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Il volto di Cristo

Inserito da on 13 giugno 2020 – 00:00No Comment

Dott. Carmine Paternostro

Cristo: uno di noi, un fratello, il nostro volto, la forza e la speranza, il nostro Credo, inquietante a dirsi, la nostra scommessa, tutto questo è il Cristo che la pochezza della nostra mente va delineando.

Abbiamo creduto in Lui, ciecamente e fiduciosi, non vacillanti, sicuri, con fede. Perchè? Forse perché vestito di carne o perché confidenzialmente possiamo dargli del TU o perché animati dal soffio di uno Spirito forte, di fuoco, che soffia su ogni anima aperta, sentiamo di amarlo, profondamente?

Incredulo resterebbe l’uomo senza fede di fronte al mistero di Cristo: un Dio, che nasce povero in una delle tante grotte di Betlemme dalla Donna del silenzio e dell’obbedienza: Maria di Anna e Gioacchino di un villaggio senza storia e profeta:Nazareth, una donna predestinata a schiacciare la testa del satanico serpente  tentatore e di accogliere in grembo la luce del mondo, una donna ascesa oltre ogni limite umano, fino alla potenza dei cieli, esaltata in un mondo ove la concezione di donna era sovrastata, nettamente, dalla figura maschile. Ma non fu ancora una donna, prima, a verificare la Resurrezione del Cristo nella grotta vuota del Golgota?

Un Dio rivelato ad incolti pastori ed a figure enigmatiche del mondo Orientale: i Magi. Maria, intanto, “poi conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc. 2-8,20 e 2-51-52).

Un Dio, che logico a dirsi, riassumendo la storia della gente di Davide, in fasce, fugge in Egitto, presule con il padre Giuseppe e sua madre Maria (Mt 2,13-15). Stranieri, discriminati, forse “clandestini attuali”, vagano nella terra del Nilo, secondo tradizione egiziana per tutela e lavoro. L’annuncio dell’Angelo li richiama più in là al Mar Rosso per aprirsi di nuovo alla Terra Promessa (Mt 2-19-23).

Attraverso la Sacra Famiglia di Betlemme o di Nazaret, al di là dei trentanni, Gesù Galileo fissa regole certe, suggellando il senso sacramentale dell’unione tra uomo e donna in “una sola carne”, su cui poggia, stabile, il matrimonio e quindi, indissolubile, la famiglia. Una legge non proponibile ieri “per la durezza dei vostri cuori” (Mt. 5,31-32) tuona il Maestro, escludendo eccezioni e tentazioni di accoppiamenti (“Il compagno” o la “compagna” odierni), l’adulterio, quindi il divorzio (Mt.19,13-12; Mc.10,2-12): “non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”.

Un Dio, infine, che muore come il più detestabile malfattore in una terra di stenti, inchiodato su un legno e deriso, tra due delinquenti, preferito a un ribelle: Barabba!

Lui, muore perché uomo e carne, comunque Figlio del Dio vivente e non espressione muta di fantasia o fantoccio simile a Baal, lo sconfitto di Elia sul Carmelo.

Certo, il Cristo è figura unica, singolare, per ciò che esprime nei tempi, per il messaggio preannunciato dagli antichi profeti, moderno, sconvolgente, contro ogni logica umana. Cristo, la seconda persona della SS. Trinità, emana dal Padre per compiere ogni Scrittura, per offrire Grazia salvifica redentrice, per affermare misericordia e perdono, per completare il Disegno del Cielo, in unità con il Padre Creatore e lo Spirito illuminante e confermante nella Fede, Cristo, Dio del riscatto, Dio dei poveri, degli storpi, zoppi, ciechi, infermi, afflitti, affamati, perseguitati. Un Messia che sa essere chicco di senape aperto ad elargire esempio fruttifero all’uomo di fede (“accresci in noi la fede” Lc 17,5-6).

