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La Voce e la Vita della Chiesa: Servi inutili

Inserito da on 12 luglio 2020 – 00:00No Comment

Diacono Francesco Giglio

Quando avete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: < Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare>” (Lc 17, 10).  Questo insegnamento di Gesù mi ha portato spesso ad approfondire il significato di questa frase.

Malgrado gli spunti di riflessione, sono arrivato alla conclusione che per capire esattamente ciò che il Maestro intendeva dire credo che bisogna leggere la frase così: 1)“Quando avete fatto tutto quello per cui siete stati ordinati, potrete considerarvi servi inutili”.

2) Voi non dovete far nulla come persone ma molto come ordinati”.

Da qui la certezza che per l’imposizione delle mani, quando siamo stati ordinati, abbiamo ricevuto il mandato di essere “ministri”. Allora non è la nostra persona ad essere utile, quanto il nostro ministero.

Ritengo che questo comando del Signore debba valere per tutti i ministri ordinati e quindi: vescovi, presbiteri e diaconi. A tutti e tre compete l’incarico di essere dispensatori di misericordia anche se in modi diversi; ai primi due (vescovi e presbiteri) ministri dell’Eucarestia, della Riconciliazione e della Parola; ai Diaconi il ministero dell’accoglienza, del servizio e della Parola. A tutti e tre però compete essere disponibili all’ascolto.

Spesso sento che molti miei confratelli chiedono di fare o di essere investiti di un mandato o di essere incaricati a svolgere un servizio dimenticando di porsi una domanda e cioè: “sono utile io o il mio ministero?”. La risposta a questa domanda è alla base del nostro essere stati ordinati. Come persona non serviamo a nulla nella Chiesa ma come ministri siamo invece importantissimi, perché a noi non è richiesto solo l’aiuto umano quanto l’esercizio del nostro ministero. Chiunque si rivolge a noi  non ha bisogno della nostra morale, del nostro pensiero, della nostra cultura o preparazione teologica, della nostra umana comprensione quanto del nostro ministero.

Alla luce di quanto detto dovrebbe nascere in noi ordinati la consapevolezza che “il mondo ha bisogno del nostro ministero e per questo che siamo importantissimi e necessari”. In tutti noi dovrebbe essere forte la consapevolezza che anche nella Chiesa vi è questo grande bisogno di ministri e da qui la certezza che “oggi più che mai è bello essere vescovi, presbiteri e diaconi”. Come diceva De Lubac <”la Chiesa è vasta a sufficienza per contenere le più grandi menti e i moti più sconfinati del cuore”.

Noi ministri non siamo annunciatori di noi stessi, quanto portatori di una certezza : noi portiamo agli uomini e alle donne del nostro tempo l’annuncio stupendo che Cristo è venuto a salvare tutti; proprio tutti e nessuno escluso”.

Spetta a noi far capire, come soleva dire Simone Weil, che “ ogni visione di Dio non in sintonia con un puro amore è falsa”. Non sono i trattati di teologia o la piena conoscenza di essa e di tutta la scienza umana ad aprire il cuore dell’uomo alla voce dello Spirito quanto, il parlare semplice e con il cuore perché <i concetti creano gli idoli, lo stupore crea la conoscenza> (S. Gregorio di Nissa).

Anche i dottori della legge al tempo di Gesù sono stati spiazzati non dal dire quanto dal fare amorevole del Cristo uomo-Dio. La gente, la nostra gente, vuole vedere e sentire che crediamo in quello che diciamo e facciamo. Accogliere, ascoltare, fasciare, curare, perdonare, lavare i piedi sono i segni del vero ministro. Quelli che il Signore ha messo sul nostro cammino sono nostri fratelli e sorelle, ma noi siamo di Cristo, e a Lui dobbiamo portarli perché “Egli sia tutto in tutti”. Dio è Amore, è Padre e Madre, e come tale ci insegna, come diceva Jan Luc Mariot, che ”tutto culmina alla soglia dell’amore che solo l’amore può attraversare”. Come sarebbe bello se noi ministri fossimo animati da questo “fuoco dell’amore” per poter far ardere d’amore tutto il mondo. E’ compito dei sacri ministri con le opere e la vita alimentare nei nostri fratelli e sorelle la gioia di scoprire nella croce di Cristo la stupenda verità che proprio da quella croce è nata l’amore gratuito di Gesù. La croce quindi non è il segno del fallimento dell’opera salvatrice di Cristo quanto invece il significato autentico del sacrificio della croce perché è da essa che scaturisce la “forza dell’amore; del vero amore”. Senza la croce non ci sarebbe salvezza. Sulla croce il nostro maestro non si è lasciato prendere dalla umana tentazione di scendere perché ha voluto farci capire che per salvare noi ha dato la sua vita.

Ecco quindi la professione di fede che ogni ministro deve fare e comunicare: “ Gesù ha dato la sua vita per salvare il mondo o più precisamente ha dato la sua vita per me”. Questa vita non solo per i cristiani o per i credenti ma per tutti gli uomini e le donne del mondo senza esclusione di razza, cultura, colore e religione.

Quindi quando ci rapportiamo con gli altri siamo misericordiosi e diamo a Dio il tempo della conversione dei cuori. A noi spetta aprire il dialogo, il cuore lo cambia solo Dio. Non ci lasciamo imprigionare dalle leggi, dai pregiudizi, dall’orgoglio e soprattutto guardiamo con gli occhi di Dio partendo dalla certezza, come diceva Elmah-Salmahn, “il cristianesimo non ci mummifica nella conservazione ma ci spinge alla scoperta”.

Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti nostri fratelli e sorelle privati della dignità e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto” (Papa Francesco).

Come sarebbe bello se tutti alla fine della nostra vita, accolti alla mensa del Padre, si verificasse quanto desiderato da don Pietro Sigurani, e cioè di poter dire al Dio creatore: “ma io ti conosco, sei proprio come ti hanno descritto i tuoi ministri sacri che ho incontrato nella mia vita terrena”.

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