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I motivi della caduta del fascismo: l’opposizione al fascismo fino alla caduta di Mussolini

Inserito da on 2 aprile 2020 – 00:00No Comment

Gennaro Tedesco

La guerra di Etiopia, voluta da Mussolini soprattutto per motivi di prestigio, fu il momento di massimo consenso al regime fascista. Ma se questo è vero, è anche vero che il conflitto etiopico dimostra i legami del fascismo con la grande industria in quanto quella campagna militare condotta in Africa non fa altro che gli interessi della grande industria che ne ricava enormi profitti vendendo al regime tonnellate di materiale bellico. Il primo indebolimento della dittatura, d’altra parte, viene proprio dalla guerra d’Etiopia che sembrava dovesse rafforzare il regime. Infatti il duce che più volte aveva dichiarato pubblicamente che mai avrebbe permesso ai tedeschi l’occupazione e l’annessione dell’Austria (si pensi alle dichiarazioni di Mussolini dopo la morte del cancelliere austriaco Dollfuss), dopo l’intervento italiano a fianco dei tedeschi nella guerra di Spagna e dopo che le sanzioni economiche lo avevano avvicinato ancor di più al nazismo, non fa nulla e non si muove affatto, quando Hitler, approfittando della guerra d’Etiopia, delle conseguenze negative che essa comportava per il fascismo e del fatto che in quella situazione il dittatore italiano non poteva certo mobilitare truppe ai confini dell’Austria, decide l’invasione dell’Austria.Per il fascismo è quasi la fine di un sogno, certamente la fine di quel sogno di prestigio che il regime aveva rincorso per tanto tempo e che forse aveva conquistato molti italiani che pure aderenti al fascismo non lo erano mai stati. Inoltre la gente in Italia non poteva comprendere il motivo dell’intervento fascista in Spagna anche se esso non era ufficiale, perché tanti italiani dovessero andare a morire in una guerra non sentita, non voluta, così lontana e così estranea. Molti già da allora cominciavano a capire la vera natura del fascismo. Le leggi razziali antiebraiche del ’36 accentuarono il distacco di molti di quei “borghesi” su cui si era appoggiato il movimento fascista per la conquista del potere. Lo stesso Vaticano prese posizione contro queste leggi. Lo stesso Mussolini un tempo aveva affermato che mai le avrebbe applicate in Italia: il cambiamento d’opinione al riguardo confermava agli occhi degli italiani la subordinazione in cui ormai si trovava il duce rispetto ad Hitler.

Nell’ottobre 1936 c’era stato “l’asse Roma-Berlino” in conseguenza delle sanzioni, il 7 maggio Mussolini annuncia “il patto d’acciaio”. A conferma dell’antipatia antitedesca che regna in Italia si dice ci siano stati a Milano delle dimostrazioni contro questo accordo. Un abisso si spalanca tra il regime e gli italiani quando Mussolini decide di entrare in guerra a fianco dei tedeschi. A questo proposito si sono dette tante cose: certo è che era impossibile e comunque da escludere che il duce non sapesse delle reali condizioni in cui si trovava il Paese. Ancora una volta il dittatore vuole giocare d’azzardo: si tratterà di una breve passeggiata militare a cui l’Italia contribuirà insieme ai nazisti con qualche migliaio di vittime accaparrandosi poi i frutti della vittoria. Il Paese entra in guerra completamente impreparato: l’industria bellica non può sopperire ai bisogni di un’altra guerra non solo perché le precedenti condotte dal fascismo l’hanno quasi prostrata ma anche perché il tenore tecnologico è molto basso e comunque molto inferiore a quello tedesco. Anche l’agricoltura è in crisi grazie alla insostenibile politica autarchica del regime. Come recentemente confermato in un libro dal titolo “Fascismo e capitalismo”, i vertici militari che avrebbero dovuto guidare il Paese in guerra erano in un completo marasma dovuto in gran parte allo stesso duce. Le condizioni della popolazione che già con gli accordi di Monaco aveva manifestato la sua totale avversione alla guerra erano disperate. “

Negli ultimi dieci anni il salario orario dei lavoratori si era ridotto del 3 per cento e il totale della calorie pro-capite era sceso da 2806 a 2723, segno che il popolo aveva avvertito le conseguenze delle avventure militari di Mussolini e che il suo tenore di vita si stava pericolosamente avvicinando ai minimi vitali.” Dopo un primo periodo di vittorie, la guerra volge a sfavore delle forze italo-tedesche. Le sconfitte in Grecia, in Albania, in Africa mettono a nudo le deficienze incredibili dell’apparato bellico fascista. Insomma, la guerra è un vero e proprio disastro.

