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L’ angolo della Lettura: “La sottile linea scura” di Joe R.Lansdale

Inserito da on 13 gennaio 2017 – 00:00No Comment

Angelo Cennamo                     

 “Sono un americano, nato a Chicago – quella tetra città – e affronto le cose come ho imparato da solo, in tutta libertà, e le racconterò a modo mio”. Recita così l’incipit di uno dei capolavori della letteratura mondiale, il romanzo che Saul Bellow volle scrivere ispirandosi a quel rivolo d’acqua che un giorno, passeggiando per Parigi, vide scorrere veloce, compatto e inarrestabile: Le Avventure di Augie March. Non ci sorprenderà allora che qualche decennio più tardi, un altro autore americano, forse per fare un tributo al premio Nobel canadese, abbia voluto iniziare un romanzo nello stesso modo, con il suo giovane protagonista che si presenta ai lettori: “Mi chiamo Stanley Mitchel, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere”. Joe R. Lansdale, scrittore texano dalla penna pulp, è quanto di più diverso ci possa essere dal fine Saul Bellow, romanziere dallo stile colto e ricercato, amante ed esteta della prosa rigogliosa. Ma alle volte le parole fanno dei giri immensi e finiscono per mescolarsi tra di loro in imprevedibili melting pot narrativi. Lansdale è uno scrittore prolifico, molto eclettico, capace di spaziare dal western al noir, e di sfiorare la profondità con la leggerezza di una metafora, talvolta rozza ma efficace. Nel 2003 pubblica La sottile linea scura, romanzo di formazione ricco di humor e dalle venature thriller, a metà strada tra Huckleberry Finn e Molto forte, incredibilmente vicino, il libro che Jonathan Safran Foer scrisse immedesimandosi nei gesti e nel linguaggio del bambino protagonista, Oskar Skell. Lansdale ambienta la sua storia in una cittadina immaginaria del Texas orientale, Dewmont. Siamo nella torrida estate del 1958 e il tredicenne Stanely Mitchel, ragazzo vispo ma ingenuo, lavora nel drive-in di suo padre, dove per un solo dollaro le coppiette possono lecitamente appartarsi in macchina fingendo di vedere un film. L’atmosfera fresca e spensierata del “Dew Drop” – questo il nome del cinema all’aperto – e del suo chioschetto di bibite e hot dog, ci ricorda quella della Milwaukee di Happy Days, con le sue auto decappottabili, la brillantina nei capelli e i primi blue jeans. Un giorno, giocando con il suo cane Nub nel bosco, Stanely finisce per mettere il naso in un segreto che doveva rimanere nascosto. Come un novello Sherlock Holmes, il ragazzino comincia un’indagine pericolosissima con l’aiuto di sua sorella Callie, ragazza molto corteggiata dai giovani di Dewmont, e del vecchio Buster, l’uomo di colore che lavora come proiezionista e tuttofare al “Dew Drop”. L’amicizia tra il bianco Stanely e il nero Buster è uno dei temi centrali del romanzo, insieme a quello della perdita dell’innocenza, ovvero l’attraversamento della “sottile linea scura” che segna le scoperte del male, del razzismo e del sesso. In una delle scene più commoventi del libro, quella in cui Buster conduce Stanely nel gabbiotto delle proiezioni per insegnargli i rudimenti del mestiere, il ricordo va ad un altro capolavoro, al premio oscar Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, con Philippe Noiret che tiene sulle ginocchia il piccolo Totò Cascio mentre fa scorrere la pellicola di un film americano in una vecchia sala di una provincia siciliana. Altri mondi, linguaggi diversi per raccontare l’infinita bellezza della vita e della gioventù.

                    

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