Questo è il Cristo che si apre all’umanità  dopo la lettura del rotolo di Isaia nella Sinagoga di Nazaret, di sabato, : “Lo Spirito del Signore è sopra di me…Egli mi ha consacrato con l’unzione, mi ha inviato ad annunziare la buona novella ai poveri, a proclamare la liberazione ai prigionieri, agli oppressi, a recuperare la vista ai ciechi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.Con la rievocazione di queste espressioni bibliche ci affermala Sua regalità: “Ma non è il figlio di Giuseppe?” replicano i suoi concittadini, indicando la rupe del Precipizio al blasfemo (Mt.13,53-58; Mc. 6,1-6; Lc. 4,16-30). Ma, a Cesarea di Filippo, Cristo chiede ai discepoli:”Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?” e poi seccamente a loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Nell’imbarazzo generale s’eleva con autorevolezza Simon Pietro affermando: ”Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Il Padre, per bocca di Pietro proclama l’identità del Nazareno: è il Messia, l’Uomo del quale si era compiaciuto! Ed il Figlio lo eleva a Cefa, la pietra su cui sorgerà la Chiesa e sulla quale non prevarranno le potenze dell’inferno (Mt.16,13-20; Mc.8,27-30; Lc.9,18-21). Il progetto di Dio inizia a realizzarsi attraveso i semplici, non i dotti ed i sapienti (Mt.11,25-30- Lc.10,21-22) e la conferma del primato di Cefa, di Simon Pietro viene ancora dal Salvatore morto e risorto, apparso sulla riva del lago di Galilea, nei pressi di Cafarnao. Qui il Salvatore chiede tre volte a Simon Pietro, in antitesi ai tre momenti del diniego, “mi ami tu?, fino a fare stizzire l’Apostolo(Gv.21,15-23). Quindi conferisce la missione apostolica ai dodici, esaltando la loro santità e sapienza, cancellando ogni remora e paura dal loro animo, attraverso la forza dello Spirito Santo. Loro sconfiggeranno la morte con la  testimonianza fino al martirio  (“Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” (Mt.10,16-22). Istruiti gli Apostoli sulla loro missione universale, il Signore può ascendere al Cielo, sul monte degli Olivi, presso Betania (Mc 16,19-20; Lc 24,50-53), dove si era consumato il Suo dramma umano, nel sudore di sangue.

Lascia, dunque, il fardello pesante di un’eredità responsabile: la testimonianza, fortemente affermata dal Suo ritorno nella figura di Cristo Risorto, la diffusione della buona novella, il dono di rimettere a tutti i peccati (Confessione) (Gv20,21-23), “partendo da Gerusalemme” e di battezzare i figli del Regno (Mt 28,18-20; Mc 16,15-18).

Lungo il percorso con il sapiente Maestro, traspare tutta la semplicità di questi uomini rozzi, ma la chiusura mentale, l’ignoranza, non frenò certamente l’impulso a  seguire “quell’Uomo”, che li chiamò, deciso, uno per uno : “Seguimi!”, a vagare per

la Palestina intera fino a Tiro, Sidone, in Giudea, per ascoltare e quindi testimoniare ed  annunciare un messaggio inizialmente difficile, incomprensibile. Ma beate furono quelle  orecchie che udirono e gli occhi  che videro ciò che è impossibile a noi (Lc. 10,23-24). Seguirà alla fede il dono dell’intelletto (Lc 24,44-49), che, nella forza irruenta dello Spirito, aprirà quelle menti alla reale missione nel mondo sui passi del Divino Maestro, finalmente riscoperto quale Messia dello spirito nel progetto del riscatto e salvezza.

Tre di loro, gli allievi diletti, pavidi, furono addirittura folgorati, precocemente, sul Tabor, dalle sembianze divine del loro Maestro improvvisamente trasfigurato (Mt. 17,1-13; Mc.9,21-3; Lc.9,28-36) (“Hic manebimus optime”, “faremo tre tende una per Te, una per Mosè, l’altra per Elia”…esclamarono nella pace interiore).

