Omnis homo mendax.. o no?

Ferdinando Longobardi

 In Omero, e in buona parte del mondo classico, dove esisteva persino una concezione agonistica della bugia (chi le sparava più grosse), il problema della menzogna era ben diverso da oggi. La bugia faceva parte, a seconda della maggiore o minore intelligenza del bugiardo, dell’astuzia. Nell’Iliade Achille “odi[a], come odi[a] le porte dell’Ade, colui che altro dice e altre cela nell’animo” (nel nono canto); mentre nel tredicesimo canto dell’Odissea Ulisse, il furbo per antonomasia, racconta bugie inverosimili ad Atena, travestita da ragazzo, suscitando l’ammirazione della dea: “Furbo sarebbe e scaltrito chi te superasse, / in tutti gli inganni, anche se è un dio che t’incontra”. E Atena aggiunge, esaltando quasi questa disposizione al mendacio: “Impudente, fecondo inventore, mai sazio di frodi, non vuoi  / Neppur ora, in patria, lasciar da parte le astuzie / E i racconti bugiardi, che ti son cari fin dalle fasce”. Ma non è che Achille sia veritiero e Ulisse bugiardo: nell’Ippia minore Socrate infatti denuncia le menzogne di Achille stesso, quando dice a Ulisse che sarebbe partito e ad Ajace che sarebbe rimasto. Ma Achille è un rozzo bugiardo, al contrario di Odisseo che è un gran maestro nell’arte del mentire. Sembra che i greci, specie in una prima fase, invece di aggredirci con espressioni brutali, “la verità nient’altro che la verità”, “tu menti sapendo di mentire” ecc. preferissero una visione più sfumata del territorio fra la verità e la bugia, come è dimostrato appunto dall’Ippia minore, che riconosce la superiore intelligenza di chi sa mentire sulla stolidità di chi non è neppure capace di questo. “Se esiste [un astronomo] che sappia mentire, costui non può essere se non un buon astronomo”, ribatte Socrate contro le apodittiche affermazioni circa la verità e la bugia di Ippia. E questa visone pragmatica dell’uso della bugia risorge clamorosamente in Nietzsche, per il quale è nella bugia che si manifesta il genio dell’uomo. Dopo il periodo greco le cose sono cominciate ad andar male, soprattutto a causa di sant’Agostino, che pur riconoscendo l’immensità del problema (“Magna questio est de mendacio”: così inizia l’opera agostiniana De Mendacio), invitava i suoi lettori, e quindi i fedeli, a riconoscere molte specie di menzogne, ma a odiarle tutte. Contro l’”ego sum veritas” di Cristo non poteva ergersi che la menzogna diabolica. Il vero cristiano diventa il cavallo sapiente di Jonathan Swift, l’Houyhnhnm, che non riusciva nemmeno a concepire “la cosa che non c’era”, cioè l’informazione falsa. Nel suo atteggiamento ironico e paradossale Swift quasi colpisce il bersaglio, in una posizione affine alla moderna antropologia, quando l’autore di Gulliver dice che la menzogna è consona alla natura umana, e vede nella falsa rappresentazione una differenza fondamentale fra l’uomo e l’animale. Contro questa concezione ingenua dell’uso della parola si veda la celebre frase attribuita a Talleyrand (ma anche a Fouché e a Metternich): “La parola è stata data all’uomo per nascondere il pensiero”, aforisma di grande saggezza. La superba indipendenza e mendacità del mezzo linguistico dell’animale uomo (l’animale loquente, ζώον φονηέν) ci salva dal rischio supremo di essere onesti e sinceri. Si parla per assurdo: anche nell’improbabile caso che uno avesse la folle presunzione di dire la verità, la lingua, fortunatamente, non glielo permetterebbe.