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Covid: finita era globalizzazione

Inserito da on 17 aprile 2020 – 10:01Un commento

Vincenzo Petrosino*

Forse  troppi falsi idoli e santoni circolavano nell’era della globalizzazione e ci siamo spinti oltre il lecito nell’obbiettivo di creare una interdipendenza tra i vari Stati, credendo fosse vincente.

Alla fine è accaduto qualcosa di inaspettato, ma prevedibile, che sta segnando la fine di un’era e ci sta indicando la necessità di riprogrammare le strategie economiche e commerciali finora conosciute e fin qui utilizzate.

La pandemia legata al coronavirus terminerà, con l’uomo che prima o poi riuscirà a trovare una soluzione medica alla malattia… ma quanto saranno modificati in seguito i comportamenti umani? E per quanti anni?

E’ un pezzo di storia che termina lasciando macerie economiche certe. Tra le conseguenze certe vi sarà la riduzione degli spostamenti.

Per molto  tempo la gente resterà all’interno di una nazione, difficile prevedere aeroporti pieni, navi da crociere zeppe di persone, difficile pensare all’assalto alle agenzie di viaggi per organizzare vacanze all’altro capo del mondo… e così via.

Per tanto tempo, anche in modo dispregiativo, ho sentito dire: “Allora bisognerà limitarsi a zappare la terra? Viaggiare a dorso d’asino?”

Forse non sarà proprio così, ma quanti in questo momento di segregazione, di quarantena, di difficoltà, vorrebbero non essere in città e magari avere un pezzetto di terra con 4 carciofi, due pomodori e qualche piede di insalata e camminare nel proprio terreno?

Forse sarebbe anche opportuno che riscoprissimo ciò che da tempo abbiamo troppo trascurato.

Forse sarebbe opportuno iniziare a far vedere ai propri figli che  la noce cresce sull’albero, nel mallo e non alla Conad, e che le uova esistono grazie alle galline e che da una chioccia nascono i pulcini.

Senza estremizzare, credo che il Coronavirus ci abbia innanzitutto ricordato che esiste anche il regno animale, quello vegetale e che la “potenza stessa della natura” sia da rispettare sempre, su questa terra che noi abitiamo solo “per qualche momento”.

Non c’è nulla da fare, oggi bisogna riprogrammare gli schemi economici, commerciali e sociali.  Le risorse devono essere indirizzate verso cose semplici e semplici valori.

Sbagliavano forse i tanti giovani che, in controtendenza, invece di diventare rampanti manager compravano terra e coltivavano fragole o mungevano capre e facevano formaggi?

Oggi abbiamo la grande opportunità di iniziare a pensare in modo diverso, con i fondi pubblici che dovranno servire per mettere in sicurezza l’Italia, le montagne, le stradine dei piccoli paesi, per riscoprire piccoli luoghi che potrebbero diventare un’occasione per il turismo, per aiutare il piccolo commercio, per iniziare a consumare i prodotti raccolti nelle nostre campagne… e non fare marcire le arence e i pomodori senza poterli raccogliere.

L’economia, quella che oggi sta accusando colpi tremendi dalla pandemia, è organizzata  per favorire i pochi a danno dei molti… Troppo facile mettere in cassa integrazione centinaia di operai, e aspettare, pur avendo “i soldi in tasca” altri soldi dallo Stato per investire in modo da far ripartire le aziende.

Iniziamo allora a dar soldi al calzolaio del quartiere o al droghiere sotto casa o al  piccolo artigiano in difficoltà.  Insomma, ripartiamo prima dal basso e non dalle mega aziende rappresentate da mega associazioni di categoria con sedi megagalattiche presiedute da milionari che dispensano perle di saggezza… con il portafoglio pieno.

Evitiamo che lo Stato sperperi i soldi per fare ripartire l’Italia… in modo ancora sbagliato.

Oggi non serve il ponte sullo stretto e forse neppure la Tav e neppure i mega aeroporti ogni 50 km, così come aerei e navi… consentiamo al pescatore di comprare e mantenersi la barca con il materiale per pescare, consentiamo all’arrotino di mantenere la bottega aperta e al manovale di avere un reddito decente. 

Consentiamo ai medici , al personale infermieristico di lavorare in serenità e in sicurezza , diamo un poco di importanza alla

“ meritocrazia “ , riportiamo i nostri figli e cervelli in Italia…

Molti ministri hanno compreso che bisogna virare e bene, organizzano riunioni e dirette con giornalisti, si parla ora di ” modificare tante cose ”

Che non restino solo carte,promesse, buoni propositi, trattati e tavoli tecnici e non si cerca di risolvere i problemi  dando soldi  “alle stesse orchestre di un tempo  “…..

Riconvertiamo le aziende con criticità a nuove produzioni che possano fin da subito diventare modelli di sviluppo per i prossimi anni. 

Utilizziamo la pandemia, ad esempio, come opportunità per far partire fin da subito una nuova filiera basata sulla cosiddetta “green economy”.

