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Salerno: Cgil, presentazione “Democrazia e Diritto”

Inserito da on 12 marzo 2015 – 06:08No Comment

Martedì 24 febbraio, alle ore 15,30, presso la sede della Cgil in Via Manzo, sarà presentato il testo “Democrazia e Diritto” il sindacato nella crisi italiana dall’Associazione Enrico Melchionda CRS Mezzogiorno. Scrive Piero Lucia che aprirà l’incontro: “In questa occasione in cui, anche a Salerno, abbiamo scelto di presentare il numero monografico di “ Democrazia e Diritto” dello scorso Aprile 2014,[1] intendo subito precisare che la mia più che un’introduzione tradizionale e canonica sarà la proposizione problematica di più spunti e riflessioni, per tentare di favorire una riflessione collettiva diffusa e ad ampio spettro. E’ il caso in premessa di accennare che la nostra discussione si snoda e si sviluppa a fronte del fatto che veniamo da decenni di selvaggio liberismo, di messa in crisi di idee forza identitarie, come quella della solidarietà, dell’eguaglianza e di più diffusa giustizia sociale. Idee che, ad un certo punto, sono apparse quasi del tutto soppiantate  dal prevalere dell’esclusiva legge del mercato, presuntiva idea risolutiva delle contraddizioni accumulate e che tuttavia non si è alla fine rivelata la panacea che da più parti si auspicava. Nell’introduzione del volume, insieme a molteplici spunti interessanti, nel suo intervento Riccardo Terzi ci richiama ad un concetto semplice ed essenziale. Ovvero quello per cui “ non è sufficiente voler cambiare il mondo” , ma per realizzare l’intenzione, “il mondo lo si deve innanzi tutto conoscere nella sua dinamica interna di sviluppo, padroneggiandone le tecniche da cui è regolato”. Metodo questo, in verità, nella prassi corrente col trascorrere del tempo piuttosto abbandonato. L’incontro odierno nasce dalla comune consapevolezza della grande difficoltà della fase che viviamo, delle pesanti ipoteche che ne regolano il cammino, dalle persistenti incertezze che incombono sul prossimo futuro. E non risulteranno neutrali o indifferenti le scelte che si compiranno oggi nel segnare gli sbocchi e gli indirizzi futuri che verranno. Difficoltà e problemi, di tale ampiezza, da non poter essere affrontati seriamente con risposte improvvisate, tradizionali e contingenti., e che anzi esigono, di necessità, uno straordinario impegno, diffuso e collettivo, di lunga lena , del mondo del pensiero e della parte più avvertita, e non corporativa, del mondo del lavoro. Serve un nuovo protagonismo, dovunque si agisca e ci si trovi, che parta da un’affinata e rigorosa lettura del reale.

Mai come ora nessuno, da solo, può affrontare né tampoco risolvere alcunché.

Partirei dalla constatazione che, in specie in questi ultimi anni, si è diffusa e radicata, nel “ senso comune” un’opinione piuttosto negativa sul sindacato confederale, e in specie sul ruolo e la funzione da esso esercitata nella società italiana.

Il Sindacato ha catalizzato su di sé molteplici spinte ed interessi, domande e tante attese, a cui non sempre è riuscito a dare risposte convincenti e persuasive.

E tuttavia il giudizio appena riferito appare in verità piuttosto schematico e parziale, ed anche per più aspetti almeno in parte unilaterale e ingeneroso.

All’ordine del giorno è un nodo aperto ed un ineliminabile quesito : Il Sindacato è oggi una forza storicamente datata e che ha perso la sua funzione propulsiva, destinata ad un declino inesorabile o è ancora in grado di svolgere un ruolo importante e di rilievo nell’evoluzione della società italiana? E per far ciò in cosa è necessario che esso cambi e che si innovi?

Tornerò in maniera più puntuale su questo punto aperto ed obiettivamente problematico.

Per ora mi limito ad osservare che chi nel sindacato confederale milita da tempo, da vari decenni e più, di questa storia importante ha vissuto più fasi, esperienze, traversie.

Periodi d’avanzate importanti, poi di dure sconfitte e ritirate, con lunghe fasi di stasi e resistenza difensiva. Nei periodi di crescita civile ed economica ascendente, si è indiscutibilmente inciso sulla sostanza della vita del Paese e si è concorso a plasmare i caratteri specifici della sua democrazia, con importanti conquiste sul terreno dei diritti, non per una sola parte ma per il complesso della società italiana. Diritto alla salute e all’istruzione, all’assistenza ed alla previdenza, ampliamento delle occasioni di lavoro, attiva immissione di masse popolari sempre più estese alla partecipazione pubblica ed al destino dello Stato.