L’annuncio della morte del Maestro li sconforta e smarrisce: ”Dove andremo senza di Te, Signore?”, “Sarò con voi fino alla fine del mondo”è la replica tranquillizzante. E Cristo conferma ancora la sua identità: ”Io sono prima che Abramo fosse”(Gv. 8,49-59) e durante la festa della Dedicazione: “Io e il Padre siamo una sola cosa”, “Il Padre è in me ed Io sono nel Padre” (Gv.10,22-39) “Io sono la luce del mondo, chi mi segue, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv.8,12-20 e 18,12-24; Mt.26-57; Lc.22-54), ”Chi osserverà la mia parola non morirà in eterno”(Gv.8,48-49),”Io sono la porta del Cielo”. L’ultima affermazione della sua identità la dà alla somma autorità religiosa del Tempio, Caifa, prima della condanna, che chiede: ”…sei Tu il Messia, il Figlio di Dio?”, secca la risposta:”Tu l’hai detto…” (Mt.26,59-66; Mc.14,53-64), precisando anche il suo domicilio:”Il mio Regno non è di questa terra…vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza venire sulle nubi del cielo”(Mt.29,56-66; Mc.14,53-64).

Nella determinazione alla condanna ed, a mio avviso, nel timore della parola “Messia”, Caifa profetizzò che era meglio che morisse solo Lui per salvare la nazione, nel timore che i Romani potessero distruggere il Tempio e la nazione intera (Gv.11,45-53). Poco dopo, 70 d.C. Tito darà corpo alla profezia di Cristo: del Tempio e di Gerusalemme non resterà pietra su pietra e la morte di Cristo riscatterà non la nazione, il mondo! “Dio”, infatti, ”ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non perisca , ma abbia la vita eterna”.

Dà senso alla sua missione, tramite la guarigione di un cieco-nato, alla piscina probatica di Siloe, di sabato: “Io sono venuto in questo mondo perché quelli che non vedono acquistino la vista”, “Finchè sono nel mondo sono la luce del mondo” (Gv. 9, 1-41). Sembra inoltre che il Cristo voglia sfidare scribi, farisei, sacerdoti nel guarire di sabato: il citato cieco, l’inferma curva, l’idropico e chissà quant’altri! (Lc.13,10-17).

Estende il riflesso del Suo essere ai discepoli ed agli uomini, ”fatti ad immagine e somiglianza di Dio”, privilegiando i suoi seguaci non alla stregua di sudditi  timorosi ed ossequiosi come gli appartenenti ad altri credi religiosi, ma con la consacrazione presso il monte delle beatitudini, definendoli  “sale della terra” e “luce del mondo” (Mt.5,13-16). Ma li ammonisce nel contempo su illusioni e pretese, quando i dodici bisbigliano tra loro circa la loro priorità e privilegi nel regno dei Cieli. Ad esempio, confidenzialmente Giacomo e Giovanni di Zebedeo chiedono di sedere rispettivamente alla sua destra e sinistra, evocando l’indignazione degli altri (Mt. 20,20-23; Mc.10,35-40)), ma Cristo in ogni occasione ricorda il calice amaro che dovrà bere ed impone ai primi di essere ultimi, nonché servi dei propri fratelli, come Lui, venuto per servire, sacrificarsi e morire per il mondo, Lui che si china a lavare i piedi degli altri, ricordando che ai primi posti nel Regno di Dio potranno accedere pagani e peccatori (adultere, samaritani, centurioni, sacerdoti convertiti: Nicodemo, disposto a rientrare nella pancia materna per rinascere e ritornare semplice come i bambini davanti al Regno di Dio : “il Regno di Dio è di quelli simili a loro (Mt.18,10-11).

