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Roma: Governo, Nord Corea, Scilipoti Isgrò “Dio possa donare un cuore docile a Kim Jong Un”

Inserito da on 12 settembre 2017 – 08:52No Comment

La crisi nordcoreana preoccupa sempre di più per il possibile scoppio di una terza guerra mondiale nucleare. La pericolosità del leader Kim Jong Un viene sottolineata in particolare dall’amministrazione americana che sembra non essere interessata alla risoluzione, mediante l’azione diplomatica, dei contrasti esistenti col paese asiatico. Donald Trump però non può avviare, dal momento che è credente in Cristo e strenuo difensore dei valori antropologici scaturiti dai suoi insegnamenti, alcun gesto di ostilità, soprattutto quelli che potrebbero generare un inimmaginabile olocausto atomico.

Il cristiano, infatti, non perde mai la fiducia, neanche quando le difficoltà mondiali sembrano prevalere. Deve avere in se stesso la volontà di mettersi al servizio del prossimo, aiutando soprattutto chi si trova in maggiore difficoltà. Il Signore, nella sua infinita misericordia, non abbandona l’umanità, aiutandola a risorgere continuamente dalle tenebre fitte in cui è sprofondata e invitandola ad esercitare le virtù della saggezza e della speranza, che non deludono mai. Gesù ci ha insegnato, soprattutto nell’Ultima Cena, che il suo comandamento supremo è quello dell’amore (Gv 15, 17). Lo ha fatto con un gesto umile, come quello della lavanda dei piedi, che noi parlamentari cristiani abbiamo avuto modo di ripetere durante la visita, al termine della conferenza internazionale Parlamento & Fe che si è svolta all’inizio del mese a Gerusalemme, alle persone indigenti ospitate, nella House of Hope di Betlemme, donando loro inoltre  un paio di  scarpe ciascuno. Ho compreso ancora meglio che, solo tramite tali gesti di amore e solidarietà verso il nostro prossimo che soffre, questa nostra umanità potrà essere salvata dall’azione diabolica che imperversa in ogni angolo del pianeta e che si sta accanendo, in modo particolare, nel continente asiatico. Come dimenticare, infatti, i micidiali ordigni atomici lanciati su Hiroshima e Nagasaki? Come è possibile sottovalutare la problematica inerente alla necessità di un urgente disarmo, di tali potenti dispositivi bellici, visto che l’esplosione avvenuta il 3 settembre scorso in Nord Corea è stata cinque volte più devastante di quella provocata dai mezzi di morte sganciati dagli americani, nel 1945, sulle due città giapponesi? La nuova sfida del giovane Kim, energico difensore, ma poco saggio, della propria patria che preghiamo Dio affinchè possa aprirsi al suo amore,  viene affrontata a Washington seguendo schemi che hanno preparato l’opinione pubblica agli scontri del passato. Abbiamo assistito, in merito, all’opera di persuasione suggerita  dagli spin doctor Usa, ad esempio, dopo le stragi delle Twin Towers, tramite i concetti di “guerra assimmetrica” e di “guerra non convenzionale”, traslando il significato originario. Non erano più considerate infatti ostilità con ordigni atomici, ma atti imprevedibili provenienti da attori non statali. I vertici americani non erano entrati però nel merito, lasciando l’opinione pubblica in balia della confusione e della paura. Quei giorni erano caratterizzati, inoltre, dall’allarme dell’antrace, un’arma vietata e ciò ha creato, a livello semantico ovvero mediante una serie di espressioni riportate nel tempo in molti discorsi dei politici locali, le condizioni comunicative ottimali per persuadere l’opinione pubblica mondiale sulla necessità di una guerra contro Saddam Hussein, che poi è avvenuta nel 2003. Sono stati scritti molti manuali che riportano le espressioni esatte di Bush e dei suoi collaboratori volte a tale fine. L’incertezza sulla presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq e sulla possibilità di un eventuale attacco della Casa Bianca e dei suoi alleati contro Baghdad, ha fatto in modo che le persone prendessero una certa familiarità con la parola “guerra” che, ripetuta nel tempo con diversi aggettivi, ha creato il consenso popolare. Trump pare che stia usando la medesima strategia. Ogni singola frase pronunciata dal tycoon e dai suoi ministri infatti, in merito alla crisi nordcoreana, contiene quasi sempre un “MA” o un “PERO’”. Un altro aspetto significativo è il concetto di “risposta militare”. Verrebbe da pensare subito a un attacco contro un paese nemico. Questo termine è stato usato, in particolare, dopo gli ultimi test di Kim Jong Un, ma i militari di Seoul e del Pentagono lo hanno “proiettato” sulle esercitazioni avvenute in Corea del Sud in particolare in questi ultimi giorni, non usandolo invece (almeno per il momento) per avviare un’azione  offensiva contro il Nord.

Non vogliamo pensare, tuttavia, che Trump stia realmente provando a convincere, in tale modo, ciascuno di noi sulla necessità del conflitto, perchè la Corea del Nord non è l’Iraq e soprattutto poichè non è opportuno che contrasti  i valori cristiani in cui continua a ripetere di credere fermamente.

Ci troviamo davanti a una delle crisi internazionali più gravi dal dopoguerra ad oggiAggiungi un appuntamento per oggi e auspichiamo tuttavia che ci possa essere un lieto fine come è avvenuto, dal 2006 in poi, in altre situazioni critiche che hanno coinvolto il paese asiatico e messo a rischio l’umanità intera. La pace è, come affermava Martin Lutero, più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace.

 Il mondo è stato creato dal Signore infatti non per essere dominato mediante la forza delle armi, ma  affinchè i suoi abitanti testimonino la bellezza dell’amore, così come ha fatto il re Salomone che ha garantito un periodo di pace ai suoi sudditi. La nostra fede ci spinge a credere che Dio non permetterà il sopraggiungere di disastri e guerre, ma chiederà ai responsabili delle grandi potenze mondiali, come Putin e Trump che sono perfettamente consci dei rischi che stiamo attraversando, di volere bene ai propri popoli e a chi, in questo momento, considerano come nemico. Si rivolge però anche al leader Kim Jong Un, invitandolo a smettere di sfidare la comunità internazionale con la certezza che nessuno invaderà il suo stato. Solo così si eviterà quell’”inutile strage” richiamata da papa Benedetto XV nella lettera ai Capi dei Popoli Belligeranti del primo agosto 1917. La scarsa considerazione dei moniti di quel pontefice ha avviato un percorso che ha seminato, ventidue anni dopo, ulteriori devastazioni nelle nostre città. Il ricordo di quei tragici momenti non deve essere archiviato facilmente, soprattutto adesso che l’umanità è chiamata a scegliere se vuole intraprendere, per l’ennesima volta, la strada della morte o quella della vita che tutti desideriamo nel nostro cuore.

                                                                   Senatore Domenico Scilipoti Isgrò

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