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Cammino spirituale dopo Pasqua

Inserito da on 29 aprile 2019 – 00:00No Comment

Padre Giuliano Di Renzo

Col periodo liturgico della Quaresima, con le sue memorie i mesi di marzo e di aprile ci hanno offerto molte occasioni di meditazione. In un mondo ammaliato dal chiasso delle ideologie, dai pensieri sconvolgenti la società del politicamente e socialmente corretti e dal rumore esteriore che senza quiete ci rincorrono e si rincorrono le memorie religiose della nostra Salvezza sono per l’anima oasi nel deserto, dove tutto ciò che si non conforma ad esso viene estromesso dallo spazio comune.

Semmai c’è stato un medioevo – e storici più recenti lo negano – esso è oggi, con le feticistiche irrazionalità di false razionalità del nostro mondo edonistico, ignorante e arrogante per mancanza di sani principi e dignità. Da fuggire e da condannare è il silenzio, che invece riconcilierebbe con se stessi avendo ciascuno col chiasso perso se stesso. Vuole il mondo che ognuno si dimentichi, che ognuno diventi come statuina in movimento di terracotta degli artigiani presepisti di via di San Gregorio Armeno a Napoli

L’uomo di oggi, che ha abbandonato se stesso, è abbandonato a se stesso e pensa di trovare nella fuga da sé la salvezza che sempre più allontana da sé.

Paiono a noi giungere da trasognati lidi lontani che abbiamo letto Giovedì Santo le parole con le quali nel suo Vangelo l’apostolo San Giovanni introduce il segreto mistero d’amore della Passione e Morte di Gesù. Questo mistero di amore prima che di dolore e morte, anzi proprio perciò, è Passione e Morte di amore, Passione e Morte per amore.

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1).

Musica di struggente umana divina bellezza che sgorga dal profondo di lontani misteri, che penetra e rapisce l’anima in estasi d’amore.

E’ un interiore spazio sacro che muove e rappacifica l’anima con se stessa. “Gesù avendo amato i suoi che erano nel mondo”. Quel suoi, quell’avendo amato, quell’amò sino alla fine!

Nulla nel mondo è pari a quel mondo lontano che eppure l’anima riconosce poi essere a sé tanto vicino. Il mondo non lo può capire perché non conosce l’amore, lo deturpa rivoltandolo nel suo proprio fango. Volgarità, violenza e frustrazioni ecco ciò che il mondo conosce, ciò che il mondo dà.

Dio è Logos, Verbo, Parola di amore. Gesù è la Parola dell’amore di Dio venuto a farsi sentire, vedere e toccare da noi affinché potessimo conoscere il dono che Egli è di Dio. Egli, il “pensoso palpito, / Astro incarnato sceso nell’umane tenebre / Fratello che s’immola /Perennemente per riedificare / Umanamente l’uomo. il Santo, Santo che soffre” (Giuseppe Ungaretti. Mio fiume anche tu), scendendo tra di noi vela perciò il fulgore della sua divinità per prendere per mano noi e risvegliarci alla Vita (cfr . Liturgia delle Ore di Sabato Santo, Seconda lettura).

La debolezza di Dio ed è la sua forza è l’Amore, Dio è vittima del suo amore. E’ ciò che spiega lo scendere di Dio tra noi, il suo aver pazienza, il suo resistere alle quotidiane nostre ingiurie tanto che noi siamo sovente tentati di pensare che essendo Dio debole non ci sia.

Meglio il dio lontano e assurdo nei suoi comportamenti ma “clemente e misericordioso” che minaccia con la sua Sharia, o il fantomatico architetto dell’universo o chissà chi o non chi scaturito da iniziatici sforzi umani?  Invece di un Dio che può chiederci: “Chi dici tu che io sia?” Oppure, come alla samaritana straniera chiedere con umiltà il dono di una vivificante scintilla d’amore? Quell’amore che Lui dà a noi per primo: “Donna, dammi da bere…Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono donna samaritana? Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice dammi da bere tu stessa gliene avresti chiesto ed Egli ti avrebbe data acqua viva” (Gv 4,7-10).

Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”.

E’ “una di flauti lenta melodia che passa invisibil fra la terra e il cielo” (Giosuè Carducci. La chiesa di Polenta) la nostalgia che Dio aveva per i suoi che erano nel mondo. Li avrebbe lasciati essendo giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre. Un senso di tenerezza percorre i pensieri e il cuore di Gesù. ”Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”, ci manifesta anche quale mistero e dono di amore sia la nostra vita.

