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Salerno: Presidente Prete all’Assemblea di Confindustria al Teatro Verdi

Inserito da on 26 novembre 2018 – 06:00No Comment

Aver voluto all’Assemblea di Confindustria Salerno, tutte le forze produttive del Paese non è casuale. I valori di tutti noi ci qualificano come interlocutori affidabili e necessari, eppure…Eppure sembra che la politica pensi e decida senza tenere in conto alcuno le esigenze dell’impresa. Anzi. Si fa sempre più diffuso e pervicace un sentimento di ostilità verso i valori del mondo che rappresentiamo, verso i nostri interessi legittimi. I primi passi del governo, infatti, non sembrano mostrare alcun segnale di attenzione per la crescita vera, quella che – diciamolo senza mezze misure – è fatta dalle imprese. Siamo preoccupati. Il Paese è in bilico tra sviluppo e contrazione, con un Pil che si è fermato dopo tre anni e la disoccupazione tornata a salire negli ultimi mesi oltre il 10%. Aleggia poi lo spettro della recessione che, come sostiene il Fondo monetario internazionale, potrebbe derivare da livelli troppo alti di debito.

Impossibile, infine, non tener conto dello spread tra BTp e Bund che viaggia intorno ai 300 punti base. Numeri che dettano legittime ansie sui nostri titoli di Stato, lasciando prefigurare un allargamento dello spread sulle banche e l’impossibilità dell’Italia di finanziarsi l’indebitamento. Tradotto in economia reale, tassi elevati significano mutui e prestiti bancari più onerosi per cittadini e imprese. Una via d’uscita però esiste ed è l’aumento della produttività. Ma, nel Contratto di governo, di misure per incrementare la produttività non c’è alcuna traccia. Fino a che siamo in tempo, da qui, da questo palco, chiediamo di rimettere l’impresa al centro per la tenuta del Paese.

DECRETO DIGNITÀ

Rispolverando un armamentario di accuse contro l’impresa che ci riporta indietro di almeno quarant’anni, il primo provvedimento firmato dal ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio è stato il Decreto dignità. Nei fatti, il provvedimento – nato e pensato senza il necessario approfondimento e confronto con l’impresa – punta il dito contro il lavoro a tempo determinato. Un’autentica presa di posizione ideologica, che non fa che innescare una caccia al nemico – l’impresa – che in questo Paese, con grande sforzo e impegno, vuole solo continuare a garantire lavoro e creare ricchezza. Un nemico, oltretutto, artatamente costruito: basti pensare che su 100 contratti, nel nostro Paese solo 15 sono a tempo determinato. Siamo allora, dati alla mano, in linea con la media dei Paesi Europei. E lo siamo perché il contratto a tempo determinato non deriva dalla volontà speculativa dell’imprenditore, ma dalle ragioni del mercato e da quelle interne all’impresa. Pure le imprese sono, infatti, “precarie”. Mutamenti di mercato, concorrenza anche sleale, innovazioni tecnologiche, leggi, regolamenti e cause imponderabili rendono la nostra impresa incerta ogni giorno. Basta con il considerare l’imprenditore – piccolo o grande che sia – un privilegiato, uno che sta e starà bene a prescindere. In un momento delicato come questo quindi, regole coercitive come quelle contenute nel decreto dignità, ingessando il mercato del lavoro, possono solo innescare il risultato opposto di far calare ancora di più l’occupazione. Una soluzione per fare leva sull’occupazione le imprese sono anni che chiedono di averla: si chiama cuneo fiscale.

REDDITO DI CITTADINANZA

Non va di certo meglio con l’altro miracoloso provvedimento del governo gialloverde: il reddito di cittadinanza.

In attesa di capire con esattezza come funzionerà – in manovra c’è solo lo stanziamento – ci chiediamo quali risultati possa dare questo strumento assistenzialista con i mezzi di cui dispone. Prendiamo i centri per l’impiego, cui la nuova normativa chiede – oltre al solito – di svolgere un servizio efficiente di assistenza nel mercato del lavoro. Come faranno a gestire il nuovo ruolo che imputa loro responsabilità burocratiche ma anche operative? Più di tutto però il governo si è chiesto quale lavoro potranno trovare i beneficiari del reddito di cittadinanza se le imprese non saranno messe nelle giuste condizioni per crescere? Da quale cilindro verranno fuori i posti di lavoro? Realisticamente allora pensiamo a un reddito di cittadinanza per molto più di sei milioni di persone perché – se non si inverte la rotta e non si rimette l’impresa al centro – il rischio che le imprese comincino a licenziare si fa alto.

