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Ludovico Carrino: ricordo di un grande artista

Inserito da on 10 ottobre 2015 – 00:00Un commento

Piero Lucia

Nel corso dello scorrere del tempo era venuto in contatto con un mondo popolato di varia umanità.  Era un signore, dall’aria discreta ed elegante, mite e silenziosa, che trascorreva una buona parte del suo tempo curvato sulla propria tavolozza, dando contorni e forme sempre nuove a ciò che gli ispirava l’immaginazione. Il piccolo studio, il suo consueto rifugio più sicuro, punto di ritrovo di artisti, amici e conoscenti coi quali scambiava fuggevoli impressioni. Il tono della voce, pacato e basso, e la propensione ad osservare con attenzione il fluire cangiante della vita, di cui catturava i vari particolari, semplici frammenti riposti e accumulati con grande delicatezza e particolare cura sopra i suoi fogli bianchi. Il silenzio sovrano nel suo angolo di mondo separato, in cui si adoperava a scomporre e ricomporre figure nuove a cui di continuo dava anima, forma, movimento. Era un lettore attento, di manoscritti antichi o più recenti, e aveva una capacità del tutto inusuale : riusciva ad intuire, con rara capacità, se dietro uno scritto si celava il segno del talento. Era sereno nei suoi modi e persuasivo nel gioco parco di parole. Aveva la dote naturale di una dolcezza inusuale, con modi di fare sempre affabilmente delicati. Nel corso della gioventù aveva girato molto, seguendo il proprio desiderio di avventure. E si era mosso in lungo e in largo nei punti più diversi dell’antica Europa, per poi fermarsi nell’ameno quartiere parigino dei pittori.

Lì aveva vissuto con grande intensità le grandi passioni civili di quei tempi e i propri amori. Di sé non faceva alcuna ostentazione e, senza fatica alcuna, sarebbe stato capace di adattarsi a vivere in ogni più sperduta parte della terra. Creare di continuo nuove immagini e figure, dare forma e colore sulla carta alle emozioni, questa la sua missione.

Lo studio, appartato dal mondo e silenzioso, come sospeso nel tempo e nello spazio, era un sicuro punto di approdo in cui potersi riparare dall’indistinto, confuso ed assordante crogiuolo dei rumori. Completamente concentrato sulla tela, solo, alla vista di un altro sospendeva qualsiasi, contingente attività. Pur riservato, entrava in un istante in relazione, mettendo in evidenza senza sforzo, insieme alla sua anima, la propria naturale, raffinata umanità. Aveva sempre, in ogni circostanza, un nuovo disegno da mostrare, oppure un vecchio libro polveroso recuperato per caso chissà dove su una bancarella di una qualsiasi vecchia capitale dell’Europa.

Grande l’ammirazione per gli scrittori russi e francesi, in specie dell’Ottocento, sfogliando le cui pagine in tante notti si era addormentato. Segni parziali dei secolari archivi del sapere che, con le biblioteche, erano nati per consentire a ognuno di sfuggire, sebbene per un arco di tempo limitato, all’inevitabile segno della fine. Vari e tra loro diversi materiali, raccolti con pazienza certosina, e solo per la ragione che del proprio passaggio sulla terra bisognava pur lasciare qualche traccia. Fuori dal clamore scomposto delle voci, che ogni cosa nel suo confuso magma sommergeva, cercava- con tenacia- di tenere aperta la strada alla creatività, a quel segmento d’oro, di fuoco di scintilla di un’umanità ancora non estinta.

Nel silenzio d’ovatta, con estrema pazienza raccoglieva i volti e le parole da cui sarebbe scaturito il nuovo che non c’era ancora. Sull’ampio banco di legno, decine di riviste riposte alla rinfusa, articoli, saggi e libri dalla provenienza più diversa e disparata. Poi, nell’angolo, in terra, disposti in bella fila ed ordinati, la colla e le vernici dei più vari colori.

