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Una visione angelica nella Basilica di San Pietro a Roma

Inserito da on 26 maggio 2018 – 00:00No Comment

 don Marcello Stanzione

San Pietro  Canisio, nominato Dottore della Chiesa, è stato descritto come il secondo apostolo di Germania dopo san  Bonifacio  ed è venerato anche per essere stato il primo a usare il potenziale della stampa per divulgare l’insegnamento cattolico. Gran parte del successo della rinascita cattolica in Germania fu dovuta alla sua attività. Nacque a Nijmegen, all’arcidiocesi di Colonia nel 1521; il padre , Giacobbe Canisio, fu per nove volte borgomastro di Nijmgen, e insignito del rango di nobile dopo aver svolto l’incarico di tutore dei figli del duca di Lorena. La madre di Pietro morì quando lui era molto giovane, ma la seconda moglie di suo padre si comportò da madre eccellente. Pietro conseguì la laurea in lettere all’università di Colonia all’età di diciannove anni (e in seguito si rimproverò di aver perso tempo quando avrebbe dovuto invece studiare). Studiò poi diritto per assecondare i desideri del padre, a Loviano per pochi mesi; ma poi si accorse che non era portato per questa carriere, rifiutò di sposarsi, pronunciò il voto del celibato e ritornò a Colonia per studiare teologia. In Renania, suscitò molto interesse la predicazione di san Pietro Favre  o italianizzato  Fabro, il più anziano compagni di Ignazio Loyola. Egli partecipò a un ritiro di Ignazio che p. Favre organizzò a Magonza, e durante la seconda settimana fece voto di entrare a far parte del nuovo ordine. Visse per alcuni anni nella congregazione di Colonia, trascorrendo il tempo pregando, studiando, insegnando e assistendo i malati; inoltre aveva già iniziato a scrivere le sue prime opere, ovvero le edizioni delle opere di san  Cirillo di Alessandria  e di san Leone Magno . dopo essere diventato sacerdote, diventò famoso per le sue omelie; partecipò a due sessioni del Concilio di Trento, una in questa città e l’altra a Bologna, fu poi convocato a Roma da sant’ Ignazio che lo tenne con sé per cinque mesi.  “Secondo apostolo di Germania“. In verità, questo titolo che a ragione fu conferito da papa Leone XIII a Pietro Canisio, può certamente riassumere la vita e le opere di questo santo, il primo tedesco che si unì alla giovane Compagnia di Gesù e che tanto lottò per recuperare grandi porzioni del suo popolo a favore della fede cattolica. Pietro Canisio compì con grande sollecitudine e alla perfezione i compiti in terra tedesca che sant’Ignazio di Loyola, suo superiore religioso, gli aveva affidato: professore di teologia, predicatore della cattedrale, provinciale dell’ordine, teologo del Concilio di Trento, consigliere di persone illustri della Chiesa e dello Stato e soprattutto fecondo scrittore teologico. Contribuì decisivamente alla conversione e al rafforzamento della fede della gente del suo popolo e andò anche oltre, soprattutto con i suoi tre catechismi: Summa doctrinae christianae – il “grande catechismo” per studenti (Vienna, 1555)-, Parvus catechismus catholicorum – il “catechismo medio” per i giovani scolari (Colonia, 1558)- e Catechismus minimus- il “piccolo catechismo” per bambini (Ingolstadt, 1556). Nella sua vita e nella sua catechesi teologica i santi angeli svolsero un ruolo importante. Innanzitutto, Pietro Canisio si appropriò della consuetudine del suo maestro Pietro Favre, sotto la cui guida compì ritiri spirituali nell’aprile del 1543 per chiarire i suoi ultimi dubbi sulla sua vocazione: invocare con fiducia l’angelo custode, affidarsi come un bambino alla sua guida e confidare in lui come grande protettore potente e magnanimo. In una memoria inviata da Friburgo (Svizzera) nel gennaio del 1583 al superiore generale dei gesuiti, Claudio Acquaviva, Pietro Canisio menziona questa consuetudine adottata dal santo Pietro Fabro. Così, in un passaggio in cui si parla di varie esperienze che ricevette da questo suo devoto maestro, scrive testualmente: “Quando si entra per la prima volta in una città o paese è necessario, secondo l’esempio di Pietro Fabro, invocare gli angeli e gli arcangeli e i santi più conosciuti di questa regione, venerarli e raccomandare alla loro protezione gli sforzi del lavoro pastorale. Per