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Emanuel Kant e le donne (2)

Inserito da on 20 marzo 2019 – 10:01No Comment

Aurelio Di Matteo

Dopo aver evidenziato con molta verosimiglianza, se non proprio con certezza, che Kant non era un solitario, tanto meno un misantropo, è legittimo e d’obbligo, a fronte delle tre occasioni matrimoniali non portate a compimento, porre almeno due domande fondamentali con riferimento al suo rapporto con le donne.

Bisogna considerare il suo celibato come misoginia? E se non fosse proprio in tali termini il suo rapporto con le donne, fu Kant un chiaro maschilista?

Per rispondere a tali domande è necessario rileggere le pagine della sua prima operetta e a un tempo premettere il riferimento a quanto sia avvenuto dopo il Rinascimento nel costume sociale e nelle teorizzazioni filosofiche o genericamente culturali.

A leggere alcune affermazioni e qualche giudizio sulla vita matrimoniale – la coppia unita deve costituire quasi un’unica entità spirituale che è animata e guidata dall’intelligenza dell’uomo e dal gusto della donna. […] Se si arriva al punto di contendere per la supremazia, vuol dire che il rapporto è in pessime condizioni oppure sulle “capacità” della donna – Il bel sesso ha tanta intelligenza quanto quello maschile – si sarebbe indotti a ritenerlo un femminista ante litteram.

Queste considerazioni risalterebbero ancor di più se messe a confronto con quanto nello stesso periodo (1771) si poteva leggere nell’Enciclopedia Britannica. Alla voce donna sono dedicate soltanto sei parole, rinviando il lettore a quella dell’uomoLa femmina dell’uomo, vedi Homo. E in questa i giudizi appartengono ad una visione della donna, che a definirla medioevale è servirsi di un eufemismo, tanto trasuda di becero maschilismo. Per gli allora redattori inglesi dell’Enciclopedia: la donna ha un cervello più piccolo e meno intelligenza, è più emotiva e più instabile, priva di capacità di discernimento, meno dotata di senso comune rispetto all’uomo, fisicamente più debole e spesso malata; e pertanto non le si poteva affidare l’amministrazione del denaro.

Se non si tiene conto di quanto, particolarmente, era successo in Francia nel precedente secolo, non si riuscirà a mettere nella giusta luce qualche giudizio, e non solo di Kant, ma anche dell’innovativo Rousseau e di tanti altri che a prima lettura sembreranno coerenti con quanto innovativi e copernicani siano stati negli altri settori della teoresi filosofica e politica.

Nella Francia erano avvenuti due importanti eventi che influiranno soprattutto nell’Europa continentale, il pensiero cartesiano, con la sua res cogitans appartenente in ugual misura a donne e uomini, e l’abbandono del latino quale lingua ufficiale delle grandi pubblicazioni filosofiche.

Il Discorso cartesiano fu scritto in volgare, quasi a testimoniare non solo il rifiuto della lingua nella quale si esprimeva l’universo ideologico della Chiesa, ma lo stesso pensiero filosofico e, quindi, la sua visione antropologica, che vedeva le nette subordinazioni e differenziazioni genetiche e sociali della donna.

L’altro evento furono i salotti letterari, inventati proprio nella Francia cartesiana da Madame de Rambouillet.

I Salotti acquistano così l’immagine di tante regge in miniatura, frequentate non più soltanto dall’aristocrazia di nascita, ma da intellettuali, letterati, personaggi altolocati, d’ingegno e di modi eleganti. È qui che vengono presentate le opere letterarie appena pubblicate o da pubblicare; è qui che la conversazione ha ad oggetto l’universo del pensiero nella sua molteplicità di declinazione. Ed è qui che la donna conquista il suo primato nella scelta degli invitati e nell’imporre la qualità del linguaggio al femminile, che abbandona la solennità pedante del latino per uno stile semplice e lieve. Insieme al nuovo gusto espressivo, che esclude ogni forma di oscenità, si innova anche il contenuto, valorizzando il mondo degli affetti e dei sentimenti.

In fondo, con linguaggio, forma e contenuto non dissimile da quello “salottiero”, Kant attribuì alla donna ruoli e formazione tradizionali, con qualche aggettivazione non certo garbata e rispettosa, seppur elegante.

Si potrebbe dire che restò nella convinzione che la donna non potesse avere altra condizione sociale da quella che nello stesso periodo Madame de Staël così descriveva con una certa durezza lessicale: “Allo stato attuale il destino delle donne è simile a quello dei liberti al tempo degli imperatori romani: se vogliono emanciparsi vengono accusate di aspirare ad un potere che non è loro concesso, se restano schiave opprimono il loro destino”.