Nel mentre intorno ogni altro interesse od emozione sembrava scomparire, come assorbiti dal magma indistinto di una notte nera senza stelle, lui silenzioso si piegava ad osservare le stille d’esistenza concentrata, l’umanità provata dal rischio di un’inesorabile fine d’agonia. Ascoltava con attenzione intensa, e poi parlava piano, e quasi sussurrava scandendo le parole, netta contraddizione con l’agitarsi anonimo, ed il vocio scomposto, di figure grigie che in quel convulso contesto d’insieme si aggirava. Ormai era sicuro del fatto che si potesse vivere quasi isolati del tutto, e tuttavia completamente appagati con sé stessi, in un qualsiasi angolo di mondo, ed allo stesso tempo girare senza soluzione il globo intero senza che si movesse un solo passo.

Artista acuto, silenzioso, dai modi raffinati, e sempre concentrato sulle tele, con l’elegante sensibilità non ostentata, sperimentava di continuo originali e innovative forme d’espressione, aperto all’inventiva continua e al paradosso.

La complessa, incessante ricerca si muoveva, nel mezzo di simbolici assemblaggi, dentro l’involucro di una visione nuova.

E poi sicura procedeva oltre, come sospesa in spazi lontani di confine, rivolta a ricercare con tenacia nuove, progressive, più certe identità. Con la sua arte voleva dare vita a nuove forme, d’autentica armonia, critico frutto di conoscenza e consapevolezza più a fondo riflettute.

E nel girovagare tra i mille particolari si orientava come guidato da un senso superiore d’ironia.

Le immagini, i volti più diversi e disparati, incrociati di continuo tra di loro, in fitto dialogare in una casualità solo apparente. Una disposizione ragionata, che tuttavia faceva chiaramente  trasparire il lavorio complesso e inappagato del suo sperimentare, con la ricerca strenua d’inesplorate, innovative, inedite modalità espressive.

Dimensioni composite, simboli graffianti, figure che s’incrociano, di cose, di persone, di paesaggi di epoche diverse, d’antico e nuovo miscelati insieme. Un assemblaggio, composito e virtuoso di circolarità, vividi segni venuti in emersione dagli più oscuri e misteriosi anfratti della vita. In quella ininterrotta  riscoperta, antico e nuovo- nell’incessante, perenne divenire- finivano per ritrovare l’unità. Una filosofia di fondo, che attraversava in ogni particolare espressione la sua arte. La storia degli uomini è eguale, nel tempo e nelle ere, nell’incessante moto proteso alla definitiva- almeno apparente- consunzione, che altro invece non è se non l’inizio di un nuovo e diverso, più esteso dinamismo. Cercare di continuo, per fissare l’origine prima di ogni cosa,  portare in emersione le antecedenti creazioni dell’ingegno e poi  riprendere la strada di quel sentiero apparso definitivamente perso.

Costruiva collage, ed assemblava con  grande maestria innumerevoli immagini diverse,  di giornali,  riviste, rotocalchi ritagliati. Ogni volta alla fine si stupiva nel constatare la netta metamorfosi, i nuovi approdi a imprevedibili contesti, quella composita miscela bizzarra di figure. Nuove proiezioni, diverse identità, composte e ricomposte, limpide, palpitanti, inedite creazioni.

L’inventiva, all’apparenza casuale, nuovo segnale di vitalità incessante, che generava aggiornate e imprevedibili emozioni, linfa vitale rimessa in movimento.

Inediti orizzonti inesplorati, provocazioni e quesiti mai conclusi,  di critica tranciante ai vuoti e devastanti disvalori, alla piatta, subalterna, nuova idolatria del vacuo consumismo dilagante che procedeva annullando il senso ed il valore più profondo di ogni cosa. Il magma di un nuovo e devastante conformismo.

Il rischio concreto della finale consunzione d’ogni criticità,la Storiaumana che in un solo istante rischiava di venire cancellata nell’infernale spirale, autentica condanna all’estinzione della creatività dell’uomo con l’immaginazione. La regressione verso la perdita di senso e l’abulia. I veri e principali nemici da sconfiggere.

L’uomo con la sua anima reso prigioniero, e  deprivato dell’infinito, perenne gioco della fantasia senza confini, linfa essenziale per ogni avanzamento umano, in grado di rivolgere lo sguardo pieno di meraviglia al cielo.