Dal male, cerchiamo l’opportunità che ci viene offerta per riuscire a correggere  i grandi  errori del passato in modo da ridisegnare davvero un mondo che sia più equo e sostenibile.

*Oncologo Chirurgo- Salerno-

 

Un commento »

  • DentroSalerno scrive:

    L’idilliaco tenore di una vita bucolica da trascorrere a contatto con la natura per assaporare i frutti genuini della terra e insegnare ai figli ad esempio come si originano le “noci” oppure che sono le galline a fare le “uova” e “i pulcini”, rappresenta sicuramente quanto di meglio ci possa essere per aspirare ad una esistenza non disturbata dai tanti “inconvenienti della vita moderna”.

    C’? per? un ma. Un siffatto modello di vita quanto ? perseguibile nei vai livelli della popolazione? Al 30%, al 60%? E la quota parte esclusa accetterebbe volentieri di essere privata dei … vantaggi offerti dalla vita all’aria aperta o non si ribellerebbe per non essere stata ammessa a godere di certi privilegi?

    Credo che bastino questi semplici interrogativi per confermare il mio dubbio sull’elogio della vita campestre diffuso dal dr. Petrosino.

    Da Archimede a Pitagora, da Ippocrate a Trotula de Ruggiero, da Galilei a Newton, da Volta a Marconi, da Madame Curie a Fermi, ma le citazioni potrebbero essere tantissime, l’umanit? non ha mai smesso di aspirare a raggiungere nuove mete per ottenere quei risultati ritenuti dalla maggioranza indispensabili per migliorare il proprio vivere quotidiano, oltre naturalmente che per accrescere le proprie conoscenze.

    Questo almeno ? stato il fine di chi si ? cimentato nei vari settori per conseguire il “progresso” e anche per andare oltre, perch? notoriamente gli uomini non sono fatti per “vivere come bruti”. (cfr. Dante)

    Ci? detto, bene fa chi demonizza quanti sono pronti a realizzare – sempre ovunque e comunque – impianti di ogni tipo, senza badare a possibili danni ricadenti su persone e ambiente.

    Ma neanche si pu? attribuire un credito incondizionato a chi fa di certi temi, incentrati sulla inderogabilit? degli equilibri ambientali, un uso assoluto che non ammette discussioni. N? che, passata una rovinosa calamit?, la necessaria ripresa debba cominciare inderogabilmente dalla cosiddetta “economia di quartiere”, quasi fosse l’unica idonea ad assicurare una ripresa “di scala” che coinvolga tutti i gangli della societ?.

    La recente improvvisa calamit? del Coronavirus ha imposto l’adozione di misure eccezionali, fra queste quella del quasi totale svuotamento di strade e piazze delle citt? dalla presenza di autovetture. Innumerevoli sono state le manifestazioni di adesione a questa misura, dato il nuovo riposante aspetto assunto dai luoghi.

    Mi frena tuttavia dall’aderire a questa posizione la convinzione che, passata l’emergenza, quelle stesse strade e piazze ritorneranno a essere interessate da traffici caotici e picchi di inquinamento ambientale. Allora ? illusorio pensare che si possa rinunciare sic et sempliciter a certi comportamenti, divenuti ormai connaturati al modo di sentire delle persone.

    Corretti e condivisibili tutti i tentativi miranti alla riduzione dei danni indotti, ma non va tuttavia impedito che un “progresso vigilato” possa fare il suo corso.

    Sono tanti i condizionamenti imposti ad esempio all’industria pesante, costretta in alcuni casi ad interrompere la sua produzione. Eppure non si pu? ignorare che dai suoi impianti escono, ad esempio, anche le materie prime occorrenti per la costruzione di tante apparecchiature medicali. Oppure i componenti per allestire apparecchiature e mezzi meccanici ormai indispensabili per l’agricoltura, per l’edilizia, per la navalmeccanica e cos? via. Cio? si pu? dire per tutti i componenti della filiera che presiede all’economia delle nazioni e al vivere civile delle genti.

    Forse si pu? mettere in dubbio che si tratti di cose divenute ormai indispensabili e che le moderne tecnologie siano sempre “in progress”?

    C’? giustamente anche una corrente di pensiero che attribuisce l’insorgere di “certi bisogni” solo alle aberrazioni consumistiche della moderna societ?, indotte da una martellante serie di richiami pubblicitari.

    Non ? una affermazione del tutto peregrina, ma va presa “cum grano salis”.

    Allora sorge una domanda: ? pi? opportuno consentire il funzionamento degli impianti dotandoli dei massimi standard di sicurezza interni e esterni tecnicamente conseguibili, oppure tenerli improduttivi perch? privi di requisiti stringenti e quindi potenzialmente dannosi?

    ? ovvio che la risposta sia ardua.

    Ma una scelta decisionale si impone, fermo restando che un corretto e produttivo confronto fra le opposte posizioni serve comunque per una revisione propositiva dei propri convincimenti.

    Una materia molto controversa riguarda l’ubicazione degli aeroporti.