Cominciarono nel ’43 i bombardamenti su Roma e lo sbarco in Sicilia. Per l’Italia è ormai la fine. “Il morale della popolazione era sempre più depresso, le razioni sempre più scarse, i bombardamenti sulle città sempre più frequenti e più rovinosi. Il peso della guerra gravava soprattutto sulle classi meno abbienti. Dal 1939 al 1943 il costo della vita, nonostante razionamenti e calmieri, era salito da un indice 22 a 164, mentre l’indice dei salari per lo stesso periodo era sceso da 90 a 80. Il disinteresse per l’andamento della guerra era sempre più diffuso, sfuggire ai bombardamenti, trovare il necessario ad integrare le razioni di fame, in una parola sopravvivere diventava la preoccupazione principale d’ognuno.” Ma come si presenta la situazione agli occhi della classe dirigente? Mussolini stesso si rende conto probabilmente che la partita per l’Italia è chiusa. Gli industriali che mai avevano cessato di intrattenere rapporti d’affari con gli alleati (basti qui ricordare la FIAT che aveva filiali intatte in America) avvertono per primi la necessità di mettersi al sicuro abbandonando il fascismo e Mussolini, per puntare a un accordo con i partiti antifascisti e gli alleati.

I vertici militari e amministrativi rimangono fedeli al re e alla corte. Al re da più parti si fanno pressioni affinché convinca Mussolini ad abbandonare i tedeschi: come se Hitler lo avesse impunemente permesso. Un tentativo del generale Ambrosio e di alcuni fascisti di convincere Mussolini a parlare chiaro a Hitler non ottenne alcun risultato. Nel frattempo nel nord a marzo del ’43 c’erano stati parecchi scioperi soprattutto a Milano e Torino da cui erano partiti. “Nonostante le agitazioni sindacali si fossero già avute nell’estate precedente, per le loro dimensioni e il loro significato gli scioperi di marzo potevano essere considerati la prima aperta manifestazione contro la guerra e contro il fascismo, segnando dopo molti anni di assenza, il ritorno dell’opposizione organizzata contro il regime. La giustificazione ufficiale degli scioperi era la richiesta di aumenti salariali resi urgenti dall’alto costo della vita, ma il loro reale obiettivo era politico. Gli scioperi erano stati preceduti da una intensa azione di propaganda impostata su rivendicazioni sindacali e su una tematica politica contro Mussolini e la guerra. Essa era stata svolta da un piccolo gruppo di agitatori (non più di una ottantina sui 20000 operai della FIAT Mirafiori) appartenenti all’organizzazione clandestina del partito comunista che dopo la graduale riduzione dell’opposizione organizzata al regime era tra i partiti antifascisti il primo a riaccenderla. Da Torino dove in pochi giorni riusciva a coinvolgere ben 100000 operai il moto si sposterà a Milano dove gli operai della Pirelli, della Falk e della Marelli il 24 marzo entravano in sciopero.”

Il governo, non potendo intervenire  con la forza, dovette piegarsi alle richieste degli scioperanti. Lo stesso Churchill aveva affermato che Mussolini era l’unico responsabile della guerra. Quindi il gruppo dirigente, gli industriali e il re credevano che, eliminato Mussolini, si sarebbe potuto patteggiare con gli alleati più vantaggiosamente. Non dimentichiamo che i vertici militari stavano tutti dalla parte del re. D’altra parte Churchill e la corona inglese volevano che fosse la monarchia a portare l’Italia fuori dalla guerra e che questa istituzione rimanesse anche dopo. Forte di questi appoggi, il re prepara il piano per eliminare Mussolini e sostituirgli Badoglio, suo servitore fedele.

E’ qui che entrano in scena i partiti che, come si vedrà, non ebbero alcun peso nell’eliminazione di Mussolini. “Anzitutto non bisogna dimenticare che i partiti soppressi uno dopo l’altro dalla legge di PS del 6 novembre 1926 (la quale lascerà sussistere solo il partito unico, il partito fascista) vivono un’esistenza clandestina, non possono agire che clandestinamente.” Una prima intesa, ma limitata, c’era stata tra tre partiti dello antifascismo di sinistra all’estero: il partito comunista, il promotore dell’intesa, i socialisti e gli azionisti. Tra i partiti dell’antifascismo l’unico che sia riuscito a mantenere centri clandestini in Italia è il partito comunista a prezzo di gravissime perdite umane.