Anche di fronte alla purificazione del lavaggio dei piedi c’è la ribellione di Pietro (non l’unica…in un’occasione Cristo gli urlò: ”indietreggia Satana!”. Pietro è l’uomo dell’impulso, che stacca l’orecchio al servo del sommo sacerdote, che si tuffa nel lago di Tiberiade per raggiungere Cristo sulla sponda, che tenta di camminare sul lago, vacilla ed affonda, che tentenna prima di entrare nella casa di un pubblicano come Zaccheo di Gerico o Simone il lebbroso a Betania, per consumare il pasto in comune, che rinnega e piange, che offre sè stesso alla croce, a testa in giù, sul Vaticano. E’ l’uomo, uno di noi, vacillante, impulsivo, debole e forte): “Signore, Tu non laverai i piedi a me” e Gesù:”Ora non puoi capire, lo capirai dopo” e Pietro di rimando:”No,Tu non mi laverai i piedi in eterno!” e con pazienza Gesù:”Se non ti laverò, non avrai parte con me”, allora Pietro:”Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e la testa!”.

In Cristo è ripreso il simbolismo dell’acqua purificatrice della Bibbia: Il diluvio, Mosè salvato dalle acque, il miracolo del mar Rosso, con l’istituzione del battesimo nel Giordano (a Betania di Transgiordania battezzavano i discepoli, ad Ainon il Battista (Gv.3-22,30), con l’espressione  formulata al pozzo di Sichar, alla samaritana peccatrice:”Io posso darti l’acqua viva che toglie la sete in eterno”(Gv.4,4-42), cui spesso coniuga il pane:”Io sono il pane disceso dal cielo, il pane della vita, chi lo mangerà non avrà più fame in eterno”(Gv. 6, 22-71), anticipando a Cafarnao l’istituzione dell’Eucarestia.

Dal pane spezzato e dalla preghiera di benedizione i discepoli riconoscono il loro Maestro, come le pecore il loro Pastore. E’ l’atto sublime dell’ultima cena, ripetuto ad Emmaus e presso il lago di Galilea, quando Pietro si cinse e si gettò in mare (Gv.21,1-14). Con la materializzazione del simbolo Cristo elargisce la Grazia.

La venuta del Cristo è il compimento della storia del mondo e della Promessa, il completamento del vecchio Testamento (“non sono venuto ad abolire la Legge ed i Profeti, ma a perfezionare -Mt.5,17-20), l’inizio del cammino della Salvezza attraverso il Verbo,la Grazia dell’Inviato da Dio, il sacrificio del Messia-Sacerdote-Salvatore. Creazione, Promessa, Redenzione si compiono nell’ultima Alleanza, sancita dal sangue di Cristo,la Gloria verrà nell’annuncio solenne dell’Apocalisse.

“Io sono la Via,la Resurrezione,la Vita” (Gv.11,17-37), “Io sono la porta del Cielo”, “Il Regno di Dio è già in mezzo a voi” (Lc.17,20-37), “Io sono la vite e voi i tralci”, ripeteva il Cristo ad una nazione sorda. “La luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro azioni erano malvagie” concluse il Signore, aprendo di fatto le porte dei cieli agli altri popoli del mondo.

La salvezza si compie nel sangue di Cristo e nella pratica Eucaristica: Cristo è salito per noi sulla Croce, squarciando e condividendo il mistero della sofferenza umana. E’ salito in Croce una, due, mille volte ad ogni intemperanza dell’uomo, pronto a farlo sempre, fino alla fine dei giorni e per ognuno di noi, per il recupero di ogni anima smarrita, in qualunque ora del giorno: nella logica del Signore il compenso del primo operaio della vigna è identico a quello dell’ultima ora (Mt.20,1-16). Apre così le porte del Cielo al primo redento: un ladrone pentito! Questo è il Dio della giustizia, che trascende la mente dell’uomo, il Signore del Perdono, che, scandalo a dirsi, rimette i peccati ad adultere, peccatrici, al paralitico miracolato di Cafarnao… (Mt. 9,1-18; Mc.2,1-12 Lc.5-17-26), a tutti gli infermi, ritenuti tali per punizione divina (?).