Fu così grande la passione di amore di Gesù per le nostre anime che nella Cena della sua Ora volle far dono agli apostoli del suo sacerdozio per continuare la nostra santificazione con la nostra Riconciliazione con Dio e rimanere presente nel mistero della Santa Eucarestia, compagno a noi e cibo nell’esodo verso la terra promessa e anticipare da quaggiù la felicità della nostra unione con Lui.

O memoriale mortis Domini, vitam praestans homini”, canta in estasi di riconoscente amore la Chiesa con le parole di San Tommaso d’Aquino. Morte che è Vita perché la morte della Vita annienta la Morte. Come l’essere trascende il nulla così l’Amore trascende la Morte. E’ eco di Parmenide: l’essere è, il non-essere non è. Per cui il Male può avere la sua momentanea vittoria, ma è perdente di fronte all’assoluta positività del Bene.  E il Bene è Dio, e Dio dunque è Amore.

Non ricordo quindi è l’Eucarestia, memoria simbolica senza contenuto reale, come molti pensano misconoscendo l’immensa potenza di amore di Dio. La grettezza egoistica umana non riesce a pensare che l’amore è veramente tale, durevolmente tale se è sino alla fine, se è assoluta gratuità e si dona senza riserve per sé, quindi eterno, immutabile, senza fini e senza fine. Dio che non è idea, non è cosa, non è uomo o creatura, è Dio, ossia Amore che si dona! Anche quando ci crea e ci redime

Per questo rifiutare l’Amore è peccato enorme, tanto grande quanto grande e infinito è l’Amore che ci si getta alle spalle. Rifiutare l’Amore e restarne privi è proprio quell’l’inferno che tanti negano in che si imprigiona volontariamente da se stessa l’anima rifiutando l’Amore rifiuta. Aver mancato contro l’Amore sarà il tarlo con cui la coscienza vuota ora di Lui tormenterà se stessa per sempre. Troppo grande è il delitto per chiedere il perdono che la salverebbe, nessuna pena la si sente giusta per cancellare da sé la vergogna e il rimorso. Il rimorso ormai incapace di chiedere perdono.

Era solenne quell’Ora per Gesù di passare da questo mondo al Padre, come diversamente solenne sarà per noi l’ora del nostro morire.

Gesù volle lavare i piedi ai suoi che stava per lasciare ma non volendo lasciarli senza di Lui e li volle ancora più puri, ancora più suoi. Quella Cena della sua Ora avrebbe trasformata l’Antica Alleanza, sancita nella carne di un popolo e il sangue di animali offerti, nella Nuova Alleanza con l’umanità intera sancita con il Sangue di Lui nello Spirito Santo di Dio.

Non vi lascerò orfani, ritornerò a voi” (Gv 14,18). Nell’Ora solenne del distacco l’amore di Gesù trova il modo di rimanere con i suoi che sarebbero rimasti soli sulla barca a vogare contro il mare del mondo in tempesta come già una notte sul lago di Tiberiade.

Davanti a questo amore il nostro amore appare misero e fragile, fuligginoso.

Nella liturgia del Venerdì Santo la Chiesa ci propone l’adorazione della Croce diventata da orrido strumento di morte sorgente a noi della vita, resa essa altare del sacrificio dell’Amore di Gesù.

Ecco il miracolo che è la resurrezione di Gesù. La luce della Resurrezione è la gloria di Dio sul volto di Cristo. E’ una luce che dà vertigini, entra dentro l’anima e brucia sin nelle midolla lo spirito, lo atterra e lo eleva cancellando ogni velleità di umano egoismo. Non è dunque blando sentimento l’amore, socievole e accomodante e tutti scambiamo per amore. L’amore per essere vero deve possedere delicatezza e forza e caratteri di sublime.

La vita di tutti non è che è il duro cammino del nostro esodo verso il Sinai della Gloria di Dio che è il cielo. Se così non fosse che senso avrebbe la vita, il suo svolgersi nel deserto del mondo ricco solo dei suoi miraggi e così finire con essi? Atroce sarebbe il grido dell’anima contro l’ingiustizia della vita che al modo di Leopardi troverebbe essere ad essa male (cfr Canto…pastore errante dell’Asia) e l’ingiustizia di essere prevarrebbe sulla giustizia del non-essere. Un assurdo metafisico. L’anima griderebbe troppo forte la sua disperazione e si costituirebbe essa stessa in disperazione, nell’inferno che esiste e noi giustamente paventiamo. Quel grido trapasserebbe l’intero universo esistente e non esistente. L’anima è più vera e più grande del mondo e nulla potrebbe disperdere nel nulla del tutto il suo grido contro un’ingiustizia che sarebbe la sola ad esistere eterna tra i non eterni del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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