Papa Giulio II nel Cortegiano di Baldassar Castiglione

Fulvio Sguerso

Giuliano della Rovere – prima come principe della Chiesa, elevato alla porpora cardinalizia a ventotto anni dallo zio Francesco appena eletto papa con il nome di Sisto IV, poi soprattutto, dal 1503,  come papa egli stesso – è ancora oggi una figura controversa e discussa, un “uomo di Chiesa” sui generis, dai comportamenti così pubblici come privati non esattamente consoni a un pontefice di provenienza francescana, tanto che si disse che di sacro  aveva solo i paramenti che indossava; un “papa guerriero” e grande mecenate che, proprio a causa della sua forte e pugnace personalità,  suscitò ammirazione e avversione, giudizi benevoli e malevoli (non mancarono dicerie sulla sua omosessualità e persino sulla sua presunta pedofilia), sentenze di assoluzione o di condanna  secondo l’aspetto (politico, religioso, etico, artistico, urbanistico…) preso in considerazione dagli storici. Quasi come negli anni tempestosi in cui combattè le sue battaglie di pontefice “terribile” per rafforzare il potere temporale della Chiesa (ma anche del suo casato), e per liberare l’Italia dai “barbari”.  Si leggano, a riprova, i giudizi del Machiavelli, dell’Ariosto, del Guicciardini,  di Michelangelo, del Vasari, di Erasmo…Non per niente papa Iulio rappresenta anche un tipico esempio di “principe” non tanto della Chiesa quanto di una corte rinascimentale, appunto, “terribile” come quella romana di allora (retta – si fa per dire – fino a poche settimane prima  da papa Alessandro VI, Borgia). Ed è proprio sotto quest’ultimo aspetto che viene più volte evocato nel Cortegiano di Baldassar Castiglione. Quest’opera didascalica, in quattro libri, fu progettata nel periodo in cui l’autore viveva alla corte di Urbino, al servizio prima del duca Guidobaldo da Montefeltro, poi, alla morte precoce del duca, di Francesco Maria della Rovere, nipote del papa.  Nel primo libro, in cui si tratteggia il profilo   del perfetto cortigiano, leggiamo, nel capitolo VI, che “Avendo   adunque papa Iulio II con la presenzia sua  e con l’aiuto de’ Franzesi ridutto Bologna   alla obedienza della sede apostolica nell’anno MDVI, e ritornando verso Roma, passò per Urbino, dove quanto possibile onoratamente e con quel più magnifico e splendido apparato che si avesse potuto fare in qualsivoglia altra nobil città d’Italia, fu ricevuto; di modo che, oltre il Papa, tutti i signor cardinali ed altri cortegiani restarono summamente satisfatti; e furono alcuni, i quali, tratti dalla dolcezza di questa compagia, partendo il Papa e la corte, restarono per molti giorni ad Urbino; nel qual tempo non solamente si continuava nell’usato stile delle feste e piaceri ordinari, ma ognuno si sforzava d’accrescere qualche cosa, e massimamente nei giochi, ai quali quasi ogni sera s’attendeva”. Non inganni il clima idilliaco, sereno e festoso che traspare dalla descrizione di questo raffinato ambiente aristocratico: mentre gli ospiti del Duca e della Duchessa di Urbino conversavano amabilmente di arte, di musica e di poesia, i principi italiani  guerreggiavano gli uni contro gli altri, di volta in volta alleati o nemici dei francesi o degli spagnoli, dell’imperatore Massimiliano o degli svizzeri, ognuno ben persuaso e deciso a far valere i propri presunti diritti e a cedere soltanto di fronte alla forza delle armi avversarie. Tra questi principi  spiccava proprio papa Iulio II, pronto  a usare tutte le armi  a sua disposizione, materiali o spirituali che fossero, per ridurre i signori ribelli “alla obedienza della sede apostolica”.  