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Statale, pubblico, comune

Inserito da on 22 febbraio 2019 – 09:58No Comment

Aurelio Di Matteo

 In questi giorni riempiti da vicende giudiziarie vere o presunte, ma di fatto enfatizzate e tirate per la giacca tanto da diventare mediocre avanspettacolo anziché, c’è una parola, che ha attraversato come il bagliore di un lampo la politica e il giornalismo, evidenziata solo come strumento denigratorio, per niente nel suo fuorviante uso. Ha fatto capolino anche nei dibattiti parlamentari per un Disegno di legge in discussione alla Camera, ma soprattutto nelle polemiche mediatiche per una “presunta” gaffe del Ministro Toninelli. Un vocabolo il cui uso è prevalentemente quello di aggettivare un sostantivo, ma in molti casi per diventare esso stesso sostantivo. Purtroppo per la parola, la sua semanticità fa sì che ognuno le possa dare un senso comunicato che, di fatto, è portatore di una equivocità che induce a fuorviare l’ascoltatore. Peccato, perché in unione con “cosa” rievoca secoli di storia e memorabili pagine di elaborazioni teoretiche. La parola è “pubblico/a”, che immediatamente ci riporta a Res-publica.

Direte: e che c’è di equivoco in questa parola? Fermiamoci alla gaffe.

Il ministro Toninelli quando l’ha usata – “Autobrennero torni pubblica – voleva di certo significare una restituzione dell’autostrada allo Stato, operando un’ardita e non veritiera sinonimia comunicativa: pubblico=statale. Con gaudente saccenteria l’on. Biancofiore – non so quanta competenza dell’uso della lingua abbia nel suo curriculum – e il mai compianto ex ministro Lupi hanno, insieme ad altri, sottolineato la non conoscenza di Toninelli, affermando che l’Autobrennero S.p.A. già era pubblica per l’84%.

In verità sono incorsi nella stessa falsa sinonimia comunicativa del ministro Toninelli: pubblico=statale. Entrambi hanno sbagliato, il primo involontariamente, i secondi con consapevolezza lessicale ma con fraudolenza comunicativa. Vediamo allora di fare chiarezza, anche perché lo stesso equivoco comunicativo sta avvenendo a proposito del Disegno di legge in discussione in Parlamento, che riguarda l’acqua e la sua gestione. È una proposta di legge che, come recita il primo articolo “si prefigge l’obiettivo di favorire la definizione di un governo pubblico e partecipativo del ciclo integrato dell’acqua”. Ed anche qui il mio dubbio e la mia perplessità sul corretto uso comunicativo del termine pubblico dopo avere ascoltato il responsabile di una società, che gestisce un grosso acquedotto, affermare che la legge proposta è inutile, poiché oltre il 90% delle reti idriche sono gestite da “società pubbliche”, come appunto quella che egli rappresenta.

Da improvvido curioso e dubbioso ascoltatore sono riandato al significato di pubblico nell’accezione polisemica della sua molteplice aggettivazione. Se non altro perché tale aggettivazione è utilizzata in un altro settore, ancora più significativo per il vivere dei cittadini, il settore della sanità. E il suo uso è riferito anche alla scuola, dove in verità la sua intrinseca equivoca comunicazione polisemica si avverte poco o nulla, per la circostanza che in Italia la coincidenza di pubblico e statale interessa la quasi totalità degli Istituti – di 57.831 in totale soltanto 563 sono privati (scuole dell’infanzia o primarie) e 12.935 parificati, quindi “pubblici”, ed anche questi in maggioranza riferiti a scuole dell’infanzia o primarie gestite da privati, ai quali appartengono anche la proprietà o la disponibilità delle strutture allocative.

Nella tradizione politico-culturale della sinistra italiana è assunto in modo dommatico che pubblico e statale siano sinonimi, se non proprio coincidenti senza alcuna differenza. Si assume come convinzione indubitabile che “proprietà pubblica” significhi “proprietà statale”, amplificando in tal modo il significato di pubblico fino a confonderne i confini con “cosa di tutti”, in quanto appartenente alla “res-publica”. Se il significato e la sostanza fossero questi, cosa distinguerebbe il Socialismo dal Capitalismo di Stato e dallo stesso Capitalismo tout court?  E che significato avrebbe dire, ad esempio, che l’acqua è “un bene pubblico”? che essa è proprietà di tutti, nel senso che non c’è un proprietario? o semplicemente che ad essa hanno diritto tutti, indipendentemente dalla proprietà?

