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Proverbi africani: l’ospitalità

Inserito da on 14 giugno 2019 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro

Ospitare è accettare il rischio di ipotecare il proprio essere per far vivere un altro insieme a se stessi, oppure nel senso contrario, per crescere l’altro con il rischio di perire se stessi. E’ uno dei principi fondanti dell’etica africana. Ad ogni uomo adulto è fatto obbligo di dover ospitare gli estranei di case e del paese. L’ospitalità è creatrice della vita, porta e sparge glorie ed è una scuola di vita. L’ospite è onorabile ed è una persona sacra. L’ospite può arricchire, come impoverire. Esiste un ospite buono e anche un ospite cattivo e pericoloso. L’ospitalità rende nobili, ma rende anche l’uomo impotente e schiavo. Quante volte succede che arriva gente in città dal villaggio e chiede ospitalità alla gente della propria famiglia. E vi rimane mesi e mesi, sfruttando l’ospitalità e soprattutto facendo lavorare come una schiava la donna di casa che non può lamentarsi con il marito (che poi non sa come invitarlo ad andare altrove). Ed ecco i proverbi. “Prima di uccidere il pollo, esamina il carattere del tuo ospite” (Mandingue, Guinea). (proporzionare l’accoglienza al ruolo sociale dell’ospite. Non è né umiliazione nè discriminazione nei confronti delle persone meno elevate). Quando si chiede ospitalità, è sempre bene portare qualcosa come segno di ringraziamento. E’ quello che ci ricordano i Bambara del Mali, dicendo “La persona che porta la cola (noce), porta la vita” (quando si è invitati, è sempre bene portare un regalo che colmi la buca apertasi nei conti della persona o famiglia ospitante, come già detto appena sopra. Lo stesso avviene quando qualcuno va a chiedere un aiuto a qualche vicino, porta sempre qualcosa, segno di reciprocità e di solidarietà). Quando arriva qualcuno in casa, la prima cosa che si fa è di dare da mangiare e da bere. L’ho sperimentato anch’io andando a visitare le persone. Questa era la prima cosa, poi ci si interessava sul motivo della visita. Ma prima di tutto si pensava all’accoglienza concreta, come ricordano i Wolof del Senegal. “Ciò che l’ospite risente è la fatica dei piedi; quando si tratta di mangiare, non mancherà mai la forza”. Naturalmente, quando arriva l’ospite, si cerca di fargli conoscere gli usi e le abitudini del luogo che lo ospita. “La gallina di casa insegna la strada alla gallina ospite” (Bandibu, Congo RDC). A volte chi viene ospitato, ne approfitta e rischia di consumare tutte le provviste della casa, per questo si dice “un topo goloso è venuto a mangiare la frutta; ecco perché i frutti ormai non maturano più finchè c’è il topo” (Mangbetu, Congo RDC). Anche da noi si considerava l’ospite come un messaggero di Dio che veniva a farci visita. E’ la medesima cosa in Africa. “L’ospite è un inviato di Dio; occorre accoglierlo con molto rispetto” (Ibo, Nigeria). Molte volte, visitando la gente, vedevo che mi offrivano quel poco che avevano. Davano l’impressione che io fossi molto importante per loro e che quindi non avevano paura di restare senza, per questo, a volte, mi sentivo veramente imbarazzato, conoscendo i sacrifici che facevano per vivere ogni giorno. Per questo il proverbio degli Hutu del Burundi esprime bene questo concetto “Comunque sia piena la piazza pubblica, non mancherà mai un posto per piazzare il tam tam”. Certo, ci vuole pazienza con l’ospite, soprattutto quando non si comporta in modo corretto, perché ancora non conosce gli usi locali (vedi, ad esempio, il milanese che arriva al Sud, nel film “Benvenuti al Sud”) “Quando mangi in compagnia di un ospite, non criticarlo; perché mangia solo per un giorno” (Malinkè, Senegal).

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