Retorica di guerra

Fulvio Sguerso

Anche in occasione del terzo  conflitto tra Israele e Libano, nell’estate del 2006, si è potuto constatare che – come d’altronde è sempre avvenuto nella guerre antiche e moderne – oltre alle battaglie combattute sul terreno (sulla “cruenta polvere” di manzoniana memoria) si combatte parallelamente anche a colpi di parole e di immagini, di perorazioni e di notizie dal fronte a favore ora degli uni ora degli altri combattenti. Ma è soprattutto nei commenti alle notizie che divengono decisive le armi della retorica, armi tanto più efficaci quanto più affilate dall’arte dei rètori che si contendono il campo dell’opinione pubblica, terza forza sempre più importante nell’epoca di Internet e della globalizzazione, e che ognuna delle parti in guerra vorrebbe convincere della propria giusta causa. Alla fine, si obietterà,  ci sarà pure una verità non manipolabile, una solida e incontrovertibile realtà di fatto che non si possa tirare di qua o di là a seconda delle convenienze propagandistiche degli uni o degli altri! Se c’è, perché non si lascia a lei l’ultima parola? Già, ma proprio questo è il problema. E’ evidente che qui non si tratta di una verità metafisica o logica o matematica, qui si tratta di una verità storica. Ora è noto che qualunque verità storica, proprio perché tale, è sempre il risultato di una interpretazione; certo, si obietterà, le interpretazioni storiche devono basarsi sui fatti, sugli avvenimenti, sulle situazioni concrete, insomma sulle cose che accadono. Giusto; nondimeno lo storico non può essere onnipresente (e anche se lo fosse, il suo sarebbe pur sempre un punto di vista soggettivo), quindi deve lavorare o su testimonianze o su documenti. Ma le testimonianze e i documenti – ammesso che siano attendibili e autentici –  rappresentano a loro volta dei punti di vista particolari che vanno integrati e confrontati con altre testimonianze e altri documenti, magari discordanti tra loro. Insomma, la verità storica è quella degli storici che l’hanno così ricostruita. Se dalla storia passiamo alla cronaca quotidiana dei giornali e a quella “in diretta” (o quasi) della televisione, non è difficile comprendere quanto questa sia parziale e incompleta; anche ammettendo la buona fede degli operatori, le immagini e le parole che ci arrivano dai media rispecchiano solo una parte degli avvenimenti in corso, e non potrebbe essere altrimenti. Ora pensate un po’ quando l’intento non è quello di riferire sui fatti, ma di presentarli sotto la luce più favorevole a una delle parti in guerra, quale attendibilità possa vantare il cronista o il commentatore. Considerate anche il modo con cui vengono usate le terribili immagini trasmesse dai teleschermi, come quelle della strage (a proposito: strage o “effetto collaterale”?) dei bambini a Cana. Su questo tema si è pronunciato, tra gli altri, il non più giovane philosophe André Glucksmann, il quale, particolarmente in vena di agudezas, ha aperto non a caso un suo articolo a sostegno dell’offensiva israeliana in Libano con una frase come questa: “L’indignazione di tanti indignati m’indigna”. (Corriere della Sera del 7 /08/06)). Al che verrebbe fatto di aggiungere: “E io m’indigno per la sua indignazione!”. Ma perché e di che cosa si indigna il polemista francese? Per i due pesi e le due misure con cui – afferma – l’opinione pubblica mondiale si commuove di fronte ai massacri di Bagdad provocati da musulmani e di fronte a quelli provocati in Libano dalle bombe israeliane. A che cosa è dovuta questa differenza di reazioni emotive? Al fatto che “solo il musulmano ucciso dagli israeliani vale l’indignazione universale.” Universale? Qui l’iperbole risulta quanto mai fuori luogo: non si è accorto l’acuto pensatore della fortuna incontrata, per esempio, dai libelli dell’intrepida Oriana? Non gli capita mai di sfogliare quotidiani di battaglia come Libero o il Giornale o il Foglio? Pensa forse che siano letti e apprezzati da lettori troppo sprovveduti o troppo impressionabili o troppo prevenuti per fare testo? Non crederà – Dio non voglia! – che valga di  più l’opinione dei lettori di Barbara Spinelli, di Tiziano Terzani o di Claudio Magris? E perché mai? Pensano forse meglio di Giuliano Ferrara? Il pensiero dei neocons (nomen omen) americani a cui si ispira la politica neocolonialista di Bush . è forse impresentabile? Non è forse  vero che il mondo è diviso in due parti contrapposte, quasi due emisferi, uno appartenente all’asse del Bene, l’altro all’asse del Male? Che cosa c’è che non va in simile