Cossiga: da Pieczenik a Berlinguer

Aldo Bianchini

Erano i primi giorni di settembre del 1992 quando a Salerno giunse, in visita assolutamente privata, Francesco Cossiga che qualche mese prima, esattamente il 28 aprile 1992, si era dimesso dalla carica di Presidente della Repubblica. C’era da presentare un libro di Peppino Gargani in provincia di Avellino e poi in giro tra Salerno e Cava de’ Tirreni. Grande anfitrione il prof. Aniello Salzano che con grande abilità riuscì ad inserirmi nel pranzo riservato che fu organizzato presso lo Scapulatiello di Cava. Una ventina di commensali in tutto, tra loro il mio editore dell’epoca Ettore Lambiase. Arrivai nel ristorante con il mio amico e tecnico di fiducia Mario Lo Bianco, erano i tempi in cui dirigevo TV Oggi Salerno. Avevo predisposto tutto per una intervista televisiva, in sala mi resi conto di essere (se ricordo bene) l’unico giornalista presente, certamente l’unico giornalista televisivo. Una esclusiva in piena regola. Dunque un’intervista da curare nei minimi dettagli. Non scrissi alcuna domanda, avevo le idee chiare su cosa chiedere al “mitico picconatore”. Iniziai subito con un affondo, ricordando all’illustre ospite la prima grande delusione della sua vita politica quando per colpa del cugino Enrico Berlinguer beccò il primo tentativo di “messa in stato di accusa” per aver avvertito, da presidente del consiglio, il suo amico Donat Cattin che forse stavano per arrestare suo figlio Marco vicino alle Brigate Rosse. Aveva confidato questa sua leggerezza al “cugino” che per tutta risposta aveva spinto il PCI a richiedere il suo impeachment. Lo vidi scuro in volto ma, con pacatezza, rispose che aveva fatto soltanto il suo dovere istituzionale.  Cercai, allora, di forzare la mano e in riferimento al “caso Moro” gli chiesi perché aveva rotto completamente i rapporti con Steve Pieczenik (uno specialista della CIA) che aveva voluto da ministro dell’interno come consigliere personale durante i cinquantacinque giorni più lunghi della storia del nostro Paese. Mi disse che quello di aver chiamato lo statunitense era stato un suo “errore di gioventù”. Un paio d’anni dopo quell’intervista Pieczenik rilasciò una pesantissima intervista a L’Espresso nella quale sosteneva, in considerazione della fuga di notizie, di aver chiesto a Cossiga di assottigliare sempre di più il gruppo del “comitato di sicurezza”. Una volta rimasti solo loro due le notizie avevano continuato  la loro normale fuoriuscita. Un altro enigma di quel drammatico caso. La mia vena di “cronista giudiziario” mi spinse oltre e chiesi perché da Presidente della Repubblica aveva definito Rosario Livatino “giudice ragazzino”. Pochi mesi dopo Livatino fu drammaticamente ucciso dalla mafia. Si era aperto completamento, aveva abbandonato quel broncio tipico che lo accompagnava sempre; sparò a zero sul ministro dell’interno Virginio Rognoni usando parole ancora oggi irripetibili. A ruota libera andò sul CSM, evocando le grida di allarme che già aveva lanciato durante la sua presidenza e che erano eclatate anche in aula durante la fase della costituente e disse: “Negli anni a venire il CSM costituirà un elemento di feroce scontro politico”. Ovviamente mi allargai ancora di più, il Presidente ci stava ed io incalzai: “Come giudica Ciriaco De Mita alla luce della sua pubblica dichiarazione fata in transatlantico qualche tempo fa quando ha detto che Lei non era un caso politico ma un caso clinico”. Soltanto qualche istante di titubanza e poi subito la risposta: “Ha sovrapposto la mia malattia con l’interesse del Paese. Rimane, comunque, un politico di razza”. Per la cronaca De Mita era stato il grande “king maker” della sua elezione a Presidente della Repubblica con 752 voti su 977 al primo scrutino di quell’ormai lontano 24 giugno 1985.  L’intervista, tra alti e bassi, durò circa trenta minuti. L’ultima domanda la posi sul secondo impeachment voluto sempre dai comunisti (questa volta PDS) verso la fine del 1991 e archiviato dalla Procura di Roma nel febbraio 1992. Non mi rispose, era ancora molto amareggiato da quella strana e torbida vicenda. Poi l’inatteso invito del Presidente a sedermi a poca distanza da lui per il pranzo; fu un atto di grande comunicazione che non dimenticherò mai. Senza dimenticare che quella grande occasione mi venne  offerta su un piatto di argento dal mio amico Aniello Salzano che ringrazio ancora dopo diciotto anni.