Infatti fino ai primi anni trenta il centro comunista di Parigi dove si erano rifugiati i dirigenti del PCI era riuscito a tenere collegamenti e cellule a costo di gravi sacrifici, ma dopo gli anni trenta l’OVRA, la polizia politica fascista smantellava l’organizzazione comunista. Il PCI usciva dalla politica del Socialfascismo e all’interno del Komintern partecipò alla guerra di Spagna iniziando così la resistenza al fascismo. Come il Pd’A e i socialisti, era per un rinnovamento completo dello stato prefascista rivendicando come tanti anni prima Gramsci la mobilitazione e la partecipazione attiva delle masse operaie e contadine all’abbattimento del fascismo. Comunque già nel ’42-43 dal centro estero di Parigi si infittiscono gli invii di militanti al fine di organizzare nel migliore dei modi una rete clandestina, approfittando dello sfacelo in cui ormai si trovava la dittatura dopo i disastri del conflitto e del conseguente allentamento della sorveglianza ai confini. “Si tratta di un’organizzazione quasi militare. Di tutti i partiti, perciò, quello comunista è il più preparato.” Sono i comunisti, insieme ai socialisti, ad organizzare o quanto meno a spingere gli operai di Torino e di Milano a scioperare contro il regime nel marzo del ’43. Il PCI non solo fu importante nella lotta al fascismo per la sua organizzazione, ma anche per la sua elasticità politica che nel ’43, poco prima del 25 luglio, divenne mediazione tra i due poli dell’antifascismo per il superamento delle divisioni all’interno di esso. I socialisti potevano contare su piccoli gruppi locali attivi, ma di scarso rilievo. Potevano certamente attingere alla loro tradizione tra le masse, ma sicuramente era impossibile in quel momento.

All’interno del fronte socialista anch’esso costretto all’esilio in Francia c’erano molte divisioni risalenti a prima e dopo l’instaurazione della dittatura. Il PSI non poteva fare affidamento su una pur minima organizzazione come i comunisti o i democristiani in quanto soprattutto rispetto ai comunisti proprio allora ricominciava la sua ricostruzione. Era un partito fortemente antimonarchico che non accettava alcuna collaborazione con il re. Come i comunisti e gli azionisti, era per un rinnovamento completo, dalle fondamenta, dello stato prefascista. “Ai primi dell’agosto 1943 PSI, MUP e UP si fondevano in un unico partito il PSIUP. Era un incontro tra il socialismo tradizionale, nelle sue componenti riformista e massimalista, rappresentato dal PSI, e le giovani leve che si sentivano attratte dal grande prestigio del vecchio partito, ma che vi arrivavano con idee e esperienze nuove, destinate ad alimentare altre polemiche ed altre divisioni.”

Altro partito dell’antifascismo, ma questo completamente nuovo nel panorama politico italiano, era il partito d’azione (Pd’A) sorto dal movimento clandestino Giustizia e Libertà fondato dai fratelli Rosselli. Anch’esso rivendicava una rifondazione totale dello stato. Questo movimento politico era alla ricerca di una mediazione tra le due correnti ideologiche protagoniste in epoca prefascista: il liberalismo e il socialismo, di qui quello che sarà poi il liberalsocialismo. Vari gruppi confluiscono e si riconoscono nel Pd’A. Dal gruppo dei fratelli Rosselli a quelli gobettiani, dai radical-repubblicani di Ferruccio Parri (il famoso Maurizio), ai liberal-socialisti di Guido Calogero. Gli azionisti saranno i più intransigenti repubblicani attribuendo alla monarchia l’instaurazione del fascismo. Insieme ai comunisti gli azionisti sono stati gli unici a continuare attività clandestine in Italia. “Si potrebbe osservare che mentre l’azione clandestina dell’estrema sinistra resta sempre salda intorno al partito e da esso promana, quella democratica, al contrario, si distacca dai vecchi partiti e rimane sul principio movimento, gruppo, per costituirsi solo in seguito in partito. E’ un fatto non privo di conseguenze che dimostra la volontà dei democratici coerenti di andare oltre le vecchie formazioni politiche precedenti il 1919 e di superare la loro azione e i loro obiettivi.”

