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Proverbi africani: l’ereditarietà

Inserito da on 11 giugno 2019 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro  

E’ una cosa un po’ difficile da capire nel contesto africano. Ci sono due fattori. Da una parte la larghezza della famiglia e quindi la molteplicità dei pretendenti eredi; dall’altra, il sistema di lignaggio, si è patrilineare o matrilineare. Ci sono poi, all’interno, anche alcuni aspetti pratici, come, gli elementi ereditari. Non si parla solo di eredità dei beni materiali (fucile, zappa, terreni, capre, mucche…) del defunto, ma anche la presa in carico delle persone umane lasciate dal defunto: moglie (o mogli, nel caso dei capi), figli, nipoti. Implica anche per i figli e i parenti, l’acquisto passivo degli elementi caratteriali della personalità di un membro di famiglia in senso ascendente (es: il coraggio eroico di suo nonno paterno/materno, il carattere astuto e furbo di un tale (suo) zio, di suo padre, di sua madre…).

E’ anche successione naturale nella posizione sociale specifica del defunto. Nei regimi patrilineari, il primo figlio maschio assieme al primo fratello o cugino o il nipote di primo grado concorrono alla successione al posto di potere lasciato vacante dal defunto. Tutto questo è deciso dai capi clan e notabili. In breve: il defunto lascia i beni di sua proprietà, le persone a suo carico e le sue funzioni sociali. Le persone vengono distribuiti dai capi clan e notabili ai parenti vicini o lontani della famiglia allargata (clan) del defunto.

C’è la consapevolezza dell’uomo africano di lasciare i propri averi non all’anonimato, ma a conviventi sicuri certi (tutto questo viene preparato a vecchiaia avanzata). Così rientra a mani vuote nel villaggio degli antenati, come era venuto al mondo. Ai parenti sopravvissuti spetta addossarsi le responsabilità, nel bene e nel male, delle azioni del defunto. Perché ai vivi vengono trasmessi in eredità qualità e difetti e questo richiede, da vivo, di ben esercitare le sue funzioni sociali. E ora via coi proverbi. “Ciò che la mucca ha consumato, è quello che nutre la sua giovenca” (Soninkè, Mali) (qualità e difetti dei genitori si trasmettono ai figli). Si nota che non sempre vengono trasmessi ai figli le proprie qualità.

Per questo i Bamoun del Cameroun dicono “Una mosca ha generato un’ape”. Anche noi diciamo “Tale padre, tale figlio” ed ecco due proverbi che ce lo confermano. “Il leopardo non genera una lepre” (Luluwa, Congo RDC) e “Il piccolo del vampiro non abbandona le abitudini del vampiro” (Bamoun, Cameroun). I difetti di una persona vengono attribuiti ai suoi ascendenti, a cominciare dai genitori. “Se il topo ha una coda, vuol dire che l’ha ricevuta dal padre o dalla madre” (Manyanga, Congo RDC). Di solito i figli vivono dell’eredità del padre, ma anche i parenti fino al secondo grado possono pretenderla. “L’agnello si nutre di ciò che la mucca ha mangiato” (Peul, Mali). E un altro aggiunge “L’uovo diventa grossa gallina” (Luluwa, Congo Rdc). Come già detto più sopra ci deve essere precisione nella distribuzione dell’eredità. Come dicono i Basonge del Congo RDC “Il successore del granchio è la ragnatela; quello del leopardo è la lepre”. Ci si accorge quando una stirpe sta andando in rovina, cioè quando i membri cominciano a manifestare comportamenti moralmente negativi. Ce lo ricordano gli Hutu del Burundi “Il lignaggio che si estingue si riscalda al fuoco, mentre il sole brucia”. Infine “L’erede si distingue da altri viventi” (Baoulè, Costa d’Avorio). E’ dal suo specifico comportamento che il candidato all’eredità emerge tra gli altri membri della famiglia.

 

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