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L’angolo della lettura: “Stoner” – John Williams

Inserito da on 7 dicembre 2016 – 00:00No Comment

Angelo Cennamo  

Nel 2013 una prodigiosa ristampa riporta in vita un romanzo sconosciuto, trasformandolo nel caso editoriale dell’anno. Sul New Yorker il critico Tim Kreider lo definisce “Il più  grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare“, e tre anni dopo il biografo Chrles J. Shields ne celebra la bellezza e le doti narrative dell’autore con un saggio intitolato: L’uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ma andiamo con ordine. Siamo nel 1965 quando lo scrittore texano John Williams pubblica Stoner, suo terzo romanzo dopo Nothing But the Night, uscito nel 1948, e Butcher’s Crossing nel 1960. I dati sulle vendite non sono entusiasmanti: il libro vende appena duemila copie, poco più di quattromila con una successiva ristampa. Il grande successo arriva solo nel 2011, grazie a una popolare scrittrice francese, Anna Gavalda, che legge il romanzo in inglese, decide di acquistarne i diritti e lo fa pubblicare nella sua lingua. Gavalda resuscita ‎Stoner esattamente come Charles Bukowski fece mezzo secolo prima con Chiedi alla polvere di John Fante, libro rimasto sconosciuto prima che Bukowski obbligasse il suo editore a ristamparlo. Nel giro di qualche mese, il passaparola di altri autori, Ian McEwan e Julian Barnes su tutti, spingerà Stoner in vetta alle classifiche delle vendita di mezza Europa. Ma non negli Stati Uniti, dove ancora oggi il romanzo i Williams stenta ad essere riconosciuto come un capolavoro. Da cosa dipenda questa differente valutazione è difficile spiegarlo. La prosa lenta e rigogliosa di John E. Williams è più vicina allo stile della letteratura europea? Il protagonista della storia non incarna appieno lo stereotipo dell’americano ottimista e vincente? Eppure, dentro di sé, William Stoner ha molto di eroico: l’impegno che da ragazzo profonde negli studi per emanciparsi dalle umili origini contadine e diventare un docente universitario; lo stoicismo con cui affronta le tante avversità della vita; la rettitudine che lo porta a respingere ogni deviazione dal giusto. Sono doti queste che a Stoner vanno riconosciute. Voleva essere un uomo normale, Stoner. Nulla di più. Avere degli amici. Ne ebbe solo due, uno dei quali non fece in tempo ad esserlo perché morì in guerra. Una moglie affezionata che gli volesse bene, ma “Nel giro di un mese realizzò che il suo matrimonio era un fallimento”. Un lavoro gratificante di cui andare fiero, ma la lunga faida vissuta con il collega Hollis Lomax per via di uno studente raccomandato lo costrinse a starsene in disparte: “Su di lui scese una specie di letargia”. A quarantatrè anni compiuti Stoner conobbe finalmente l’amore e la passione che sua moglie Edith gli aveva sempre negato: “apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra”. Aveva il volto e i silenzi di Katherine Driscoll, una collega molto più giovane di lui, allieva del suo seminario. Sprazzi di felicità, gli unici, di un’esistenza vuota e inutilmente ordinata. A porre fine a quella relazione scandalosa ma neppure tanto clandestina non sarà Edith, indifferente perfino al tradimento di suo marito, ma Lomax. Ancora lui. Di fronte al bivio crudele tra l’amore e il lavoro, Stoner sceglierà le aule dell’università. Gli ultimi anni e la dolorosa fine che lo attende sono pagine di grande letteratura, le più intense e struggenti del romanzo, l’amaro bilancio di una vita grigia e desolata: “Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento….Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità….Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre. Aveva sognato di mantenere una specie di integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. Che altro?, pensò. Che altro? Cosa ti aspettavi?”.

 

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