Weltanschauung? Ha forse il difetto di essere troppo chiara e netta? Coraggio, Glucksmann, il diavolo non è così brutto come certi giornali lo dipingono! Ormai si parla apertamente di “nemici interni”, alludendo ai meschini che hanno giudicata eccessiva e sproporzionata la reazione israeliana agli attacchi degli Hezbollah; il titolo di molti editoriali potrebbe essere “Taci, il nemico ti ascolta!” . L’offensiva – o controffensiva, a seconda del punto di vista – mediatica scatenata contro le posizioni di chi si dichiara equidistante o equivicino rispetto ai belligeranti in Medio Oriente, e contro le “anime belle” o “candide” che difendono i principi di civiltà giuridica e di garanzia anche nei confronti dei terroristi (o presunti tali) ha toccato la sua acme il 13 agosto, giorno in cui è uscito sul Corriere della Sera un editoriale, firmato da Angelo Panebianco, in cui viene chiaramente messa in discussione l’intangibilità dello stato di diritto e ventilata l’ opportunità di adottare, in sostituzione dell’inefficace codice in vigore nei tempi di pace, un codice di guerra meglio rispondente all’emergenza terroristica in cui ci troviamo. In questo nuovo codice dovrebbe essere contemplato anche lo strumento della tortura, in base al principio che si può, anzi si deve adattare un principio universale del diritto – in questo caso il divieto di torturare chicchessia per estorcere informazioni utili agli inquirenti – alle situazioni di fatto. Quindi, poiché ci troviamo in una situazione in cui ne va della nostra sopravvivenza fisica, anche i diritti universali dell’uomo vanno contestualizzati e relativizzati. Altrimenti? “Il rischio è che una malintesa, fondamentalista, visione della legalità ci porti ad abbassare drammaticamente le difese, per esempio a isolare i nostri addetti alla sicurezza dal resto dei servizi segreti occidentali, perdendo così l’imput più prezioso nella guerra asimmetrica contro il terrorismo: le informazioni.” Perciò:  bando agli scrupoli legalitari che impacciano l’azione dei nostri agenti segreti, i quali devono poter agire anche al di fuori delle regole vigenti in tempo di pace; il terrorismo non si combatte con le leggi ordinarie, no, per Panebianco “E’ assolutamente necessario, come dimostrano anche i contraccolpi dell’inchiesta giudiziaria sul sequestro di Abu Omar, che un confronto tra politica, operatori del diritto  e della sicurezza abbia luogo. Per ricostituire quel compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale che in Italia, proprio in uno dei momenti più cupi e pericolosi della storia recente dell’Occidente, è venuto meno. E’ un’ esigenza vitale. Letteralmente.” Letteralmente? Allora siamo in pericolo di vita. Hannibal ad portas! Bene; a questo punto si possono formulare tre ipotesi: 1. Il professor Panebianco è impazzito. 2. Oppure è in malafede. 3.  Panebianco ha ragione. Vediamole una per una. Se si trattasse di un delirio, o mania, di persecuzione, sarebbe di competenza della psicopatologia e costituirebbe un interessante caso clinico  di proiezione nel mondo esterno delle proprie ossessioni e fobie, e il discorso finirebbe lì. Nel secondo caso, Panebianco scriverebbe cose nelle quali lui personalmente non crede, malgrado ciò le scrive per servire una causa che, a tutta evidenza, ritiene degna di essere servita. Quale causa? La conservazione della supremazia politica, economica, culturale e religiosa dell’Occidente; supremazia minacciata non dalla guerra unilaterale e immotivata (o motivata solo dall’odio nei nostri confronti) che potenti gruppi di fanatici fondamentalisti islamisti ci hanno dichiarato, ma dal nuovo disordine mondiale che una dissennata politica di difesa degli stili di vita cui siamo abituati ha contribuito a rendere ingovernabile, quindi dalle tragiche contraddizioni e disuguaglianze che il nostro declinante sistema di potere capitalistico-finanziario-militare   non riesce  più a tenere sotto controllo.  Nel terzo caso, cioè nel caso in cui veramente Annibale fosse alle porte di Roma, che cosa dovremmo fare? Lasciar carta bianca ai nostri servizi segreti ( come è stato di recente proposto anche dal già ministro emerito Claudio Scajola)? A la guerre comme à la guerre? Gli esempi ci sono: Guantanamo, Abu Graib, i rapimenti illegali degli imam sospetti. E’ questa la strada? Combattere il terrore con il terrore? Non lo si può certo combattere con la retorica, cioè con i discorsi. Allora con la tortura? Ma non lo si sta già facendo? Aspettiamo i risultati. Magari leggendo (o scrivendo) articoli sulla guerra asimmetrica.