Il Sindacato, in specie dopo la fine del secondo conflitto mondiale ed a fronte della riconquista della libertà per un lungo ventennio confiscata, è stato uno dei soggetti centrali che, nel paese, ha concorso in positivo al cambiamento di prassi consuete e consolidate, nel modo di pensare, nelle abitudini, nell’economia, nella cultura corrente e nei costumi.

Periodi in genere coincisi con una fase ascendente del ciclo economico, di una sua fase di crescita e di sviluppo accelerata, che concorreva all’interna, profonda mutazione di una società che aveva intrapreso un cammino di grande cambiamento della propria fisionomia identitaria. Una realtà che in precedenza era stata a lungo a larga prevalenza agraria e poi, a tappe rapide e forzate, aveva risolutamente iniziato ad acquisire l’identità di un moderno paese industriale. E’ questo il periodo in cui si registrano le conquiste più importanti, dallo “ Statuto dei Lavoratori” alla “ Riforma sanitaria” e si sviluppano lotte sociali e popolari diffuse e coinvolgenti, come la lotta per la casa.

E’ inoltre il tempo in cui il Sindacato si erge come invalicabile baluardo contro la mortale minaccia del terrorismo che, nel paese, in più occasioni, cosparge le strade del sangue di vittime innocenti.

Gli anni70 inspecie sono quelli dello scontro mortale tra il terrorismo e la democrazia e nello sbocco che si definirà in quei problematici frangenti un indiscutibile ruolo e decisivo, nella difesa della democrazia e della libertà dei cittadini, lo svolgerà senz’altro il sindacalismo confederale italiano.

Nei successivi periodi della storia, del profilarsi della crisi energetica mondiale, e dell’avvio dei progressivi processi d’interruzione e d’isterilimento della crescita economica, di profonda ristrutturazione dell’assetto industriale del paese, nelle fasi in sostanza di crisi e di chiusura invece, insieme al complesso della società italiana, regredirà lo stesso sindacato.

E’ allora che iniziano ad accentuarsi i processi di profonda e progressiva deriva corporativa della nostra società e che si accentua il potere stritolante e distorsivo delle lobby che accentuano la propria perversa morsa sulla realtà, ostacolandone il libero fluire.

Un’involuzione progressiva, in forme diverse ciclicamente riproposta, che incide tutt’ora sulla vita del paese e che non è fattore estraneo all’accentuarsi dei fattori ancora in corso della crisi.

Al centro del nostro ragionare, perciò, non a caso, è proprio e inevitabilmente  il tema della crisi, del suo carattere non congiunturale, di fase e contingente, quanto piuttosto strutturale e di sistema.

Una crisi mondiale, non circoscrivibile al perimetro dei singoli paesi e che procede ormai ininterrotta dal 2007 ad oggi.

Essa, negli USA ed in Europa, ha polverizzato, progressivamente, milioni di posti di lavoro, nel comparto manifatturiero, nei servizi, nel commercio, nell’artigianato. Nè se ne è colta a tempo portata, ampiezza e dimensione. Anzi ad essa si è reagito in ritardo, male e di rimessa, a lungo asserragliati sulla difensiva.

Se dovessimo indicare alcuni dei principali elementi del sommovimento intervenuto nella vita del Mondo negli ultimi decenni, potremmo indicarne almeno tre, centrali e decisivi:

La straordinaria e rapidissima rivoluzione tecnologica che, in tutte le attività, ha scomposto e trasformato alla radice il modo di lavorare e di produrre; L’accelerazione  dei processi di globalizzazione, che hanno reso il mondo più piccolo e vicino tra le diverse sponde, accorciando ovunque le distanze tra Stati e tra persone; L’accelerazione impetuosa dei processi di finanziarizzazione dell’economia, che ha spostato progressivamente, in maniera assai massiccia e continuata, gli investimenti dai settori produttivi e dal lavoro alla finanza, con la selvaggia speculazione che ne è derivata.

Problemi tutti inediti ed enormi, mai conosciuti in tale forma nei secoli passati.

Questioni queste da non potere essere compresi né affrontati da un’angolatura angustamente ed esclusivamente locale o nazionale.

La crisi ha mescolato, a livello mondiale, le antecedenti secolari gerarchie tra Stati.

La Cinaè diventata leader dell’impresa manifatturiera, ed oggi in più settori, anche quelli più sofisticati e innovativi, incalza da vicino gli USA.[2]

Nell’Europa le diverse economie nazionali sono entrate in una fase inedita, di accentuata sofferenza e stagnazione, e tiene a fatica soltantola Germania.

