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Renzi e i talk: quel racconto che non piace al premier

Inserito da on 25 settembre 2015 – 08:15No Comment

Amedeo Tesauro

Che Matteo Renzi dietro l’aria del simpatico affabulatore di folle nasconda il polso del leader che non fa prigionieri lo abbiamo imparato da tempo. Sì, d’accordo, Renzi e la cultura pop, la giacca di pelle e i social, le uscite in TV e le battute che fanno ridere l’uditorio, ma che Renzi sia uomo di comando che attacca, e attacca duro, l’hanno imparato a loro spese quelli del suo partito: o con lui o verso l’oblio, rottamati o finiti chissà dove. La riunione del PD di lunedì ha segnato un altro capitolo della storia politica renziana, un capitolo fatto di colpi duri e ben mirati. Alla minoranza che dovrebbe imparare dalla Grecia, perché chi di “scissione ferisce di elezioni perisce”, al presidente del Senato Pietro Grasso, le cui parole sulla riforma Boschi evidentemente non sono piaciute, e perfino ai talk show. Già, i talk show, il circo mediatico che vuole raccontare il paese e finisce più spesso che no a raccontare le beghe interne di palazzo, ma nondimeno un circo a cui Renzi in passato partecipava volentieri. Certo, Matteo Renzi allora non era il premier, non era segretario del PD e soprattutto non era capo del governo, si presentava come ambizioso candidato alla guida di un partito che dimostrava di non volerne sapere di questo sindaco di Firenze che in tanti vedevano troppo poco di sinistra. Matteo Renzi, allora, ai talk show ci andava, contribuiva a raccontare un paese che in quelle fasi attraversava un momento cruciale della sua storia politica: la fine della seconda repubblica e l’incognita su ciò che sarebbe venuto poi. I talk realizzavano ascolti d’oro, su questo il premier non sbaglia quando in maniera pungente rileva come i programmi del martedì (Di Martedì  su La7 e Ballarò su Rai3) raccolgano meno spettatori dell’ennesima replica di Rambo su Rete4. L’offensiva di Renzi non è però nuova, già nel gennaio scorso aveva commentato in diretta il talk di La7 Piazzapulita di Corrado Formigli con un tweet senza ambiguità: “Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retropensieri: basta una sera alla Tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia”. Oggi ripropone il tema, ed oggi come allora dimostra (citando dati di ascolto precisi) che il suo attacco va al di là della semplice battuta, ma sia un vero e proprio fastidio verso un racconto del paese che stride col suo racconto, quello su cui Renzi costruisce il proprio consenso. “Lasciateli fare: il racconto del Paese non può essere quello pigro e mediocre che va tutto male. Le cose che non vanno si cambiano” ha detto in direzione, puntando il dito sulla rappresentazione che emerge dai talk. Ovvio, ora che è Renzi alla guida del Paese le storie di un’Italia che fatica a carburare sono l’antitesi della rappresentazione renziana, cioè un paese che sta uscendo dalla crisi, vivo, energico e pronto alla risalita. Seppur strumentale a suoi scopi, il colpo di Renzi è tuttavia ben mirato, giacché l’idea dei talk come chiacchiericcio fine a se stesso, un circo di nomi e cariche che vagano da trasmissione in trasmissione, è fondata nonché radicata presso l’opinione pubblica. La7, con sensazionalismo non consono, titolava durante un talk del mattino citando il celebre “editto bulgaro” berlusconiano. No, Renzi non ha bisogno di nessuno editto, a lui basta un colpo ben assestato dove fa male.

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