Così, come per un geniale gioco di magia, le immagini scomposte, poi assemblate e  riproposte in maniera casuale solo all’ apparenza, facevano defluire sulla tela nuova luce, stracciando la coltre d’ogni appagata, piatta indifferenza. L’antefatto al definitivo oblio, in cui ogni speranza rischiava di annegare.

Privata di scissione e di lacerazione non c’è arte, né si può fornire alcuna voce all’affermarsi del diritto alla gioia e all’armonia che troppe volte si ricerca invano.

Il nuovo, prospettico orizzonte, riemerso a nuova luce, proiettava a quel punto con maestria nuove dimensioni, diversi orizzonti inesplorati, grondanti di nuova vitalità e calore. Intensa l’emozione che lo prendeva nel preciso istante in cui iniziava a dare concreta forma a un’intuizione che da tempo gli  si aggirava nella mente, per tutta la sua anima.

La coscienza, dopo la metamorfosi, ripreso il suo virtuoso movimento, rientrava in circolo nella sua varietà, con il suo ampio ed esteso gioco di colori, intenso ancoraggio, d’amore e di rispetto estremo, per ciò che s’era creato grazie allo strenuo ed incessante lavorio ed all’impegno profuso senza posa  dagli uomini nel corso delle ere. L’elemento del colore, dosato con particolare garbo e miscelato con equilibrio accorto. La luce, il rosso col  viola, l’azzurro scuro, il verde nelle sue infinite gradazioni, i tenui grigi con i gialli sembravano sfiorarsi impercettibilmente, fornendo vivida attualità ai volti consegnati al centro della scena.

Nuove relazioni, accostamenti, simbolismi intrecciati, nel loro svolgimento, col filo ininterrotto e palpitante della Storia. I volti, ripresi dalla memoria, tenuti a lungo celati nelle nebbie, per troppo tempo riposti nell’oblio ed ora riannodati in una sola, compatta, rinnovata attualità che impediva ogni definitiva consunzione.

Dalle nebbie le effigi riemerse degli antenati antichi, poi l’espressione, seria, dei grandi della storia. Mandela, Papa Giovanni, Kennedy, Gorbacev, Gandi, e insieme Moravia e Pasolini, con l’indissolubilità perenne delle loro ragioni.

Il colori morbidi del mare, con  le diverse, infinite sfumature di colore verde, in esso armonicamente combinate, ed Hiroshima con la bomba atomica, richiamo estremo all’eterna responsabilità dell’Uomo, sempre più in bilico, tra il bene e il male, sospeso tra progresso e rischio perenne di tragica, finale distruzione.

Molteplici fili, di nuovo saldamente riannodati tra di loro. Nitide tracce di un percorso simbolico, accidentato, insieme dolce e doloroso della storia umana, che ora s’incrociava, dietro i rapidi e veloci schizzi di disegni, con la ricerca critica, inappagata, dell’artista, rivolta a perseguire più intense e sintetiche armonie, di forme e di colori.

Frammenti diversi, di fatti, di cose, di persone, di nuovo armonicamente assemblate tra di loro.

Le immagini danzavano, sull’orlo degli abissi , sospese tra le stelle,

tese all’equilibrio in più sicure e reali proiezioni.

Ed a quel punto la prospettiva finiva per cambiare. Lo sguardo adesso diventava più acuto e più sicuro, scrutava nei meandri inconfessati della psiche, riuscendo ad orientarsi, tra il serio ed il faceto, nell’apparente gioco dell’assurdo.

S’attuava in tal modo il processo di creazione, e di fissione, di nuove, prima impercettibili, stille di umanità e  di vita, in una miscela di nuove relazioni, in un diverso equilibrio più maturo. Mille e mille fili del passato, invisibilmente intrecciati tra di loro, in una solida trama, potente e inestricabile. L’eterna ricerca di una proiezione in una dimensione di felicità, intensa, inappagata, per ognuno eguale.

 

Il pugno di terra che adesso ti ricopre ti sia lieve,

caro amico,

la calda luce dell’Universo

in ogni passo

e con dolcezza

nel cielo

tra le infinite stelle ti accompagni……

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