Di contro l’Italia fatica a mantenere una propria distinta e peculiare funzione industriale, in grado di competere vincendo in un mercato globale sempre più ampio, competitivo ed aggressivo.

Perde terreno ed evidenzia un preoccupante gap, in negativo, in tema di innovazione e di qualità rispetto alla concorrenza più avvertita.

Dal 2007 ad oggi il tasso di disoccupazione del paese è più che raddoppiato e la nostra produzione annuale  di beni e servizi si è ridotta di oltre nove punti.

La disoccupazione interessa ormai il 13% della forza lavoro. I disoccupati hanno raggiunto la cifra di 3,5 milioni, con un incremento di 2 milioni di unità dal 2007 ad oggi.

La disoccupazione giovanile e femminile è più che raddoppiata ed in percentuale è di 40 giovani su 100.

Al Sud il dato appare ancora più ampio e devastante. E il Mezzogiorno è sempre più l’epicentro della crisi. La Bancad’Italia, in relazione all’andamento delle diverse economie regionali, a proposito della Regione Campania, rileva come- nel primo semestre del 2014- la situazione economica continui a registrare una condizione di asfissia e di sofferenza.[3] Gli occupati diminuiscono nell’industria e nelle diverse attività commerciali, il tasso di disoccupazione, già assai elevato, persiste inalterato. Aumentano le persone in cerca d’impiego che appaiono definitivamente rassegnate e che un posto di lavoro non lo cercano più. Solo in questa regione i non occupati superano ampiamente la cifra di 1 milione e la disoccupazione stabile è al 22%. La forza lavoro potenziale è di 637.000 unità.La Cig autorizzata è diminuita nel 2014 del 9,6% rispetto al 2013.

Il numero percentuale delle famiglie in sofferenza è cresciuto del 3,8%.

Il 35% delle imprese locali riduce il fatturato. Ridotta altresì la dimensione del risparmio finanziario medio delle famiglie, si rallentano i depositi. C’è grande difficoltà nell’accesso al credito per le imprese e le famiglie. Il 30% delle imprese campane fa investimenti inferiori a quelli in precedenza programmati all’inizio dell’anno ed è diminuita seccamente l’attività di esportazione delle produzioni verso l’estero, in specie versola Franciaela Germania. Settoridi traino, come l’alimentare, riducono le esportazioni di circa il 5,8%. Continua la secca flessione nel settore delle costruzioni ed una timida ripresa si registra solo per un gruppo di imprese manifatturiere di oltre 50 addetti. Al contempo ristagna il settore dei servizi, ed anche in questo ambito cala la percentuale degli investimenti previsti in precedenza. Unica eccezione la crescita del traffico passeggeri e del turismo breve nello scalo aereoportuale di Napoli ( incremento 9,2%) ed il traffico commerciale nel Porto di Salerno. Diminuiscono al contempo le vendite al dettaglio del 5,5% ed è negativo il saldo tra iscrizioni e cessazioni di imprese ( – 841 unità). Uno scenario simile a ciò che sta avvenendo, con maggiori o minori differenze e accentuazioni, in tutto il Mezzogiorno.

La perdita di posti di lavoro, nella manifattura e nei servizi, non è stata d’altronde compensata in proporzione, neppure parzialmente, con altra occupazione alternativa.

Nella Pubblica Amministrazione e nei servizi, poi, è in atto da tempo un possente processo di ristrutturazione e di riordino, che spesso ne riduce l’efficienza e le funzioni.

Il Pubblico impiego soffre dell’annoso blocco del turn over; da anni non sono rinnovati i contratti nazionali. La contrattazione decentrata sui posti di lavoro è da tempo drasticamente ridotta ed in più realtà appare inesistente. Sempre più ampio ed esteso il processo di esternalizzazioni di funzioni a lungo in passato garantite dalla mano pubblica, con una secca crescita della precarietà. Un tema questo affrontato nel numero di “ Democrazia e Diritto” nel saggio di Francesco Pirone e di Enrico Rebeggiani.[4]

Nei prossimi giorni il Pubblico Impiego sarà nel suo complesso interessato dal rinnovo delle RSU nei singoli posti di lavoro. Un passaggio importante, di partecipazione e di impegno democratico, che ci auguriamo risulterà vissuto dai lavoratori in maniera assai protagonista e attiva.

E inoltre, in una maniera cieca e dissennata, non si è investito nei settori per il futuro decisivi, della ricerca e dell’innovazione. I migliori cervelli continuano ad emigrare, non riscontrando nel paese una condizione di lavoro e di studio incentivante.

