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Alfabeto speciale C come Carità

Inserito da on 5 settembre 2018 – 00:00No Comment

Padre Oliviero Ferro  

Erano le 11,45 del 22 gennaio di alcuni anni fa ed ero in treno, direzione Reggio Calabria. Seduto al mio posto, guardavo dal finestrino il paesaggio che cambiava forma in continuazione. Ero partito dal golfo di Salerno e scendevo giù, costeggiando il mare. Ad un certo punto, il treno si ferma per far scendere e salire i passeggeri. Un tipo strano si siede davanti a me.  La sua faccia sembrava un orologio e le sue braccia somigliavano a delle lancette. Aveva in testa un buffo cappellino con un nastro, a cui era legato un campanello che suonava, quando qualcuno chiedeva la sua ora. E camminava buffamente, un po’ a destra e un po’ a sinistra. Le sue scarpe, muovendosi, facevano tic e toc. Per questo lui si chiamava, mi disse, TIC TOC ed era l’orologiaio buono che aiuta ciascuno a vivere la sua ora. Ero molto incuriosito da questo personaggio. Il viaggio continuò fino alla sua destinazione. Avevo tanta voglia di incontrarlo, finchè un giorno capitò nel parco, vicino alla casa dove vivevo. E così decisi di parlargli. Lui aprì gli occhi e ci sedemmo su una panchina. Le sue scarpe erano silenziose. Mi ascoltò con interesse. Ogni tanto il suo campanello suonava piano piano, per non disturbarmi. Gli raccontai tante storie. Insomma, un po’ tutta la mia vita. Mi seguiva con interesse. Le sue braccia si muovevano lentamente. Stava continuando a segnare le ore di qualcuno. Finalmente gli chiesi, quando sarebbe suonata la mia ora. Non mi rispose subito. Forse, faceva dei conti mentalmente. Mi chiese se avevo proprio così fretta. Io gli risposi che, dopotutto, ognuno vorrebbe sapere qualcosa sul suo futuro. Mi sorrise, dicendomi che per ora non aveva alcuna risposta. E aggiunse che ogni volta che vedevo un sorriso di un bambino, una carezza di una mamma, un “che pazienza” di un papà, la mia ora sarebbe suonata. Non riuscivo a capire. E lui, prendendo la mia mano, l’avvicinò al suo campanellino, dicendomi di tirarlo. Subito il campanellino suonò. Allora capii. Ogni volta che prendi nella tua mano quella del fratello, la tua ora è suonata…l’ora di amare. Questo incontro mi aiutò a capire in modo semplice che cos’è la Carità. Quante volte ho sentito dei discorsoni di persone che pensano di sapere tutto, che dicono come si fa e come non si fa, e poi…quando capita loro l’occasione, la riducono a una semplice elemosina. La Carità, per la poca esperienza di vita ( anche quella vissuta in Africa), è accorgersi che esistono gli altri, che non sono dei nemici, dei rompiscatole, della gente che non ha niente da fare e che quindi viene a disturbarmi. L’altro comincia da chi mi sta vicino, condividi la mia vita, il mio modo di stare su questa terra. L’altro è diverso da me, ma è come me. E allora “amare l’altro come se stessi” ci spinge a…ascoltare, guardare, perdere tempo, non avere fretta…Sono tutte cose che stiamo dimenticando, ma che avremmo piacere che gli altri facessero per noi. La Carità non è solo dare, ma anche imparare a ricevere, ad apprezzare, a dire grazie, a salutare anche chi non si conosce, a guardare l’altro come qualcuno che ha delle  cose belle e che mi può aiutare a crescere. Qualcuno diceva che non può esistere un cristiano triste, se ha incontrato Gesù Cristo, che è la fonte della vera gioia. Quante volte in Africa (ma anche qui in Italia) l’ho sperimentato. Mi ritorna sempre in mente la visita fatta a una vecchietta nella sua semplice casetta. Mi aveva fatto entrare, sedere sull’unica sedia, offerto delle arachidi e una bibita, perché ero andata a trovarla. Poi, dopo tanto parlare insieme, ci eravamo salutati. Lei mi ha riempito di tanti GRAZIE e io…sono rimasto bloccato, non sapevo cosa dire. Quei GRAZIE sono impressi per sempre nel mio cuore.

 

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