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Mercato San Severino: al Comunale applausi a Federico Salvatore

Inserito da on 4 febbraio 2019 – 04:59No Comment

Anna Maria Noia

Buona la… terza al teatro comunale di Mercato S. Severino: il terzo (appunto) spettacolo per la rassegna 2018/2019 è stato quello dell’istrionico artista partenopeo Federico Salvatore. L’attore ha portato in scena “Malalengua” – da lui scritto e diretto – che irride (in modalità sarcastica e irriverente) i difetti e le contraddizioni della “sua” Napoli. Un folto pubblico accalcava la struttura in via Trieste, il primo febbraio scorso alle 21. Il popolare cantante e attore non si è di certo smentito, nell’approcciarsi all’uditorio: è sembrato molto a suo agio sul proscenio, a partire dall’ingresso al palco. In stile/tono colloquiale – molto informale. Ha dato luogo ad una “visione” grottesca sulle criticità e le negatività (a volte ataviche, “storiche”) della bella Napoli. Edenico centro del Regno delle Due Sicilie, tanto vagheggiato da Goethe (autore de “Il viaggio in Italia”). Ma non solo. Infatti la città della ninfa/sirena Partenope (in greco, “vergine”) non è soltanto il luogo di nascita di Totò e di Pino Daniele (omaggiati e/o, in qualche modo, ricordati da Salvatore nel corso del recital o espressione di teatro/canzone) ma anche un luogo denso di forti ed aspri contrasti sociali e culturali. Nell’acuta disamina del poliedrico Federico Salvatore, molto si salva della… “napoletanità” – ma ci sono anche cose che degradano, vituperano e mortificano, purtroppo, la città dolente. Una di queste è certamente la droga (nella fattispecie, la cocaina), ricordata in più passaggi dell’esibizione del personaggio. E poi esiste il razzismo, esplicitato e illustrato da Salvatore in alcuni riferimenti. Ad esempio, parlando del “matrimonio” tra Merdella e Strunzillo – due deiezioni, una di “umili” e basse origini e l’altro di Posillipo – a mo’ di “Livella” di Totò; oppure quando narra della storia della cozza nera e del totano bianco, sul modello di “Romeo e Giulietta”; oppure tramite la gag “telefonica… sgrammaticata” in cui il Nostro pronuncia il cognome Caracciolo cambiandone l’accento. Tanto il “materiale” (se così possiamo affermare) di cui discutere, nell’ambito della pièce. Convincente e gasata, ritmica, briosa. Anche grazie alla band di quattro validi e competenti elementi, tutti abilissimi a creare un’atmosfera soffusa, di suoni e ballate. Nel complesso, Salvatore si è dimostrato irriverente – come usualmente – ironico, sornione, autoriflessivo ma non autoreferenziale. Per un intelligente intrattenimento allo stato puro. Già dagli inizi della “apparizione” in teatro; quando si è rivolto – idealmente – ai giovani di oggi, del 2000. Che usano (spesso passivamente) costosi smartphone, ma non sanno reagire alle provocazioni. Secondo il Salvatore-pensiero, la mala parola, la mala lingua – quando è ben diretta, motivata, canalizzata e non gratuita – ha un forte valore, una valenza simbolica liberatoria e apotropaica. Tra gag e riflessioni, in due ore di spettacolo, tanti gli spunti di impegno sociale da parte di Salvatore. Che, già dal 1996 – quando è salito sul palco del festival di Sanremo – ha dimostrato di saper tener testa appunto all’impegno civico, “accantonando” (ma mai rinnegando) la vis comica che lo ha caratterizzato agli esordi (si è imposto alla notorietà del “grande” pubblico anche grazie al “Maurizio Costanzo show” – anche nel ‘95). Con la canzone “Sulla porta”, che tante polemiche innescò – verteva sull’omosessualità – giunse al tredicesimo posto. Ma ormai il dado era tratto, il sasso lanciato nello stagno della “mediocrità” (in senso metaforico) sanremese. E così, il guitto di “Azz” diventa paladino dei diritti umani, o quantomeno attore “impegnato”. Federico Salvatore, ha dichiarato rivolgendosi agli spettatori nel corso dello show, preferisce comunque il teatro alla tv. In entrambi i contesti, ha mietuto e miete successi. Ma – probabilmente – il teatro è più diretto e meno ipocrita. “Malalengua”, quindi. Tra le sputacchiate “giustificate” di Pulcinella, tra gag a gogo e riflessioni “serie” (amare?). Il Nostro è risultato essere affabile e sicuro di sé, dialogando col suo uditorio. A sua volta attento, partecipe, divertito. Che ha fatto da contraltare alla verve scoppiettante, esplosiva e caratteristica – originale… Per un bell’esempio di teatro/canzone – con tematiche cogenti e ispirate o legate all’attualità. Mettendo alla berlina – sarcasticamente – i difetti, i contrasti, le contraddizioni e le esasperazioni di tutto il Meridione. Non vani, infatti – nelle intenzioni dell’attore – i continui ed “accorati” richiami a Garibaldi (e ad altri personaggi storici o della società) e al concetto stesso di libertà. Una recitazione convincente, particolarmente intensa. Validi anche i quattro musicisti ad accompagnarlo nella… “avventura”. In cui ride della modernità e del progresso; egli è “passatista” per sua stessa ammissione. E comunque brioso, accattivante. Attraverso tempi e mode, affabulando. Godibili i suoi “doppi sensi” – ammiccanti, ma mai volgari. Lo spettacolo, nel complesso, è risultato piacevolissimo. Il ritmo, molto sostenuto. Immerso in una particolare atmosfera, calda e soffusa; la musica stessa non è stata mai preponderante, mai aggressiva. Tra calembour e giochi di parole; in un’apologia del “chitemmuorto” pulcinelliano. Le immagini metaforiche sono indovinate, vivide e geniali. Una performance accorata, realista, cruda, dura. Attualizzata. Leggera, tra il serio e il faceto. Sdoppiato, quasi, Federico – nei panni di un altolocato – e Salvatore, un (autentico) “cafone”. Ed infine, per tutti i gusti, una… “sfiziosa” ninna nanna, per una bambina che non vuole – “complice” la madre che tarda a tornare a casa – addormentarsi, provocando l’ira e le… “simpatiche” contumelie del papà – stanco e irritato. Magistrale, questo attore. Come pochi.

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