L’investimento in questi settori nevralgici continua ad essere di gran lunga inferiore a quello dei paesi d’Europa e del Mondo più avanzati.

La crisi, si accennava in premessa, è stata aggravata e accelerata dalla selvaggia finanziarizzazione dell’economia ed in sostanza, più che ridurre, ha accentuato le differenze sociali e le ingiustizie.

C’è stato chi è diventato assai più ricco e chi è scivolato a pieno dentro la soglia della povertà.

Lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati, ampie fasce di ceto medio, nell’incertezza guardano al futuro con raccapriccio e con preoccupazione.

Oltre alla consistente crescita della disoccupazione, si è moltiplicata la precarizzazione ed allo stato dei fatti l’esclusione di milioni di giovani dal mercato del lavoro, in specie in Italia e nell’Europa, appare sempre più strutturale e permanente. Un tema che, nelle sue dinamiche e nelle sue evoluzioni, è ben affrontato nel saggio di Salvo Leonardi.[5]

Tale situazione si configura come particolarmente aspra e dolorosa nel Mezzogiorno del paese, ove lo scenario appare ancora più drammatico ed inquietante.

Una forte e prolungata stagnazione.

Fatte tali premesse, è evidente come il confronto che si dovrà necessariamente sviluppare ad ampio spettro non potrà risultare semplice e lineare e dovrà procedere, di necessità, mettendo in relazione i diversi punti di vista e le differenti proposte e terapie possibili. Punti di vista, anche diversi e opposti, che non dovranno smarrire mai un solido ancoraggio nel vissuto.

L’avvio di un percorso impegnativo su cui, di necessità, tornare nell’immediato, prossimo futuro.

Il centro della nostra riflessione, è il caso di ripeterlo, è di necessità la crisi, nei suoi multiformi aspetti, di crisi economica e sociale, di grado di tenuta dei diversi soggetti in essa a vario titolo coinvolti. Una crisi che è al contempo, oltre che strutturale anche spirituale e culturale, e che in prospettiva, persistendo, costituisce un serio rischio per il destino della democrazia, per la sua solida tenuta in una serie di importanti paesi dell’Occidente più avanzato e dell’Italia in primis.

Nel processo assai sommariamente tratteggiato, ha finito per ridursi, e spesso per svuotarsi, lo stesso valore del lavoro, il tratto identitario e distintivo su cui si è costruito, nei trascorsi decenni, l’architrave portante dello Stato repubblicano.

La crisi ha scomposto antiche certezze e convinzioni, e tuttavia c’è stato chi a lungo la ha negata.

Oggi, in relazione alla forza delle cose ed all’indiscussa crudezza del reale, la consapevolezza delle difficoltà sembra che stia crescendo in maniera più ampia e più diffusa, anche se ancora non persuadono le terapie messe di recente in movimento e tese ad arginarla.

Nonostante l’inflazionata discussione, consumata sul tema del “declino”, ancora non si avverte l’esistenza di una forte e persuasiva strategia.

Il dramma principale tra tutti da affrontare, e che persiste, è quello del sacrificio di più generazioni di giovani che sembrano inesorabilmente condannati a non incontrarsi mai, nel prossimo futuro, con il mercato del lavoro, con le sue trasformazioni peculiari.

Una disoccupazione, di giovani acculturati e già formati, su cui la società e le famiglie hanno investito tanto, e quasi rassegnati in una condizione di sostanziale inedia, a cui viene negato un dignitoso ed accettabile futuro.

Continuando a procedere in tal senso, senza alcuna subitanea svolta percettibile, la società è destinata a isterilirsi, impoverita e deprivata ulteriormente del concorso di questa grande e straordinaria  “intelligenza collettiva” potenzialmente disponibile.

L’estromissione di questa energia straordinaria renderà di per sé più fragile e insicura la nostra società.

Si sta colpevolmente consumando un autentico, inaccettabile delitto !

Il drammatico quesito, tuttora aperto e senza soluzioni, è se esistono le condizioni per iniziare finalmente ad invertire la tendenza, e quali siano le scelte da effettuare, in quale direzione bisogna incominciare a muoversi.

Da dove in sostanza si deve cominciare, trasformando una lunga fase di difesa in un periodo nuovo, di attacco e di proposta, in cui s’inizi finalmente a imporre un differente piano di confronto.

Esistono segmenti, esplorati soltanto in superficie, di nuova crescita e di sviluppo più ordinati?

