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Proverbi Africani: la buona collaborazione tra capi e sudditi

Inserito da on 10 aprile 2019 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro

I proverbi insegnano a disciplinare i rapporti tra i capi e i sudditi, a fissare i diritti degli uni e degli altri, per creare una felice armonia comunitaria. Se il capo ha diritto al rispetto, all’obbedienza, egli ha il dovere di proteggere e dirigere bene la sua comunità nell’amore e nell’imparzialità. E allora via con i proverbi, cominciando dai Bornu del Ciad “Colui che mette un uovo in bottiglia, lo può anche ritirare” (un capo lascia facilmente cadere una persona un tempo preferita). Lo si vede spesso in Africa, a livello politico. Il presidente, il capo di partito si circonda dai cosiddetti fedelissimi. Naturalmente per tenerli legati a sé li riempie di regali, ministeri, favori di ogni tipo.

Ma quando poi vede che cominciano ad alzare la testa, chissà perché, cominciano delle inchieste giudiziarie su di loro che finiscono sempre, in segreto, con il benevolo consiglio: “Amico mio, mi dispiace, hai già mangiato abbastanza. Lascia il posto ad un altro. Mi dispiace che tu finisca in prigione. Ma io, il capo, non posso perdere la faccia”.

E così lo lascia cadere. L’ho visto parecchie volte, sia in Congo che in Camerun. I capi sono sempre là, gli ex amici sono finiti male (in miseria, in esilio o…all’altro mondo). Ma passiamo a un altro proverbio “non è il ventre che precede, ma il dorso” dicono i Ngbandi del Congo RDC (prima viene il capo, poi i sudditi). Naturalmente non ci possono essere due galli nel pollaio. Questo lo capiamo anche noi quello che dicono i Mongo del Congo RDC “Due galli non cantano su uno stesso tetto”.

Certo il capo non ha solo amici, ma anche nemici e difetti. Ce lo ricordano i Vai della Liberia “La luna illumina bene, ma lascia certe parti nell’oscurità.  Un vero capo non deve pensare solo ai propri affari, ma deve prendersi cura dei propri sudditi. Sono loro la sua forza, altrimenti comanderebbe su chi? “La coda della vacca sorveglia la destra e la sinistra” (Wachagga, Tanzania). Qualcuno pensa che diventa capo, perché il padre, il nonno lo sono stati.

Ma gli Ashanti del Ghana ci ricordano che non si nasce capo, ma capo si diventa “L’albero della regalità non cresce da sé”. Il capo è quello che mantiene forte la comunità. Quante volte abbiamo studiato a scuola la storia delle battaglie. Quando veniva ucciso il capo, il comandante, l’esercito si disperdeva. E’ quello che ci ricordano i Moru del Mali, dicendo “Una parte di carne non è solida, se manca un osso”. Il capo deve, dovrebbe, essere imparziale, perché “il capo non ha fratello” quando giudica (Baluba, Congo RDC). Il villaggio, normalmente, segue il proprio capo in tutto. Infatti “i denti girano intorno alla lingua” (Douala, Cameroun). Il capo va rispettato sempre.

( Naturalmente quando ci sono dei problemi, ci sono anche quelli delegati a farli notare al capo). Ce lo dicono sempre i Douala del Cameroun “L’elefante, pur dimagrito, resta il re della foresta”. Il capo, normalmente, mantiene la sua parola. Per questo i Basuto del Lesotho dicono “Quando il capo ha promesso una vacca, si può già costruire il kraal”. Non tutti stanno con il capo, molti lo fanno per interesse personale. Come dice qualcuno: finchè c’è lui, c’è la pacchia, ma quando se ne va, la pacchia è finita. E’ la constatazione dei Pangwe del Gabon “Le piume di un uccello morto si disperdono”. Per accusare un capo, ci vogliono dei motivi forti, altrimenti non se ne fa niente. Ce lo ricordano i Fang del Gabon “Una trappola che acchiappa il topo, non acchiappa l’elefante”.

 

 

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