Nel Cortegiano  i dialoghi tra gli ospiti avvengono nel corso di quattro serate, ogni serata corrisponde a un libro; alla fine della prima entra in scena Francesco Maria della Rovere, giovinetto diciassettenne già nominato Prefetto di Roma dallo zio papa Iulio, ed è significativa la deferenza con cui viene accolto da quei signori e dalla Duchessa (il Duca, sofferente di gotta, si ritirava presto nelle sue stanze). Nel corso della seconda serata, l’arguto Bernardo (Bibbiena) intrattiene gli ospiti con esempi di facezie e motti di spirito, considerati anch’essi ferri del mestiere del perfetto cortigiano; nel capitolo LXII ricorda una  spiritosa risposta di papa Iulio   a un famoso buffone della corte romana, Proto da Lucca,  che, con importuna insistenza, gli chiedeva nientemeno  che   il vescovato di Caglio (Cagli): “il Papa gli rispose: ‘Non sai tu che caglio in lingua spagnola vol dire taccio? E tu sei un cianciatore; però non si converria ad un  vescovo non poter mai nominare il suo titulo senza dir bugia; or  caglia adunque”.  Sempre nel secondo libro, al capitolo LXXXII, leggiamo: “Di questa sorte rispose ancora il Papa al Vescovo di Cervia, il qual, per tentar la volontà sua gli disse: ‘Padre Santo, per tutta Roma e per lo palazzo ancora si dice che vostra Santità   mi fa governatore’. Allora il Papa: ‘Lasciategli dire’, rispose, ‘ché son ribaldi; non dubitate, che non è vero niente.’ ”.  Nel terzo libro, dove si tratteggiano le qualità della perfetta dama di palazzo, Cesare Gonzaga (cugino e collaboratore del Castiglioni), rispondendo allo scettico e misogino Gaspare Pallavicino, riferisce numerosi esempi di fanciulle virtuose disposte al sacrificio e al suicidio pur di non perdere l’onore. Tra queste ricorda, al capitolo XLIX, il coraggio di una delle tre figlie naturali di Giulio II: “Ma per parlarvi di quelle che voi stesso conoscete, non vi ricorda aver inteso che andando la signora Felice della Rovere a Saona, e dubitando che alcune vele che s’erano scoperte fossero legni di papa Alessandro che la seguissero, s’apparecchiò con ferma deliberazione, se si accostavano, e che rimedio non vi fusse in fuga, di gittarsi nel mare; e questo non si po già credere che lo facesse per leggerezza, perché voi  così come alcun altro conoscete ben di quanto ingegno e prudenzia sia accompagnata la singular bellezza di quella signora”. Da notare che nel passo citato viene nominata la città natale di Giulio II, cioè Savona (dal momento che è ormai fuori dubbio che Saona  è forma contratta per Savona, e non il fiume Saòne, come erroneamente congettura Carlo Cordiè, curatore dell’edizione ricciardiana del   Cortegiano). Infine, nell’ultima serata, corrispondente al quarto libro, dove si discetta sulla relazione e sul tipo di influenza che il cortigiano   può esercitare sul principe, ancora Cesare Gonzaga, tra gli esempi di principi  liberali e mecenati, porta papa Iulio, che giusto in quel periodo era impegnato, tra l’altro, a dare un nuovo assetto urbanistico alla città di Roma, e nella costruzione della nuova Basilica di S. Pietro, affidata al Bramante: “Cercherei ancor d’indurlo a far magni edifici, come fece il duca Federico in questo nobile palazzo, ed or fa papa Iulio nel tempio di san Pietro, e quella strada che va da Palazzo al diporto di Belvedere e molti altri edifici, come faceano ancora gli antichi Romani…”. Ecco, dalle pagine del Cortegiano  esce un papa intento più a opere di pace che di guerra, un Principe  rinascimentale di forte temperamento (famosi i suoi contrasti con Michelangelo in merito al progetto della sua tomba monumentale e agli affreschi del soffitto della Sistina)  e ambiziosissimo, che sognava di riportare Roma  agli antichi splendori imperiali.  Morì settantenne nel 1513, affetto da una non meglio identificata “febbre”, senza poter vedere la nuova Basilica bramantesca e michelangiolesca, di cui aveva posto la prima pietra.