    Dai tempi di Icaro, l’uomo ha coltivato l’ispirazione a sollevarsi dal suolo e non solo in senso allegorico, ma proprio fisicamente.

    Dopo molti secoli e le ipotesi intuitive di Leonardo da Vinci, i fratelli Wright si accreditarono come i pionieri del volo; poi seguirono le imprese di altri eroi dello spazio quale Lindberg o la Squadriglia dei Sorci Verdi, autori delle prime storiche trasvolate oceaniche, fino ai voli spaziali.

    Il settore ha visto nei secoli scorsi un eccezionale salto di qualit? esteso a tutto il mondo, coinvolgendo interessi sia civili che militari. La possibilit? di accorciare le distanza, coprendo tante miglia in poche ore, costituisce un appeal a cui ormai non si sa rinunciare sia per viaggi di piacere che di lavoro.

    Tutto questo tuttavia pu? avvenire se a terra si dispone di idonee piste e strutture al contorno che consentano le attivit? di atterraggi e decolli.

    E qui sorge il problema: dove realizzarle?

    Per renderne agevole il raggiungimento, l’ideale sarebbe la maggiore vicinanza ai luoghi abitati.

    Ma il loro uso sarebbe in contrasto con la necessit? di salvaguardare le popolazioni dagli inquinamenti provocati dal volo degli aerei.

    In effetti, questo aspetto ? dirimente e rappresenterebbe un impedimento a qualsiasi iniziativa, anche perch? si possono individuare altri motivi ostativi.

    Immaginiamo un aeroporto nel cuore della foresta amazzonica. Il primo centro abitato certamente sarebbe distante molti chilometri. Sicuramente nessun disturbo e quindi rischi per popolazioni e ambiente. Ma, quante centinaia di alberi ? necessario abbattere per creare la pista e le laterali vie di fuga?

    Dopo il disastroso crollo del ponte Morandi a Genova, si ? partiti subito per la ricostruzione di quel manufatto, indispensabile per la viabilit? cittadina e oltre.

    Con giusto orgoglio si viene informati che il lavori procedono speditamente. Vengono anche diffuse le immagini della posa in opera di gigantesche campate composte da cemento e acciaio.

    Ecco, l’acciaio!! Potrebbe provenire anche dall’ILVA di Taranto. Fortuna che chi ne ha a lungo chiesto e sollecitato la chiusura, non abbia avuto il sopravvento. Si sarebbe dovuto ricorrere a fornitori esteri. Ben vengano tutte le pi? stringenti misure per il controllo ottimale delle emissioni inquinanti che si registrano entro e fuori da questi impianti. Ma si scongiuri ogni tentativo di vietarne l’esistenza, paralizzandone sviluppo e crescita tecnologica.

    Non c’? realizzazione in qualsiasi campo che non imponga un “sacrificio”. Da un recente servizio televisivo riguardante la Citt? del Vaticano si ? appreso che per la costruzione del Cupolone le maestranze, sotto la direzione di Michelangelo e poi di Jacopo Della Porta, impiegarono parecchie migliaia di pali e paletti di legno per la sagomatura delle numerosissime centine. L’approvvigionamento di tale materiale avvenne previa abbattimento di interi boschi e privando le aree circostanti di salutari polmoni di verde.

    Ecco quindi come un capolavoro dell’architettura, indelebile testimonianza della geniale inventiva del suo autore, prese corpo e si materializz?, anche se a scapito di una operazione non propriamente ortodossa.

    Caso analogo per la Cattedrale di Notre Dame de Paris, recentemente distrutta da un furioso incendio. Questo ha interessato proprio la copertura realizzata con l’impiego di 500 tonnellate di legno di quercia, pari a 21 foreste fatte fuori per esigenze ritenute di ordine superiore.

    Anche la telemedicina, ormai avviata a diventare un diffuso strumento per la cura delle persone, deve la sua ragion d’essere allo sviluppo della filiera dei sistemi di comunicazione a distanza, via via incrementati e perfezionati dopo la geniale intuizione di Guglielmo Marconi.

    E quali altre infinit? di applicazioni ha avuto quella invenzione, a cui sfido chiunque sarebbe disposto a rinunciare?

    Sono considerazioni di buon senso, che certamente non intendono opporsi a chi evoca un ritorno all’et? della pietra, ma che tuttavia portano a riflettere sulla natura e le aspirazioni dell’uomo che non ? fatto per autodistruggersi, ma alla lunga sa trovare gli anticorpi per rimediare anche ai suoi errori.

    ? anche vero, e deve essere oggetto di prioritarie riflessioni, il fatto che, nonostante tanto progresso, l’umanit? continua a convivere con situazioni di “non progresso” anzi di regresso verso forme esistenziali primordiali o di indigenza, carestia, fame, malattie epidemiche. Mentre altre calamit? quali guerre, distruzioni, disastri ambientali, ecc. fanno da triste contraltare agli sviluppi ottenuti con i progressi conseguiti in campo scientifico, umanistico, artistico, sociale, comunque visti come una innegabile vittoria dell’intelligenza umana.

    Gaetano Perillo

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