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Verso la Quaresima sulla scia dei Santi

Inserito da on 22 febbraio 2019 – 00:00No Comment

Padre Giuliano Di Renzo

Ogni mese dell’anno offre spunti particolari di meditazione. Non di riflessione qualunque, ma della riflessione che l’intelletto fa delle cose dell’anima e dei sentimenti di affetto che da essa si accendono, e della preghiera che matura dentro la coscienza quale fiore di affettuosa meditazione. E’ la meditazione religiosa tanto cara ai santi, a San Pio da Pietrelcina per esempio, meditazione calorosamente raccomandata dai maestri di vita spirituale. Sant’Alfonso de’ Liguori ammonisce che senza la pratica della meditazione non ci si salva l’anima. Si sa infatti che il mondo è dispersivo ed è intorno tutto un vociare di ogni cosa. Televisioni e mezzi di comunicazione sociale occupano senza soste tutta l’intera giornata in un rimbalzarsi di chiacchiere e notizie l’una dall’altra e a noi riamiamo ad essi soggiogati assuefatti al chiasso della strada. Tengono banco pettegolezzi, risentimenti e volgarità.

La meditazione ama il silenzio e assidua predispone al dono della contemplazione, che lo Spirito Santo elargisce ai poveri e ai semplici senza che costoro se ne accorgano. Con la meditazione si sviluppano le virtù cristiane in particolare la conoscenza di sé e con questa la virtù dell’umiltà.

E’ noto il caso di cui fu testimone san Giovanni Maria Vianney, parroco di Ars. Vedeva un contadino che tutte le sere tornando dai campi sostava a lungo davanti a Gesù vivente nell’Eucarestia. Gli che cosa dicesse al Signore stando così a lungo in silenzio davanti a Lui. Il contadino rispose. “Nulla gli dico. Lui guarda me e io guardo Lui”.

Quell’anima semplice di ignaro contadino aveva il dono divino della contemplazione infusa che il Signore concede generosamente ai piccoli. “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli” (Vangelo di San Matteo 11,25-30).

Viene in mente ciò che si riferisce di Gesù ospite di santa Marta a Betania. Indaffarata Marta chiese a Gesù di dire farle dare una mano dalla sorella Maria, ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose mentre una sola è la cosa di cui c’è veramente bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Vangelo di San Luca 10,38-42).

Ogni preghiera deve indurre lo spirito di preghiera, preghiera che accompagna l’anima anche nelle attività quotidiane senza distrarla da esse e senza distrarla da Dio, essere alla presenza di Dio in cui trova la sua unità la vita evitando che mente e affetti si  trovino divisi e sparpagliati ognuno per conto proprio in conflitto tra loro lasciando nello spirito il disagio che è il tormento del dissipato vivere quotidiano: la divisione per cui lo spirito si dibatte tra cose, mondo e se stesso.

La contemplazione è il frutto abituale dell’abitudine alla meditazione.

Tutti meditiamo quando ci applichiamo con attenzione a qualche cosa di impegnativo. L’interprete che si attarda a cavare dalla composizione artistica i segreti della bellezza, lo scienziato intento sugli esperimenti e attento alle sue equazioni compiono alla fine nel loro spirito la sintesi che abbraccia l’insieme del bello e del vero, e della vita dà il segreto più intimo del sentimento della mente che gode perché pensa, pensa perché gode.

E’ la naturale contemplazione dello spirito umano.

Anche con la preghiera avviene in noi un processo simile. Ma essendo la preghiera un colloquio non con le cose ma con Qualcuno, che è Dio, la trasformazione che avviene nel nostro cuore è il dono soprannaturale della contemplazione infusa.

Quando la preghiera persevera nel confidente suo colloquio di amore con Dio e si inoltra sempre di più nella comunione del cuore e della mente con Lui matura e si accende nello spirito più vivido il fuoco dell’amore.

Si vede con l’occhio della mente infuocata d’amore, si vede con l’occhio dell’amore. La mente che vede è tuttuna col cuore che ama e quanto più vede tanto più ama, quanto più ama tanto più vede. La parola greca orao è mistica parola che si distende sull’orizzonte intero dell’anima fatto tutto ardente di luce sino a giungere all’estasi estrema dell’amore. Suggerimento plastico di essa è l’estasi di santa Teresa del Bernini a Roma. La contemplazione prima acquisita trapassa a soprannaturale contemplazione infusa, dono dello Spirito Santo.

Non meravigliamoci quindi di San Pio che amava dire di sé: “Sono un frate che prega”.

La preghiera contemplativa stimola l’azione e la sorregge. L’aria che accarezza ravviva. Colma di amore la contemplazione è un rigurgitare di amore e amore e fuoco sono energia del mondo. La preghiera deve distinguere dal mondo non allontanare dal mondo e ove lo facesse sarebbe contemplazione vana, falsa la preghiera che distrae dai propri doveri e dall’esercizio della carità e dalla virtù umane e cristiane, dalla fedeltà alla volontà di Dio. Proprio come dice il Vangelo che: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Vangelo di San Matteo 7,21).

O: “Rimanente nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (San Giovanni 15,9-10).

La preghiera assolutamente contemplativa di San Pio era pure azione. Si pensi alle ore da lui trascorse nel confessionale, alla Casa Sollievo delle Sofferenza. Le azioni procedevano da un cuore che amava, dalla contemplazione che lo immedesimava con Cristo crocifisso e faceva capace di compiere miracoli di carità cristiana che sono più grandi di ogni sparuto misero sentimento umanitario. Il ministero di carità di Padre Pio era dall’Amore creatore dello Spirito di Dio, alla cui presenza come il profeta Elia con allargate le sue mani piagate egli stava (cfr il Libro Primo dei Re 18,15).