Per la sua affermazione divina, il Galileo affronta Erode, Pilato, Sacerdoti, scribi, farisei, quei sadducei non inclini ad accettare il concetto di resurrezione, non  disdegna le tante guarigioni di sabato, adeguando il sabato alla dignità ed alla sofferenza dell’uomo e non viceversa. Anche Davide, nel bisogno, non si curò della legge del Tempio, mangiando i pani della Proposizione (Mt. 12,1-8; Mc. 2,23-28; Lc. 6,1-5). Era sopportabile un uomo che non osservava la legge del sabato, ma operava guarigioni proprio di sabato, come già detto, sul cieco della piscina di Bethesda  (Siloe), sul paralizzato alla mano di Cafarnao (Mt. 12,9-13; Mc.3, 1-5; Lc 6, 6-11) e su altri sventurati, un uomo che colloquiava con i “diversi” samaritani, peccatori, adultere, che sedeva alla mensa di pubblicani (Zaccheo, Simone il lebbroso) e peccatori (Mt.9, 9-13, Mc.2, 13-17; Lc. 5, 27-32), esattori delle tasse (Matteo di Alfeo, scelto addirittura come apostolo!), che non faceva osservare il lavaggio delle mani prima dei pasti ai suoi discepoli, che permetteva agli stessi la non osservanza del digiuno (e come potevano mentre lo sposo era con loro? (Mc.2,18-22; Lc.5,32-39), che giustificava l’uso del danaro per l’acquisto di nardo, necessario a profumare il suo corpo (“i poveri li avrete sempre con voi, mentre Io sarò ancora per poco con voi”)? Questo spiccato e pragmatico anticonformismo era sacrilego e peccaminoso per la mentalità perversa ed ipocrita di scribi, farisei e sacerdoti definiti più volte ed energicamente “sepolcri inbiancati”, “razza di vipere” e sferzati con la dura espressione “Guai a voi, ipocriti…” (Mt.23,13-33; Mc.12,38-40; Lc.20,45-47), “Sono venuto e non mi avete accolto”, riservando il Regno dei cieli ai pagani: “Il Regno di Dio sarà tolto a Voi e dato a un popolo che lo farà fruttificare” (Mt. 21,33-46; Mc.12, 1-12; Lc. 20, 9-19). Esprime un duro monito contro il legame alle cose del mondo, l’avarizia (“La vita dell’uomo non dipende dall’abbondanza di quello che ha”(Lc.12,13-15), perché la notte (leggasi morte) può togliere tutto),(quindi spogliati  di quanto tu hai, abbraccia la croce e seguimi), contro gli scandali, specie verso i bambini (di grande moda oggi), che benedice ed accoglie (Mt.19,13-15 e 18,6-9; Mc.10,13-20 e 9,42-50; Lc.17,1-2), contro l’ipocrita apparenza del ricco che offre al Tempio quanto ha in esubero, rispetto alla vedova che dona solo due soldi, tutto quello che ha ! (Mc.12,42-44; Lc.21,1-4).

Cristo è soprattutto Amore, che comprende la celebrata Carità di S. Paolo, è Giustizia. Sottolineo ancora che Egli pone al primo posto l’Amore per Iddio ed il Prossimo, per i poveri e sofferenti, afflitti e perseguitati, peccatori e bambini, compresi in un unico comandamento, il più grande (Mt 22, 34-40 Mc.12,28-34). Il discorso della montagna, sulle sponde del mare di Genezareth, è la spinta rivoluzionaria del riscatto degli “ultimi”: servi e schiavi, sottomessi, umili e perseguitati, culminata con la miracolosa distribuzione del pane e dei pesci a volontà, in abbondanza e Cristo è la munificità, l’abbondanza, come l’immensità della volta celeste e le sue stelle.