Che la donna, per intanto, non fosse estranea agli interessi di Kant, lo dimostra il rilievo dato ad essa nella sua opera giovanile, nella quale le dedica l’intero terzo capitolo. La proprietà del sesso femminile è più di quella del sesso maschile un argomento di studio per la filosofia, dirà in un passaggio dell’Antropologia, una delle sue ultime opere. Con un po’ di bonaria malizia, si potrebbe affermare che il pensiero della donna non abbia mai abbandonato il sacerdote dei principi assoluti della moralità!

Nel capitolo terzo dell’opera giovanile, affronta il discorso sul femminile all’interno della distinzione del sentimento del bello e del sublime, una tematica che elaborerà teoreticamente nella Critica del giudizio. Qui la distinzione è descritta all’interno del rapporto uomo-donna. E la distinzione è costituita dall’attribuzione all’uomo della categoria del sublime e alla donna di quella del bello.

È evidente la non originalità di Kant, poiché rielabora sostanzialmente ciò che qualche anno prima (1757) aveva ampiamente teorizzato l’inglese Edmund Burke in Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Sublime e di Bello, in cui attribuisce alla donna lo stereotipo della bellezza, dilungandosi su una minuta descrizione fisiologica, che incide e determina attraverso i sensi l’universo mentale della femminilità tutto rivolto alla piacevolezza, alla grazia, al languore, insomma al piacere.

La differenza tra l’uomo e la donna, con questi riferimenti letterari, rientra anche per Kant all’interno delle categorie del bello e del sublime. Al primo appartiene il sublime mentre alla donna il bello: “A questo devono far riferimento tutti i giudizi sui due sessi. Ogni educazione o istruzione deve porsi questo obiettivo […] a meno di non volere rendere irriconoscibile la gradevole differenza che la natura ha voluto stabilire tra i due sessi umani”. Insomma, alla donna si addice il ruolo della “bella presenza”, il simbolo dell’accoglienza salottiera e della piacevole compagnia.

C’è, però, un progresso nei confronti del giurista inglese. In Burke il sentimento del bello, che attiene alla donna, è caratterizzato dalla sensorialità e dall’erotismo, mentre in Kant è definito all’interno di dati conformi alle virtù, seppure di quelle avventizie o, come egli precisa, adottive a differenza dei quelle maschili che ritiene autentiche e nobili.

È vero che egli ritiene che per natura uomo e donna abbiano quantitativamente pari intelligenza, ma nella donna “si tratta di intelligenza bella, mentre la nostra [dell’uomo] è un’intelligenza profonda, espressione questa che nel significato equivale a sublime”.

Ed ecco l’assegnazione di specifiche istruzione ed educazione, quindi di un ruolo e una funzione di genere: Profonda riflessione e una osservazione a lungo continuata sono nobili, ma pesanti e mal si addicono ad una persona nella quale il fascino spontaneo non deve mostrare altro che una bella natura”. [….] Per questa ragione la donna non imparerà la geometria e del principio di ragion sufficiente o delle monadi saprà soltanto quello che, stillandosi il cervello, è indispensabile per assaporare il gusto di quelle satire che il nostro sesso ha composte”.

Un atteggiamento decisamente maschilista, tanto più profondo perché sottilmente espresso con garbata e semanticamente rispettosa identità di genere, identità, ruoli e funzione tutti rivolti al servizio dell’uomo, nell’essere, questi, unico contenuto del suo sensoriale sapere: “L’oggetto della grande sapienza femminile è piuttosto l’uomo e la filosofia delle donne non è il ragionare, ma il sentire”.

Al termine di queste brevi sintetiche notazioni tratte da due scritti, uno pubblicato all’inizio e l’altro alla fine della sua vita, tenterei di dare una risposta all’interrogativo iniziale: perchè è morto celibe, dato che non era né antrofobo né misogino? È pur vero che moltissimi sono stati i filosofi a restare celibi, da Eraclito e Platone a Spinoza, Leibniz, Hume, tanto per citarne solo alcuni fino all’epoca kantiana; ma per questi si potrebbe spiegare con riferimento alla loro vita “girovaga” o alle loro idee non politicamente accettabili. Non è certo il caso di Kant.

Credo che il motivo sia da ricercare non nelle sue idee sulla donna, in linea con l’ambiente ed il comune pensare della sua epoca che coinvolgeva anche le stesse donne, ma molto più semplicemente e banalmente nel rigore della sua abitudinarietà e monotonia di ritmi quotidiani. La presenza continua in casa di un’altra persona, avrebbe di sicuro turbato la scansione sempre uguale delle sue azioni, soprattutto dello studio, scansione e monotonia delle quali egli era geloso custode.

 

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