Ricompare anche il partito cattolico, Democrazia cristiana, sorto sulle ceneri del vecchio partito popolare. I cattolici, ovviamente, sono appoggiati in pieno dal Vaticano di cui sono il braccio secolare. Nella Città del Vaticano si è rifugiato colui che sarà il leader supremo della Democrazia cristiana, De Gasperi. I cattolici, come e più dei comunisti, possono contare su una vasta e capillare organizzazione, quella dell’Azione cattolica. “L’Azione cattolica significa il clero, significa un influsso morale e quindi politico che si estende da un capo all’altro a tutta l’Italia.” La Democrazia cristiana non era certamente un partito rivoluzionario e anzi voleva

semplicemente restaurare il vecchio stato prefascista magari con la stessa monarchia.

Quindi esso già allora era un partito moderato che non intendeva minimamente mettere in dubbio l’assetto economico e politico del decrepito stato liberale prefascista. Da ciò è facile spiegarsi l’alleanza “naturale” con i liberali.

I liberali erano i meno colpiti dalla repressione fascista, ma anche i più compromessi col regime di cui prima avevano favorito l’ascesa e poi lo avevano consolidato. Essi si riorganizzavano nei “Gruppi di ricostruzione liberale”, una specie di movimento. Loro capo carismatico era Benedetto Croce. Essi erano i più timorosi di una mobilitazione di massa contro il fascismo vedendo in essa soltanto una pericolosa sovversione. D’altra parte lo stesso Croce più volte aveva tenuto a precisare che il fascismo era solo un accidente nella storia italiana, una malattia momentanea e come egli stesso affermò “una invasione degli Iksos”. Quindi, l’istituto monarchico doveva rimanere intatto a garanzia della continuazione dello stato liberale prefascista, al massimo potendo concedere agli altri componenti dell’antifascismo l’abdicazione di Vittorio Emanuele III. Comunque i liberali erano gli unici a conservare contatti a corte, nell’alta finanza e nell’amministrazione. I partiti antifascisti, tranne i comunisti che d’altra parte da poco prima del ’43 avevano cominciato a costituirsi come organizzazione attiva all’interno del Paese e quindi erano agli inizi, non avevano solide basi e del resto la scure repressiva fascista non disarmava rimanendo ancora attiva. Non dimentichiamo poi che il regime poteva contare sulle forze armate a cui l’opposizione non poteva contrapporre che pochissimi e male armati gruppi di militanti ristretti per lo più ai partiti di sinistra, azionisti, socialisti e comunisti che nulla potevano contro l’esercito.

“Un’azione concertata di partiti antifascisti comincerà ad abbozzarsi nella primavera del ’43. A Roma il 27 aprile si forma un comitato d’azione di cui fanno parte socialdemocratici (Bonomi), liberali (Bergamini e Casati), socialisti (Romita) e democristiani (De Gasperi). Quasi contemporaneamente a Milano se ne costituisce un secondo che raccoglie esponenti del partito comunista (Concetto Marchesi), del MUP (Basso), socialisti azionisti (Lombardi) e democristiani (Giovanni Gronchi). L’obiettivo dei due comitati – la liquidazione del regime fascista – è lo stesso, ma diversi sono i loro orientamenti e le loro impostazioni politiche. Il primo, formato da esponenti moderati, rappresentanti della democrazia prefascista, puntava su una collaborazione con la monarchia; il secondo, espressione dell’antifascismo di sinistra, mirava a rovesciare il regime attraverso un’azione popolare e diretta. I comunisti e per essi Concetto Marchesi, rettore dell’ateneo padovano, faranno opera di mediazione tra i due comitati per un fronte unitario che unisca i partiti antifascisti e la monarchia, ma inutilmente; fin da allora si delineava netta l’intransigenza dei socialisti e azionisti a venire a patti con il re a cui essi imputavano le stesse colpe del fascismo.” Era una situazione drammatica che certo non favoriva nel complesso il pur eterogeneo fronte antifascista che rivelava anche ai più sprovveduti le profonde spaccature che lo laceravano. Le cose comunque e fortunatamente sono destinate a mutare e positivamente. L’accordo infatti “verrà raggiunto solo alcuni giorni prima del 25 luglio: i ‘milanesi’ acconsentivano a sollecitare l’intervento della monarchia e i ‘romani’ ad accettare il ricorso alla azione popolare se la monarchia non si fosse mossa. Ma l’accordo risulterà inutile: nessuno dei due comitati riuscirà ad inserirsi nell’azione che doveva portare al 25 luglio ad influenzarne gli sviluppi. Già ai primi di giugno Bonomi aveva chiesto e ottenuto un incontro col sovrano, ma Vittorio Emanuele aveva eluso i suggerimenti del vecchio uomo politico che lo esortava a servirsi dei suoi poteri costituzionali e a deporre Mussolini e il colloquio si risolveva in un nulla di fatto”.