Quei monumenti di carità erano il frutto della dolorosa comunione di lui con l’Amore del cuore squarciato di Cristo sulla croce, che stando alta sul mondo diventava in ciò resurrezione del mondo.

Altro che i facili rumorosi diritti. Qui siamo oltre i semplici diritti umani essendo diritti doni sommi e immensi dell’Amore che sussiste quale divino Amore, Amore che è Amore perché “Solo Amore e Luce ha per confine” (Dante. Par. XXVIII, 54)

Padre Pio, ma anche i Servi di Dio Luigina Sinapi e Fra Immacolato Giuseppe di Gesù (Brienza), carmelitano di Campobasso inchiodato alla croce del lindo suo lettino, e altre segrete anime, come scriveva il Beato Tommaso da Celano di Santa Chiara d’Assisi, spezzavano e spezzano l’alabastro del proprio corpo per diffondere nella Chiesa il prezioso profumo di nardo che la delicatezza appassionata di donna che riconoscente ama e amando si nasconde e si dona versò con abbondanza sino a farne sperpero sui sacri piedi di Gesù asciugandoli poi con i propri capelli (cfr Vangelo di San Giovanni 12,1-8).

Più che inchiodati l’amore li ha distesi, adagiati sulla croce e l’apparente loro immobilità e non poter far nulla delle anime che pregano è l’energia nascosta che tiene in vita il mondo.

La vera preghiera non dice, ama.  Chi ama fa, chi non ama non fa anche quando sembra che faccia.

Intorno a noi vediamo un grande affannarsi e tuttavia non si può dire che il mondo migliori, anzi. Come aspettarsi che germoglino semi di vita dalla terra inaridita dai miasmi con cui l’inquinano i cuori degli uomini così pieni di perché dimentichi di Dio? Si elevano grandi cattedrali di egoismo e di cattiveria nel deserto del mondo sacro ai fallimenti e alla paura.

Ogni vera preghiera deve diventare contemplazione, anche la recita del rosario. Che cullandosi nella ripetizione di Pater e di Ave Maria fa elevazione come di volteggiare a spirale di aquila che le ali spalancate innalzano nel cielo. Ogni Pater, ogni Ave Maria, raccogliendo nella considerazione del mistero, sono ciascuno un colpo d’ala che solleva l’anima nella sapienziale degustazione del mistero di Dio. L’anima sale in alto e come l’aquilone di Pascoli sale sino a diventare un punto che identifica con l’azzurro luminoso del cielo. Tale contemplazione dono dello Spirito Santo è la contemplazione infusa. Cioè è Dio che la partecipa, non emerge dallo sforzo naturale dell’anima che ne è solo preparazione.

In questo stato l’anima è rapita dallo Sposo, entra nel silenzio adorante dei sensi. Un fuoco la permea e l’accende di profondi sentimenti di pace, ardori di amore, di umiltà, di bontà.

Anche in mezzo alle faccende, alle attività l’anima riposa abbandonata al fuoco che interiormente la incendia e la consuma senza consumarla simile al roveto ardente di Mosè – come in fisica una centrale atomica che genera energia e si rigenera – la chiama traendola sé e quanto più essa ad esso si  abbandona viene pervasa dalla pace dell’amore che ama e l’apre vieppiù alla piena libertà della gioia del cielo.

La terra si fa lontana e quando anche un poco si torna ad essa se ne ha disgusto attribuendo la nostra anima al mondo il suo giusto valore di nulla, quale quel mondo spiritualmente lontano veramente è.

Il Signore conduce l’anima nel deserto del mondo e parla al suo cuore, in colloquio cuore a cuore nell’amore sponsale che si nasconde a tutto per rivelarsi solo a s e stesso.

Perfetta gioia del cuore che perché chi ama finalmente gode e perché gode finalmente ama, fatta essa sensibile immagine della Trinità che tutta vive e si compie raccolta in se stessa nell’eternità del suo indefettibile eterno vivente Amore.

Il mondo è spazio geometrico che tutto accoglie, ma come unità non ha e non è spazio geometrico a se stesso. Non ha cioè un dove.

Dio pure è ma non ha un dove. Ma a differenza del mondo non solo non ha un dove, ma neppure è dove ad altri.

Il grande male di oggi è che non si medita più, ci siamo distaccati da Dio sino a perdere ogni sentimento di Lui, quasi a perderne il ricordo.

E ci sono coloro che hanno pure l’ardire di dire che sono atei, che Dio non c’è. La fede si alimenta di amore e l’amore si alimenta di fede e basta che si affievoliscono appena un poco si spengono.

Magari come Indro Montanelli si dirà che essendo la fede un dono, non avendolo ricevuto di non avere la fede non se ne è responsabili.

Dimenticando a proprio danno che la fede e l’amore il Signore li offre a ognuno, per tutti infatti è morto e risorto. Se quindi fede e amore in non sono mai entrati o si sono spenti la colpa è solo nostra.

Nel terreno che la trascuratezza fa indurire il seme muore, ce lo ricorda Gesù con la parabola del seminatore (Vangeli di San Matteo 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15)

La Quaresima che ci preparerà alla Pasqua per morire con Gesù a noi stessi e risorgere con Lui ci ricorda tutto questo. Tempo di misericordia e di perdono, tempo di preghiera e di opere che non siano soltanto buone ma sante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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