loro intercessione, Dio concederà certamente questo grande aiuto, malgrado la propria indegnità”. Ma molto più importante della consuetudine- che già conosciamo essere del santo Pietro Favre o Fabro- di sollecitare l’aiuto degli angeli per la missione pastorale, è ciò che fu concesso a San Pietro Canisio nella basilica vaticana di San Pietro a Roma, prima di partire per la Germania: non solamente una rivelazione del Sacro Cuore di Gesù, ma, in relazione con essa, una visione angelica che egli stesso racconta vivamente nel suo diario: “Il 4 settembre 1549, nella festività del profeta Mosè e nell’ottava del santo vescovo Agostino, quando io dovevo formulare i miei voti, tu o Signore mi hai concesso il pensiero di raccomandare la mia stessa persona e questa celebrazione tanto importante agli apostoli nella basilica del Vaticano. Sentì che essi ascoltarono la mia supplica e approvarono con il loro potere apostolico che io prendessi voti prima davanti a loro. Gradirono così intensamente questa benedizione che mi conferirono i principi di apostoli e uscì consolato dalla Chiesa, perché potevo avvicinarmi con il loro benefico ausilio a questa celebrazione davvero apostolica, la celebrazione della professione religiosa. Però quando ero inginocchiato davanti all’altare dei principi degli apostoli Pietro e Paolo, tu mi hai concesso un nuovo regalo per la tua immensa grazia: hai concesso a me che dopo poco dovevo prendere i voti solenni, un angelo speciale che doveva guidarmi e proteggermi come si suol fare con i professi dell’ordine, e per mezzo del quale istruirmi e aiutarmi. Con lui, che a partire da quel momento mi fu compagno, mi avvicinai all’altare del sacramento della basilica di San Pietro e compresi meglio il ministero dell’angelo posto al mio fianco. La mia anima era frustrata, deformata, affettata di impurità e debilitata e con molte imperfezioni e cattive inclinazioni. Allora, il santo Angelo si diresse al trono della tua maestà e indicò la grandezza e la molteplicità della mia iniquità. Così chiaramente riconobbi come fossi indegno di fare la mia professione religiosa. E sentì che l’angelo m’indicava come fosse difficile per lui condurmi e guidarmi in questo erto cammino della perfezione. Dopo tu mi apristi il cuore del tuo santo Corpo e sentì di poterlo vedere direttamente […]  All’inizio della santa messa che celebrava tuo figlio Ignazio, il primo reverendissimo superiore generale del nostro ordine, in presenza di tutti i fratelli, mi hai mostrato nuovamente la mia povertà e debilità, alla cui vista mi assalì l’orrore e lo sconforto. Però nella consacrazione Tu, padre della misericordia, hai consolato me, uomo miserabile: hai rafforzato in me la fede, mi hai temprato con nuovo spirito; mi hai concesso le più grandi promesse e hai perdonato tutte le mie colpe. Mi hai guidato, perché fossi una nuova creatura e affinché a partire da allora davanti ai miei occhi vedessi solamente il desiderio di dirigermi verso di te. Anche la tua santissima madre mi ha dato la sua benedizione per questo nuovo inizio per mezzo di quell’angelo che mi era stato collocato a fianco sull’altare dei principi degli apostoli Pietro e Paolo. Egli mi raccomandava di tenerlo sempre alla mia destra e costantemente in considerazione. Questo mi aiutò, perché ero sempre cosciente della presenza dell’angelo, e guardare verso di lui mi fu di grande aiuto”. In questo avvenimento mistico accaduto nella basilica vaticana, precedente alla sua missione in Germania, è possibile dedurre che San Pietro Canisio coltivava la venerazione verso i santi angeli e la raccomandava anche agli altri, non solamente mediante l’esempio e le parole del suo santo maestro Pietro Favre, ma anche mediante la sua stessa esperienza. Per questo scrisse un sacerdote poco prima della sua morte- il 21 dicembre 1597 a Friburgo (Svizzera): “È necessario rendere agli angeli una venerazione speciale, così come si deve ai principi celesti. Allora potremo esclamare con il profeta: “Voglio lodarti in presenza degli angeli” (SI, 137,1) […] è dovere del sacerdote accettare il compito di angeli e pregare con tutto il cuore, come essi stessi pregavano e cantavano “Santo, Santo, Santo”.”.

 

 

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