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Prima Repubblica? Che sia da esempio

Inserito da on 5 febbraio 2019 – 10:01No Comment

Aurelio Di Matteo

Nella primavera di quest’anno, in coincidenza con la tornata elettorale delle Europee, ricorrerà il venticinquesimo anniversario della morte della prima Repubblica. Venticinque anni durante i quali sul palcoscenico delle competizioni politiche si sono esibite sempre nuove maschere partitiche e nuovi attori protagonisti, con qualche residuato bellico di contorno, spalla rispolverata per recite riadattate senza contenuti. Sigle e contenuti che nulla hanno a vedere con la storia di una società che, in un modo o nell’altro, aveva consentito all’Italia di allocarsi ai primissimi posti della classifica mondiale dei Paesi industrializzati più avanzati ed essere protagonista sullo scenario mondiale della politica.

Venticinque anni che hanno visto sigle apparire e scomparire nel gioco mediatico della comunicazione politica. Le più grosse? Forza Italia, una formazione siculo-lombarda a contenuto populista e padronale; PDS -DS-PD, un ircocervo di cui, come diceva Platone, si conosce il nome ma non l’essenza, cosa esso sia; Lega Nord-Lega, un partito celtico in giacca e cravatta e divisa paramilitare; 5Stelle, un partito sempre in Movimento sospinto da Eolo, come l’Ulisse dopo Itaca, verso le mitiche Colonne d’Ercole, dove si perdettero le sue tracce; AN – (PDL) – AN – FdI, un partito tra nostalgia e desiderio, sogno e realtà, speranza e sopravvivenza. Tutto qui.

Venticinque anni, durante i quali si è quasi mitizzata una indefinita e mutevole seconda Repubblica, spesso battezzata all’insegna di un berlusconismo invasivo e trasversale; durante i quali ad ogni passo, ad ogni tentativo di ricorrere all’uso della ragione su possibili soluzioni di equilibrio strutturale, economico e sociale, si è agitato lo spauracchio del ritorno alla prima Repubblica, quasi emblema dell’oscurantismo conservatore più retrivo e dei buchi neri della corruzione più profonda.

Si affermato così il “racconto” di un periodo buio e inefficiente dal quale ci si era finalmente liberati. Ed ecco il ritornello quotidiano, ereditato anche da quest’ultima variante che qualcuno già definisce terza: azzerare, innovare, cambiare. Su tutto nasceva anche il mito della “governabilità” a fronte di una presunta ingovernabilità, che a ben guardare è stata reale proprio in questi venticinque anni quale risultato proprio delle improvvide, furbesche e abborracciate sopraggiunte leggi elettorali, finalizzate soltanto a creare sedicenti novelli Cavour di cartapesta e a garantire una seggiola all’amica o all’amico ossequienti. E tutto il panorama politico, da destra a sinistra, è diventato senza memoria, dimenticando che negli anni sessanta e settanta e poi ottanta, con Governi che cambiavano con il ritmo delle stagioni, soprattutto nei periodi balneari, si attuarono le più grosse riforme per ammodernare strutture sociali e amministrative, dal mondo del lavoro a quello sanitario, da quello scolastico a quello economico – Riforma agraria, Statuto dei lavoratori, Assistenza sanitaria a tutti i cittadini, Scuola media unica con obbligo scolastico, ecc. Senza contare la conquista dei fondamentali diritti civili, anche attraverso consultazioni referendarie di avanguardia, quali l’aborto e il divorzio; la conservazione di una democrazia che seppur non ideale ha consentito la grande trasformazione della società, garantendo l’esercizio e la crescita dei diritti fondamentali e dando a tutti la possibilità concreta dell’ascensore sociale. Inoltre fu un periodo in cui si realizzarono in tempi stretti le grandi opere strutturali – autostrade, aeroporti, porti, stazioni ferroviarie, ecc. – che resero l’Italia un Paese moderno.

Coloro che come me hanno vissuto quel periodo, ricorderanno quanti e quali enormi cambiamenti sono avvenuti nella prima Repubblica, come si presentavano le città, le abitazioni, le scuole, le vie di comunicazione, i mezzi di trasporto pubblici e privati negli anni cinquanta e come, invece negli anni settanta e ancor più negli ottanta. Lo stesso scarto non è visibile tra il 1994 e il 2018, ad eccezione di qualche computer in più, uno smartphone in media a persona, un centinaio di canali televisivi con profitto per pochi e assenza di contenuti formativi e culturali e qualche altro effimero cambiamento simile. In compenso si registra una crescita continua e consistente della povertà.  È come se la società si fosse fermata, in standby!

Tutto si svolge sulle slides, su face book e simili. Un twittare continuo, che ha trasformato la politica nel cinguettio del pro e del contro. La politica ha messo al bando il pensiero eliminando il luogo delle ideologie. E si guarda bene dall’usare anche la terminologia delle performance politiche del passato, quali verifica, rimpasto, accordo programmatico, ecc. Il vuoto di memoria che pervade la vita politica di oggi, porta a non riconoscere che quelle che sembravano ritualità servivano di fatto a riformulare in modo più adeguato l’azione del governo. Le democrazie parlamentari, espressione di forze politiche rappresentative delle esigenze sociali, vivono, invece, proprio di ”rimpasti” governativi, di sostituzioni di ministri, di periodici aggiustamenti programmatici. L’Inghilterra, che certamente non difetta di democrazia, ne è un valido esempio.

Certo i partiti, come le parallele associazioni culturali di supporto, comportavano finanziamenti, non sempre leciti, per mantenere un esercito di dipendenti; ma erano strutture associative capillarmente diffuse sul territorio con le miriadi di Sezioni. E in queste sezioni si entrava e si usciva, si discuteva, si incontravano con molta frequenza i propri eletti nelle istituzioni rappresentative, si organizzavano dibattiti, si esponevano problemi. Insomma c’era il contatto continuo tra politici e cittadini, ascolto e dialogo. La seconda Repubblica ha mandato al macero i partiti e i luoghi di discussione e con essi le ideologie. E la politica ha rinunciato al “pensare” sostituendolo con il rapido cinguettio del botta e risposta o delle affermazioni autoreferenziali.

È facile e scontato dirmi, ricordando il Carducci, che non è più quel tempo e quell’età.

Certo, ma nulla e nessuno impedisce ai novelli Soloni, su fronti contrapposti, di prendere esempio ed ispirarsi ai protagonisti di quella prima Repubblica, del Governo e dell’opposizione, innanzitutto per comportamenti e, successivamente, per le azioni e le soluzioni politiche adeguate a risolvere i problemi.

foto il socialista.com

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