LO SMARRIMENTO DELLE COMPETENZE

Al di là delle misure scelte e dell’approccio oscurantista, a preoccuparci è anche il messaggio che stiamo lanciando ai giovani, protagonisti lo scorso anno della nostra Assemblea. Come un anno fa, crediamo ancora che l’inclusione dei giovani nella società e nel lavoro sia una spinta essenziale perché il nostro Paese torni a crescere. Ci chiediamo, però, quale esempio stiamo dando loro con queste politiche, con questi politici. Dove sono finite le competenze? Da qualità indispensabili sono diventate oggi velleità, orpelli, quasi quasi elementi ostativi alla riuscita personale e del Paese.

INDUSTRIA 4.0

Mentre nel DEF si parla di auto che si guidano da sole come antidoto alle morti per incidenti stradali, nel concreto si pensa a depotenziare gli incentivi per Industria 4.0 e il credito d’imposta ricerca e sviluppo, con un’ulteriore penalizzazione per le imprese pari a 1,6 miliardi per il 2020. Ci aspettano ancora anni di profondo cambiamento tecnologico, che va gestito. La strada maestra per farlo è – lo abbiamo detto anche lo scorso anno da questo palco – investire in competenze e formazione, a partire dagli ITS, scuole di tecnologia post diploma capaci di valorizzare abilità subito pratiche e adatte alla quarta rivoluzione prodotta dalle nuove tecnologie.

INFRASTRUTTURE

E veniamo a un altro punto dolente: le infrastrutture. Come spesso ripete il nostro presidente Boccia, gli investimenti in infrastrutture danno la misura di quale visione abbia il Paese. Chiudere i cantieri – che si tratti di TAV, Tap o di interventi di più ridotte  dimensioni – significa arretrare. Pensiamo ad esempio all’Aeroporto di Salerno. La presenza di un aeroporto funzionante permetterebbe al nostro territorio e alle nostre imprese di essere presenti nel mondo, in una orbita internazionale di visibilità turistica, attrazione culturale e sviluppo economico. Ma il governo gialloverde tentenna, allungando i tempi e non la pista.

BUROCRAZIA

La vicenda dello scalo salernitano ci conduce dritti verso un altro buco nero del Paese: la burocrazia. A dire il vero, tutti gli ultimi governi hanno mancato questo obiettivo. Il groviglio normativo, la paura della firma dei funzionari pubblici e la lentezza della giustizia fanno finire ogni iniziativa – per quanto utile e condivisa – in una palude dalla quale se si esce, non si sa mai in quanto tempo e come.

QUOTA 100

Sulla questione controversa, poi, «Quota 100» – al di là del balletto di cifre sugli anni lavorativi italiani rispetto a quelli di altri Paesi europei – vogliamo rimarcare che i 6,7 miliardi appostati per questa riforma contribuiscono a ingrossare la sproporzione tra l’aumento della spesa corrente e gli investimenti, ricordando l’ovvio: sono solo gli investimenti a creare la crescita che dura nel tempo.

EUROPA

Come se non bastasse, il governo mostra i muscoli anche contro le istituzioni comunitarie, ma vorremmo ricordargli che le imprese italiane in Europa commerciano, lavorano, esportano. Abbiamo bisogno, pertanto, della fiducia dei mercati e degli investimenti dall’estero. Come dare torto all’Europa se questo governo sfora il deficit per aumentare la spesa corrente – reddito di cittadinanza, quota 100 – lasciando fermi al palo tutti gli altri investimenti e pretendendo che gli altri stati, che condividono la moneta comune, accettino senza battere ciglio?

CONCLUSIONI

Il nostro Paese spesso è stato bollato come vecchio, stanco e talmente ripiegato su se stesso da necessitare una radicale trasformazione, UN CAMBIAMENTO. Il cambiamento proposto però è strumentale e pericoloso. Ci stiamo facendo male da soli, distruggendo qualsiasi possibilità di rilancio economico e di benessere sociale. Il popolo delle imprese deve essere cosciente che il Paese sta navigando a vista, pronto a sbattere.

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