Credevano fosse un mitomane e l’abbigliamento che aveva scelto per la serata di certo non lo agevolava nella sua strenua azione di convincimento. Renato sembrava un extraterrestre, era completamente avvolto in una tuta verde acido, lucida e attilatissima. Ai piedi calzava degli stivaletti, anch’essi verdi, scamosciati e con un tacco esageratamente alto. In testa aveva un borsalino dello stesso colore con una fibbia argentata. Quando Colajanni lo vide, rimase allibito. E dopo averlo scrutato da cima a fondo, esclamò : fai schifo! Fece segno ai due piantoni di farlo entrare, poi, prendendomi sotto il braccio, si avviò verso i camerini allestiti nel retropalco. Ma non ebbe neppure il tempo di scaldare la voce che De Rogatis ci avvisò di entrare in scena : eravamo stati sorteggiati come prima esibizione. Franco e Sasà ci vennero incontro con gli strumenti già accordati; guardai l’avvocato negli occhi dandogli una pacca sulla spalla e raggiungemmo il palco. Giulia aveva trovato posto in seconda fila, per farsi notare ci salutava con la mano alzata. Dopo l’annuncio della professoressa Morandi, partì subito il primo applauso. Colajanni era teso come una corda di violino; si avvicinò al microfono e ci picchiò sopra col dito per testarne l’eccensione. Bagutta diede il tempo, io e Sasà ci facemmo un segno di intesa, e cominciammo a suonare. Il primo brano era “Vedrai vedrai” di Tenco. Colajanni, che non aveva ancora smaltito l’emozione del debutto e la rabbia per essersi ritrovato come batterista un “visitor”, fece fatica a trovare la prima nota, ma un attimo dopo, per fortuna, si riprese e tutto filò liscio. Applausi. “Io che amo solo te” l’avvocato la volle cantare dondolandosi con il capo e con gli occhi chiusi, in una perfetta imitazione di Sergio Endrigo. Ancora applausi. Il clima sembrava disteso e la band mostrava una buona coesione. Con “Piove”, purtroppo, accadde l’irreparabile. La struttura musicale del brano di Modugno, per chi se lo ricorda, è molto diversa da quella delle prime due canzoni. “Piove” ( meglio conosciuta come : “Ciao ciao bambina”) parte, infatti, con un andamento lento per poi acquistare un ritmo molto sostenuto, con terzine ravvicinate. E fu proprio in quel frangente, allo stacco della prima terzina, che ci scappò la stecca. Bagutta, manco a dirlo, aveva la pessima abitudine di far roteare le bacchette prima di percuotere i tamburi e i piatti della sua batteria. E’ un gesto di spavalderia che facevano i percussionisti, soprattutto negli anni ’70 e ’80, per aggiungere un elemento coreografico alla loro esibizione. Chi lo fa, però, deve essere consapevole del proprio talento e così sicuro di sé da azzerare qualunque rischio di infortunio. Bagutta, evidentemente per un eccesso di autostima, non volle essere da meno rispetto agli altri suoi colleghi più quotati, e così, alla prima rotazione, fece partire una delle bacchette, che oltrepassò il palco e raggiunse il pubblico della prima fila. In preda al panico, Renato continuò a suonare con l’altra, sostituendo la prima con la mano sinistra. Impossibile. Io e il bassista provammo a compensare il ritmo della batteria con dei suoni più marcati, ma ne venne fuori una versione scialba e poco convincente. Colajanni, che non si accorse di nulla, il che la diceva lunga sul suo orecchio musicale, continuò imperterrito, finendo fuori tempo, tra lo stupore generale degli spettatori. Prima che quel supplizio si compisse del tutto, De Rogatis piombò sul palco chiedendo al pubblico un applauso di incoraggiamento. L’avvocato continuò a non capire e, voltatosi verso di me, con la mano fece un segno come a dire : “Ma che succede?”. In quel momento, De Rogatis lo prese per il braccio e lo invitò ad uscire di scena. Dal palco vidi Giulia alzarsi. Franco, sconsolato, allargò le braccia, mentre Sasà rimproverò sonoramente Bagutta per quella sua mania di voler strafare ad ogni costo. Quando Colajanni comprese finalmente la dinamica dell’incidente, si avventò su Renato e gli strappò con un morso la tutina verde. Io e Giulia provammo a bloccarlo, ma l’avvocato sembrava imbestialito, tanto che Corradi, al termine della serata, pur di acquietarlo, dovette inventarsi di sana pianta un premio “simpatia”, fuori concorso.