Cristo è il Pastore che riunisce il suo gregge disperso (profeta Ezechiele 34,11-12,15-17) ed anche la vittima sacrificale: l’ ”agnello di Dio” preannunciato da Isaia(capo 53-12) e successivamente dal Battista sul Giordano in Betania di Transgiordania (Gv 1,29-34 e 1,35-51) e confermato dallo stesso Cristo:”Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la sua vita per le pecore.” (Gv 10,1-21).

Cristo è la Preghiera, che ci insegna nel “Pater noster” e concretizza con la pratica e l’insegnamento, è il Perdono, per tutti (“amate i vostri nemici e pregate per loro” (Mt.5,38-48; Lc. 6,26-36),la Sofferenza per la salvezza del mondo, che si compie sul Golgota, dopo il disprezzo, la tortura, l’ingiustizia, il sangue versato.

Prima di congedarsi dal mondo non si esprime più per parabole, ma parla apertamente del Padre (Gv.16,25-33), prega per sé stesso, i discepoli (Gv.17,6-19), perla Chiesa (Gv.13,20-26) e si avvia al Getsemani per l’atto sublime:”sono venuto nel mondo dal Padre e dal mondo ritorno al Padre” (Gv. 16,25-33).

Conla Resurrezione, trasforma la morte in vita, come fece in terra a Betania con Lazzaro, con la figlia di Giairo a Cafarnao (Mt9,23-26; Mc. 5,35-43, Lc. 8,49-56), con la figlia della vedova a Naim (Lc.7,11-13) e risvegliando il servo del centurione a Cafarnao e il figlio dell’ufficiale a Cana (Gv.4,43-54). Infine nel terzo giorno, elevò se stesso dalla morte, aprendo a noi la strada del suo volto.

Dà, cioè, sostanza alla vita che trascende ”il corpo”, anticipandolo e seguendolo per riaffermarlo nella resurrezione finale: l’uomo muore in Adamo e trova la vita in Cristo(S. Paolo, lettera ai Corinzi 15,20-26.28).

E’ l’emanazione divina che divulga il messaggio del Padre all’uomo ed è la carne che si carica di ogni problematica umana per ascenderla al Cielo. E’ la mediazione sacerdotale tra terra (uomo) e Cielo (Padre), che completa in Lui il destino del mondo ela SantaAlleanzaalla fine dei giorni, con la consegna e la sottomissione di “tutto” al Padre e la consacrazione della nostra perpetua adesione al Suo Regno.

Nella regalità del Cristo trova compimento ogni episodio e simbolismo biblico: l’Agnello pasquale in Gesu, vittima sacrificale, la manna in Eucarestia, l’acqua del diluvio, di Mosè, del Battista, come già detto, nel battesimo, l’acqua che sgorga dalla roccia nel liquido sieroematico del costato di Cristo crocifisso, il serpente di bronzo elevato che salva dai rettili nello sguardo a Cristo Redentore dai nostri peccati, elevato in Croce, l’Arca dell’alleanza nella Chiesa, come nuova alleanza oltre ogni confine di tempo e spazio.

Di Cafarnao, che abitò dopo il battesimo, Corozain, Betsaida, dove si espresse con tanti miracoli, restano pietre a cuocere al sole, schiaffeggiate da un impietoso vento selvaggio, quelle pietre che avrebbero dovuto parlare, oggi tacciono ed in muto silenzio affermano la storia di Cristo e della gente che lo seguì o rinnegò. Come la maledizione allo sterile fico, che perì (Mt.21,18-19 e 21,20-22; Mc.11,12-14 e 11-20-26), così la sua voce si alzò minacciosa, quasi ad uguagliare la condanna di Sodoma e Gomorra: “ Guai a te, Corozain”, “Guai a te, Betsaida”, “e tu, Cafarnao, all’inferno sarai sprofondata” (Mt. 11,20-24; Lc. 10, 13-15).

E noi, fermi ad Emmaus, chiediamo a quel volto mai visto: “si fa sera, resta con noi”.

In quel volto rileggo me stesso, a Sua immagine, che Lui e il Padre fecero nel disegnare il mondo ed il destino degli uomini.

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