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I Sogni di San Giuseppe

Inserito da on 26 marzo 2020 – 00:00No Comment

 don Marcello Stanzione

Fin dai primi tempi del cristianesimo, quando gli scrittori presentavano la storia dell’incarnazione, si nominavano le apparizioni di un angelo e si riporta­vano le sue parole. Nessun dubbio negli antichi autori sul collegamento della storia di Gesù con i messaggi angelici, da loro esaminati alla luce della mentalità biblica. Nei loro scritti gli angeli vengono considerati come gli abitanti del cielo, inviati da Dio, imperso­nando in tal modo il mondo terreno (cf. Eb 12, 22).

Già nell’Antico Testamento l’apparizione di un angelo serviva come mezzo di comunicazione di Dio con gli uomini, soprattutto con persone elette e chiamate a realizzare un particolare compito umano e religioso. Non sempre erano apparizioni in forma visiva. Spesso si trat­tava soltanto di intuizioni interiori o di sogni, come era accaduto a Giuseppe. Però i sogni biblici entrano nell’ambito della rivelazione divina. Vanno considerati come mezzi legittimi e talvolta necessari per trasmet­tere nel mondo una comunicazione divina che l’uomo deve interpretare sentendosi illuminato da una luce inte­riore. Tutti i sogni della Bibbia non si riferiscono mai al solo interesse privato, ma lo trascendono e lo inse­riscono nel piano della storia di salvezza.

L’evangelista Matteo interpreta in questo senso i sogni di Giuseppe. Non descrive la figura dell’angelo, che appare nel silenzio della notte. Ma riporta l’or­dine di Dio di agire secondo la sua vocazione alla paternità legale (Mt 2, 13), di fuggire in Egitto (Mt 2, 19) e poi di rientrare in patria, scegliendo la Galilea come dimora (Mt 2, 22). Con i messaggi dell’angelo, Giuseppe si sente liberato da problemi dolorosi. Ha in sé la certezza di avere in Gesù veramente il figlio generato dallo Spirito Santo. Crede con tutto il cuore nelle parole dell’angelo, anche se superano il suo pen­siero umano. Matteo lo fa capire in una linea miste­riosamente discendente dall’alto: Giuseppe rimane tranquillo e capace di eseguire il comando di Dio.

Sono tre sogni, da Matteo forse esposti in forma di uno schema letterario. Secondo il loro contenuto hanno la funzione di indicare l’itinerario infantile di Gesù alla luce del messaggio divino. Certi studiosi esegetici suppongono che sia stato un unico sogno e che Matteo lo abbia adattato in triplice forma, una tipificazione che sottolinea il profondo significato del messaggio divino. Non è da escludere che egli sia arri­vato a scegliere una tale triplice forma per sottoli­neare il ruolo particolare da Dio affidato a Giuseppe nei confronti dell’infanzia di Gesù e anche per dare un’impronta efficace alla sua cosciente esplicazione del compito di paternità legale. Con una tale sottolinea­tura si sarebbe potuto mettere chiara luce sul piano divino per la venuta del Messia, verificatasi in Gesù.

Comunque sia, la lettura del testo dei tre messaggi dell’angelo mostra che lo schema usato da Matteo è pressoché simile e costante. Indica la situazione in cui Giuseppe si trova, riporta l’apparizione dell’angelo e le sue parole che gli dicono ciò che deve fare e per quale motivo, e termina con l’esecuzione del mes­saggio ricevuto: Giuseppe «gli diede il nome di Gesù», «dall’Egitto ho chiamato mio figlio», «sarà chiamato Nazareno» (Mt 1,2; 2,15 e 23). Sono tre pericope che portano alla splendida spiegazione delle ultime parole della genealogia: «Gesù sarà chiamato Cristo».

Ciò fa vedere che nonostante l’uso delle medesime parole, Matteo non conferma con la distribuzione in tre sogni, l’unica comunicazione che Giuseppe ha rice­vuto da Dio. Anzi, in riferimento ai messaggi divini, egli intende presentare «profeticamente» il mistero divino dell’Incarnazione e il ruolo che in essa è affi­dato a Giuseppe. Per questo va sottolineato per tre volte la realtà fondamentale della rivelazione divina.

Se si prendono in mano gli scritti dei teologi antichi, i sogni non vengono interpretati nella sud­detta possibilità. Non sono per loro mezzi adatti per manifestare una comunicazione soprannaturale. Nella maggioranza, gli antichi commentatori sono unanimi nel considerare il sogno in grado inferiore, come mezzo per minimizzare l’esigenza di un caso, per esempio Giuseppe di fronte alla Vergine Maria. Nel sogno non esiste per loro un’illuminazione dell’intel­letto. Giovanni Crisostomo dice infatti che l’angelo apparve a Giuseppe nel sonno, «affinché egli non par­lasse con l’intelletto ma soltanto con l’immagina­zione”. In più egli pensava, come anche altri teologi del suo tempo, che l’apparizione nel sogno era neces­sario per Giuseppe per praticare la virtù richiesta da Dio: «Si chiedeva da lui la prontezza all’obbedienza, affinché potesse sottomettersi alla missione di Dio e la eseguisse in ossequio di Dio».

Oggi la spiegazione dei sogni di Giuseppe viene fatta con una sensibilità biblica su una linea psicolo­gico-religiosa. Infatti si sottolinea in ogni sogno biblico la passività dell’uomo di fronte all’azione di Dio, che tutto dispone, soprattutto nel piano della salvezza, per concludere che «i patriarchi sono chiamati a una missione che trascende ogni capacità umana; essi sono, quindi, guidati nel loro agire non da una semplice pru­denza umana, ma dalla stessa voce di Dio… San Giu­seppe, come gli antichi patriarchi, agisce in funzione di eventi che trascendono la creatura umana, custo­disce gli uomini della promessa ed egli è custode di quel fanciullo in cui la promessa si realizza. Egli non è che lo strumento, ma l’azione viene da Dio; egli di suo mette l’obbedienza nell’esecuzione dell’ordine, ma chi di fatto dispone è Dio».

Paolo VI ha, in proposito, delle considerazioni che mettono in evidenza l’intima religiosità di Giuseppe, modello di ascolto della volontà di Dio. «Tre volte, nel Vangelo, si parla di colloqui d’un angelo con Giu­seppe nel sonno. Che cosa vuol dire? Significa che Giuseppe era guidato, consigliato nell’intimo dal mes­saggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni e quindi il suo com­portamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: Giuseppe, non temere; fa questo, parti, ritorna! Che allora scorgiamo nel nostro caro e modesto personaggio? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale di obbedienza e di esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od aspirazioni. Lancia se stesso nella esecuzione della parola a lui dettata.

Sono parole che mettono in luce che Giuseppe, dopo i sogni con l’apparizione dell’angelo, si rende conto che Dio può creare fatti ed eventi nuovi, che l’uomo deve accettare, perché è possibile realizzarli. Contengono ispirazioni divine che risvegliano in lui l’uomo nuovo, retto e giusto, chiamato ad assumere la responsabilità di essere padre legale di Gesù.

 

 

 

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