Quando ad Autobrennero si aggiunge una S.p.A., il significato di pubblico veleggia in un’altra dimensione e si avvicina molto a quello che ha acquisito nei territori linguistici anglosassoni, la public company.

La significazione di pubblico diventa ancor più polisemica se letta nel confronto con ciò che dovrebbe essere il suo contrario, il privato. Oggi che il politico, da una parte, è giudicato dalla sua sfera privata, che diventa in tal modo pubblica e, dall’altra, egli stesso ama mettere in pubblico il suo privato, volendosi accreditare come “cittadino qualunque”, i due termini privi di confini valoriali si confondono nella rilevanza o irrilevanza politica. Nella ricezione dei cittadini, pertanto, si è determinata la involontaria trasposizione in tutti i settori di questa indeterminatezza, per cui anche la S.p.A, la public company, le gestioni in convenzione, ecc. appartengono al settore “pubblico” nel significato che avevano nel dommatismo della sinistra, che le identificava con statale.

Di conseguenza “pubblico” diventa sinonimo di “statale”, ma non rispecchia più la realtà dopo l’abbandono del vecchio welfare e il diffondersi invasivo del cosiddetto “privato sociale”.

E allora come distinguere il pubblico dal privato e dallo statale? Di certo la differenza e la distinzione non possono essere affidate a questi vocaboli per la loro acquisita polisemia comunicativa. Bisogna ricorrere, invece, alla loro substantia come dicevano gli intellettuali dell’antica Grecia. O semplicemente analizzare la natura della loro struttura economica con riferimento alla somma di denaro messa a frutto e alla finalità che con questa somma si vuole conseguire. È ovvio che in tale ottica la “proprietà” non è l’aspetto più rilevante, in quanto questa può essere anche di Enti amministrativi non privati ma appartenenti alle articolazioni della res-publica – Regione, Provincia, Comune, Enti pubblici, ecc.

Ed è proprio con gli Enti pubblici che il termine raggiunge la sua massima equivocità, poiché il carattere istituzionale dell’Ente pubblico – proprietà pubblica, cioè di tutti – non coincide con il connesso intrinseco carattere funzionale – produrre beni o servizi non destinati alla vendita, ma finalizzati alla redistribuzione della ricchezza o dei servizi prodotti. Quando la finalità, infatti, è determinata solo dal “mercato” si perde il concetto di “bene comune” che è proprio della res-publica. E ancor più quando alle società partecipate si aggiunge il privato o esse stesse sono di un privato! Caso emblematico e più significativo è ciò che avviene nel settore della Sanità.

Il denaro diventa così anche l’unica misura della produzione sociale e dell’intero sistema economico. Nello stesso tempo costituisce controllo e comando. La società nella sua interezza è subordinata al capitale e anche la classe politica è sussunta dentro il medesimo processo.

Gli è allora che andranno superate le categorie di pubblico e di statale, in quanto principi fuorvianti ed equivoci, e sostituiti da un nuovo principio che, rispecchiando l’identità di res-publica in quanto “cosa di tutti”, possa animare sia l’attività collettiva degli individui nella costruzione della vita e della ricchezza, sia l’autogoverno di questa attività.

Si tratta di ripristinare o, meglio, di rifondare la democrazia sociale, così come il bisogno di trasformare i servizi pubblici in una vera istituzione “comunitaria” che rispecchi il concetto di “bene comune” e di “proprietà di tutti”. È la categoria di “comune” la sola che possa tradurre in concretezza di vita i diritti fondamentali dell’umanità, che escludono ogni forma di “mercato”.

I diritti fondamentali, i diritti dell’umanità si accompagnano non alla proprietà come Capitale né alla proprietà come merce.

La salute, la scuola come tutela della crescita e formazione dell’umanità, l’aria, l’acqua, la terra, la libera circolazione, sono i diritti a fondamento e precondizione dell’esercizio di ogni altro diritto. Come tali il loro esercizio esclude ogni forma di “mercato”.

Il “comune” deve essere inteso come il “prodotto della prassi politica”; come il risultato di un “processo costituente”. Il “comune”, in tal senso, non è un ideale – certamente potrà anche esserlo. È esso stesso il modo di essere dell’azione degli individui, la sua forma e la sua definizione. È la fondazione ontologica della lotta al bio-potere del capitalismo ora finanziario, per usare una terminologia alla Foucault. In quanto tale diventa la forma e l’obiettivo della nuova lotta di classe.

 

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