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Salasso Imu per imprese. Correttivi per crisi e baratto con addizionale comunale nuovi assunti

Inserito da on 21 dicembre 2015 – 09:01No Comment

Enzo Carrella

 E’ costata  appena 5 miliardi di euro alle sole  imprese il saldo TASI-IMU in scadenza lo scorso mercoledì 16 dicembre. Se allarghiamo il nostro orizzonte e consideriamo anche  le residenze  ( prime e seconde case) la cambiale incassata nella suo totale ammontare dal “forziere Italiano” sulla pelle dei  proprietari/ contribuenti italiani ammonta  nel 2015  a 23,7 miliardi  Numeri e cifre  che lasciano interdetti e soprattutto indifesi a conferma  che abbiamo in Italia  una pressione fiscale smodata  sull’immobile che provoca reazioni a catena su proprietà e mercato, compravendita e affitto: nessuno dei politici sembra dargli peso  e importanza visto anche  che nella legge di stabilità all’esame di Montecitorio sull’Imu la chiusura è assoluta Dal 2011- ultimo anno in cui abbiamo pagato l’ICI- al 2015, l’incremento del carico fiscale sugli immobili ad uso produttivo e commerciale è stato spaventoso. Si parla- con cifre alla mano – di un incremento medio  di tre punti percentuali:  135%   Tutto ciò ha dell’incredibile e soprattutto è sempre più radicata la convinzione che il capannone assume  un autentico indice/ elemento di ricchezza per i suoi proprietari  e ciò in barba al principio sacro dell’art 53 della  nostra costituzione  laddove enuncia e specifica  il “tradizionale  concetto del  concorso  del contribuente/cittadino  alla spesa pubblica sulla  base  del  principio della proporzionalità delle sue “entrate”.  Smarrito, rectius  completamente perso, quindi  il suo popolare  profilo sia giuridico che amministrativo-contabile di  Immobile inteso quale   bene strumentale necessario per  produrre valore aggiunto per l’impresa, dove la superficie e la cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata e non  indicazione di sfarzo e/o opulenza . Accanirsi fiscalmente su questi immobili come è avvenuto in questi ultimi anni non ha alcun senso, se non quello di far fare  cassa  ai Comuni  per  alimentare le spese di funzionamento di tali enti  ( leggasi spese correnti, nda), danneggiando però l’economia reale di un intero Paese con conseguenze inesorabili specie sulla “nuova occupazione”. L’analisi condotta tra i Comuni capoluogo di provincia   porta  quale risultato   la rilevazione che  il 68% di detti enti  ha applicato sui capannoni un’aliquota TASI + IMU pari o superiore al valore massimo  Come i comuni potrebbero subentrare e integrare i loro aiuti a tali imprese? In primis Premiare le imprese locali  attive  che assumono . Invogliando ai sensi e per effetto dell’art. 52 dlgs 446/1997 proprio l’applicazione delle agevolazioni   sulle assunzioni introdotte già con la Stabilità 2015 e confermate per il 2016  concedendo un ”abbuono sulla IUC” alle imprese che vi provvedono.  In che misura? Per un importo proprio pari alle addizionali comunali applicate sulle retribuzioni delle nuove assunzioni locali. In termini spiccioli, una potenziale e regolare nuova “forza lavoro” contribuisce – in termini di pagamento di tasse (irpef, addizionali regionali e comunali) – a far entrare nelle casse comunali “fresche e novelle” risorse finanziarie. Per tutte tali “assunzioni agevolate”, quindi, il Comune potrebbe promuovere da subito tali “sconti” sul pagamento della IUC. Così agendo – c’è da starne certi – nessuna delle parti coinvolte ci perde in termini di incasso/pagamento: il minor gettito del Comune per la Iuc “abbonata” sarà coperta dall’addizionale comunale versata dalle imprese per l’impiego della nuova e fresca “forza lavoro”. Anche proceduralmente non sembra vi siano particolari adempimenti ulteriori se non quello di dimostrare (attraverso anche una dedicata rete telematica per le imprese) all’ente le formalità riferite alle assunzioni “agevolate effettuate”. Occorrerà solo una delibera comunale e modifiche ai previsti regolamenti con dichiarazioni da parte delle imprese da rendere telematicamente entro il 31 gennaio dell’anno successivo: sarà per i politici territoriali – una volta tanto – l’occasione di mostrare agli imprenditori una propensione concreta al “fare”, consentendo per giunta di rendere ancora più ghiotte e appetibili (in termini di risparmi previsti) per le imprese le “assunzioni agevolate di cittadini della propria comunità ”.  Come intervenire, invece, sul fronte delle  imprese inghiottite  dalla crisi in atto e  di fatto inoperative nel senso che non svolgono alcuna attività  pur restando  proprietari  di opifci e/o laboratori?  Tassare, rectius “estorcere”  il solo possesso dell’immobile – se pur a titolo di proprietà-  darebbe adito di  far vestire  gli autori  della “rapina legalizzata ”  (gli   amministrazioni locali, nda  ) gli insoliti panni “ di boss incalliti”. Come allora intervenire  ristabilendo equità e giustizia al prelievo? Si Potrebbe escogitare  un “sistema-criterio” al pari di quello utilizzato dall’agenzia delle entrate sia  nell’elaborazione dei sw per la congruità di ricavi da  studi di settore”  inserendo “autentici” valori di “correttivi anti crisi” e sia  per ciò che attiene la tipica disciplina antielusiva delle società di comodo di cui all’articolo 30 della legge 724/1994.  In tale ultimo caso- lo ricordiamo-  il coefficiente ordinario del 6% applicato sul valore dell’immobile – utilizzato dal fisco per la  determinazione  minima del ricavo utile per la “fotografia” del reddito minimo – non viene considerato   se l’immobile risulta “improduttivo nei suoi  assets aziendali”. Perché allora  da questi esempi sviluppati dalla “signora madre agenzia delle entrate”   non prenderne spunto e effettuare un interessante  “download “ anche sui tributi locali? L’equità e la giustizia  tributaria  attecchirebbe anche in un ambito più locale. Il dubbio resta: chissà se  gli amministratori locali risultano   capaci a focalizzare l’idea progettuale, interpretarla e …applicarla visto e testato il loro perenne annebbiamento e l’insistenza della loro “materia grigia”  nell’area di pieno “default”.

 

 

 

 

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