Il re aveva paura, accordandosi con i partiti antifascisti, di dovere poi rispondere ad essi delle proprie complicità col fascismo, di essere insomma eliminato dalla scena politica. Ma ancor più paura gli metteva il pericolo che il ricorso alla mobilitazione delle masse che pure chiedevano i partiti di sinistra, facesse evolvere la situazione politica in senso ancor più radicale di quanto potesse immaginare. Il vecchio timore del sovversivismo riaffiorava e consigliava “il re a servirsi esclusivamente dell’esercito, sulla cui fedeltà e sul cui agnosticismo politico poteva totalmente contare. Pertanto all’episodio che porterà alla caduta del regime, i rappresentanti dell’antifascismo rimarranno estranei. Impedendone la partecipazione, la monarchia si tutelava contro possibili incognite, ma, al tempo stesso, rifiutando di associarseli proprio nel momento decisivo della lotta contro il regime, si isolava dal Paese e inaspriva i sentimenti antimonarchici dell’antifascismo, rendendo inevitabile che si ponesse la questione istituzionale.”

Ormai alle strette, continuamente bersagliato dalle pressioni degli ambienti di corte e dell’amministrazione, resosi conto che il duce mai abbandonerà il suo posto e d’altra parte volendo tutti la testa del dittatore, sperando così di salvare il salvabile, il re si vede costretto ad agire. Egli investe dell’operazione di destituzione del dittatore i militari che gli sono tutti fedeli. Il monarca provvede anche al successore di Mussolini: sarà il maresciallo Badoglio, fedele servitore della corona. Ma quando tutto è pronto, ecco che a dargli una copertura ufficiale interviene la rivolta dei gerarchi. Grandi, Bottai, Ciano e per altri motivi Farinacci informarono dell’intenzione di esautorare il duce nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo. Essi credevano che, così facendo, eliminando cioè Mussolini, avrebbero potuto salvarsi e continuare un fascismo senza Mussolini. Come si è detto, lo stesso Churchill abilmente attraverso la propaganda aveva additato agli italiani come unico responsabile della guerra Mussolini. Essi speravano che, sbarazzandosi del duce di cui pure avevano condiviso in pieno le responsabilità, avrebbero potuto continuare impunemente a restare al potere. Dopo la messa in stato d’accusa di Mussolini sarebbe stato facile e “legale” per la monarchia esautorare il dittatore. “La seduta del Gran Consiglio, cominciata alle 5 del pomeriggio di sabato 24, terminava alle 4 del giorno successivo. Dopo una sbiadita relazione di Mussolini sulla situazione militare, la opposizione si manifestava prima cauta e circospetta, poi aperta e violenta, per raggiungere i suoi momenti più drammatici col discorso di Grandi. Una requisitoria serrata contro le degenerazioni del fascismo e le colpe di Mussolini. Parlarono Ciano, Bottai e Federzoni, poi fu la volta di Farinacci. L’odg Grandi veniva approvato con una maggioranza vistosa: 19 voti favorevoli, 7 contrari.” Per Mussolini era la fine. “Nel pomeriggio del 25 luglio Mussolini si recava a Villa Savoia per una normale udienza reale. Vittorio Emanuele, benevolo ma ormai resoluto, lo pregava di lasciare la sua carica e lo informava che il nuovo capo del governo era Badoglio. Uscito dalla palazzina dove era avvenuta l’udienza trovava ad attenderlo una autoambulanza militare e alcuni carabinieri che lo prendevano in consegna per assicurargli quell’incolumità che il re gli aveva garantito, ma soprattutto per isolarlo dai tedeschi e usarlo come ostaggio contro un’eventuale reazione dei fascisti.” Ma non ci fu alcuna reazione, segno evidente del disfacimento del fascismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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