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70 anni di Nato: patti e sfide

Inserito da on 7 aprile 2019 – 10:01No Comment

La NATO  il  4 aprile ha celebrato il suo settantesimo anniversario. 

Molte cose sono cambiate da quel 4 aprile del 1949: la Guerra fredda, motivo per cui era nata l’alleanza stessa, è finita da trent’anni; il continente europeo non è più l’unico teatro d’intervento, ma soprattutto, le relazioni transatlantiche attraversano oggi un momento di grandi incertezze.

Non è un caso infatti che le celebrazioni dell’anniversario a  Washington  si siano tenute a livello di ministri degli Esteri, mentre la cerimonia tra i capi di stato e di governo si terrà a Londra in autunno.

Com’è cambiato il ruolo della NATO in questi 70 anni?

Il suo compito è ancora attuale? Quali sono le sfide interne all’Alleanza?    

La NATO è tuttora indispensabile per la sicurezza dei suoi membri e quale sostegno della stabilità internazionale, ma l’avvento alla Casa Bianca di un Presidente isolazionista ed unilateralista, che si era spinto a mettere in discussione la clausola di difesa solidale dell’art.5 del Trattato Atlantico, ha rinfocolato gli  interrogativi sulla ragion d’essere di una Alleanza nata con il confronto Est Ovest.

Dopo la scomparsa dell’URSS, il   quadro strategico globale ha subito profonde modifiche, cui la NATO si è progressivamente adattata, tra salvaguardia della missione originaria di difesa collettiva e acquisizione di funzioni nuove, correlate alla comparsa di minacce o rischi alla sicurezza dei suoi membri di tipo diverso da quelli tradizionali.

Per essere rilevante anche in futuro, l’Alleanza dovrà continuare ad essere adattabile, non disperdendo il patrimonio acquisito e recependo nuove esigenze ed obiettivi.

Dovrà anche evitare che lo sbiadirsi della memoria della massiccia minaccia sovietica, collante della solidarietà e della coesione, e, adesso, l’apparente minor impegno di Washington ad imprimere fermi indirizzi all’Alleanza, favoriscano la manifestazione di differenti priorità e valutazioni tra i membri.

Deve eliminare alcune fragilità, come la bassa spesa militare degli Europei, trovare un giusto equilibrio tra industrie europee e americane per le commesse militari, la problematica posizione della Turchia.

Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte rinfacciato agli alleati europei il fatto che gli Stati Uniti siano costretti a sostenere, la spesa più alta per la NATO facendo di fatto pagare la sicurezza europea ai contribuenti americani.

Tuttavia è bene fare delle precisazioni. Ciò a cui fa riferimento Trump è in realtà il budget statunitense stanziato per la propria difesa, intorno al 3,5% del PIL, cioè circa 706 miliardi di dollari.

La questione del burden sharing è stata un tasto dolente sin dalla creazione dell’Alleanza atlantica negli anni Cinquanta. Ancora oggi, sono solo quattro i paesi UE che superano la soglia di spesa del 2% del PIL:  Grecia, Regno Unito, Estonia e Lettonia . Negli ultimi anni gli stati europei si sono impegnati ad avvicinarsi gradualmente a tale soglia, simbolo delle richieste americane verso chi spenderebbe troppo poco. È tuttavia significativo che la Germania abbia annunciato di volere raggiungere la soglia del 2% solo entro il 2030.

Le spese per la difesa nazionali non sono però un buon indicatore dell’effettivo contributo di ciascun paese alla NATO: ogni membro potrebbe infatti spendere di più o di meno per ragioni di sicurezza nazionale, che poco hanno a che fare con la sicurezza collettiva degli alleati (per esempio, le spese americane per le missioni in Afghanistan e Iraq, o le spese turche per l’impegno in Siria e la difesa di Cipro nord).

Un indicatore migliore potrebbe essere la percentuale del budget per la difesa che viene effettivamente destinato alle spese dirette dell’Alleanza.

Nel caso degli Stati Uniti, la spesa a favore del Patto Atlantico nel 2018 ammontava a circa il 22% del totale delle spese NATO.

La spesa comprende: contributi diretti per finanziare alcune funzioni collettive dell’Alleanza, come la difesa dello spazio aereo Nato, i sistemi di comando e controllo, le spese amministrative e di gestione fino ai costi della presenza militare statunitense nelle basi militari in Europa.

I contributi diretti vengono formalmente suddivisi tra i paesi membri in base al Reddito nazionale lordo (RNL), ripartizione che spesso però non viene rispettata. Infatti, sulla base del RNL, gli Stati Uniti dovrebbero contribuire per oltre il 50% alle spese comuni, mentre (come detto) i loro versamenti coprono solo il 22% del totale. Secondo questo criterio, l’Italia dovrebbe contribuire per il 5%, mentre i suoi contributi ammontano a oltre l’8% del totale.

Un secondo indicatore per valutare il contributo di ciascun alleato alla NATO potrebbe essere il numero di soldati che mette a disposizione nelle missioni dell’Alleanza, messo in relazione alle sue dimensioni economiche.  I dati mostrano che molti Paesi europei fanno  più di quanto dovrebbero in rapporto alla propria forza economica. In questo senso l’Italia è tra i più “virtuosi”, insieme a Romania e Turchia.

Tra i meno virtuosi ci sono invece la Francia (che preferisce destinare i propri soldati unicamente a missioni a guida francese) e altri Paesi europei come Germania e Spagna.

 Ellera Ferrante di Ruffana

 

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