Comunione di vita…non di patrimonio!

di Rita Occidente Lupo

Matrimoni in picchiata dati i costi odierni: 230.613 nel 2009 e poco più di 217.000 nel 2010. Il calo riguarda soprattutto i vincoli italiani, ma anche quelli in cui uno dei due contraenti, di cittadinanza diversa. Nelle coppie miste, la tipologia più diffusa, quella dello sposo italiano con la moglie straniera; tra i romeni, la percentuale più alta di matrimoni stranieri celebrati in Italia. A partire dal Lazio, Lombardia, Toscana, Piemonte e Campania, le unioni di fatto superano il mezzo milione. Nei matrimoni, il regime di separazione dei beni, supera la quota di quelli in regime di comunione in tutte le ripartizioni.  In quanto all’età, c’è la propensione a sposarsi prima dei 35 anni.  L’Italia, come gli altri Paesi, quali la Spagna, registra tale decremento di quasi 20.000 unità. Anche in Inghilterra e Galles particolarmente esiguo il numero di nozze, come negli Usa. Si propende più facilmente per la convivenza, per svariati motivi: la paura che il vincolo possa nel tempo soffocare la libertà e le conseguenze di una decisione che, col passare dei giorni, potrebbe non essere più accettata. A queste motivazioni psicologiche, che rendono ancora troppi incerti dinanzi al sì eterno, quelle di gestione ordinaria del menage: carenza di dimore a prezzo modico, mancanza occupazionale, inflazione costante. Vivere in coppia significa anche ripianare una certa economia domestica: e dividere i propri beni. Il che, a molti, non va giù. La comunione di averi, un tempo vissuta come logica conseguenza d’una integrazione delle personalità e d’una simbiosi, respinta. Integrazione di corpi e di cuori sì, forse, ma quella del patrimonio…a debita distanza!

Un pensiero su “Comunione di vita…non di patrimonio!

  1. A ciascuno la propria “integrazione di corpi e di cuori”. Certo, il matrimonio può essere un “affare” e la vita insegna che a far l’affare è sempre una sola delle due parti. Manca nel nostro ordinamento giuridico il “contratto prematrimoniale”. Perché? Siamo ancora succubi di Pietro che presume consapevole e fino a che morte non separi il vincolo? Donne e Uomini vivono in una società che ha profondamente stravolto i propri costumi nell’arco di mezzo secolo. Conosco un marocchino che ha sposato una già matura donna italiana: scopo ovvio. Tuttavia i due sono un grande esempio di reciproco rispetto e riconoscenzae vivono di fatto separati. Conosco altri casi di sporchi raggiri dove alla beffa si aggiunge l’ingratitudine. Perché non introdurre allora un “patto a monte”? Perché in Italia siamo restii a ciò che in altri paesi civili è prassi normale?
    Forse, Direttrice, un editoriale con una disamina del nostro istituto giuridico sarebbe stato più significativo.

    Suo Giangastone

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