Persiste certamente , per limitarci all’esame della realtà italiana, l’ostacolo possente costituito dal livello assai elevato raggiunto dal debito pubblico, nel tempo accumulato, e dall’imprescindibile necessità di farvi fronte, senza dilazioni né rinvii, riducendolo in maniera strutturale, come da tempo deciso d’intesa con l’Europa.

E tuttavia le azioni, di drastico rigore finanziario, in questi anni recenti messe in campo, non sembrano allo stato dei fatti avere conseguito positivi risultati. Di conseguenza crescono, un poco ovunque, scetticismo, chiusure, ostilità verso l’Europa, s’accentua la diffusione di pulsioni ostili, di segno nazionalista ed aggressivo.

Privi di un chiaro ed ambizioso progetto strategico, credibile ed espansivo, rivolto al futuro e soprattutto concretamente percorribile, si ha la percezione che, con l’inesorabile trascorrere del tempo, si vanno progressivamente a insterilire una serie di importanti conquiste conseguite nei decenni precedenti.

Il riferimento è al tema dello sviluppo e dell’ampliamento dell’occupazione, ma anche a quello dello Stato Sociale, del suo mantenimento e della sua riforma, realizzato in tanti suoi segmenti, dall’istruzione alla sanità, all’assistenza ed alla previdenza.

Si va configurando, in nuove forme ed espressioni, un regressivo modello sociale diseguale, che per più aspetti richiama lo scenario, negli anni ‘70 tracciato da Asor Rosa, incardinato sull’avvento delle “due società”.

L’estrema e repentina accelerazione dei processi di finanziarizzazione dell’economia, con ciò che ne è derivato, la possibilità d’immediato spostamento di consistenti investimenti e  capitali, da una parte all’altra del globo, senza controllo o condizionamento alcuno, mettono in evidenza il velleitarismo e l’impraticabilità dell’idea d’immaginare di potere fronteggiare ciò che accade trincerati su anguste frontiere esclusivamente locali o nazionali. S’impongono invece azioni politiche e scelte di ben altro segno.[6]

Politiche a ben più ampio spettro, travalicanti i confini nazionali, e azioni sindacali ben più coordinate ed espansive, più forti ed incisive, da sviluppare in modo coordinato, almeno a livello continentale ed europeo. Ed è anche il caso d’iniziare a ripensare antichi modelli negoziali, in parte almeno ormai consunti, per aggiornarne forza ed efficacia.

Ecco, si tratta di mettere a confronto le diverse esperienze già vissute nei diversi paesi, in Usa, in Germania, nei paesi Nordici, in Francia, Inghilterra e nella stessa Italia, facendo proprie ed assumendo gli esperimenti negoziali e contrattuali più efficaci.

Da qualche settimana s’inizia finalmente a parlare dell’avvio, nel mondo, di un’inversione di tendenza e di una fuoriuscita, seppure ancora timida, dal lungo e prolungato inverno della crisi.

In verità c’è una differenza, e non di poco conto, tra le terapie frattanto messe in campo negli USA ed in Europa.

Nel vecchio Continente, con la parziale eccezione della Germania e di paesi comela Polonia, persiste ancora una grave stagnazione, acuita dalle politiche di secca austerità.

In USA invece, da ciò che si percepisce da lontano, è finalmente iniziata la ripresa, sollecitata e stimolata dall’intervento diretto e massiccio dello Stato. Esso, più nello specifico, ha agito in modo che si potesse realizzare

1-      Il risanamento delle Banche, che si sono liberate dai titoli tossici in loro possesso;

2-      L’accesso al credito è diventato di nuovo più fluido e sicuro per le imprese e per le famiglie;

3-      L’occupazione, di conseguenza, ha ripreso a crescere nell’ordine di 200.000 unità al mese.[7]

In Italia invece, di converso, persiste ancora la lunga stagnazione, e vanno sottoposti ad un vaglio più accurato, e a pratiche verifiche, le dichiarazioni ottimistiche del governo in carica in relazione ai provvedimenti recenti,  in specie il Job Act, appena messi in atto.

Per ora si può solo rilevare l’esistenza di un’apertura di credito all’impresa in verità forse eccessivamente sbilanciata, un’impresa d’altronde cospicuamente foraggiata coi nuovi provvedimenti previsti nel contratto ai nuovi assunti cosiddetto “ a tutele crescenti”.

Sarebbe al proposito d’indubbia utilità l’istruzione di una riflessione aggiornata e approfondita sul capitalismo e l’imprenditoria italiana, in grado di evidenziarne, in modo più sicuro ed oggettivo, luci ed ombre, limiti e capacità già dimostrate. Il tema, in questa occasione non può evidentemente che essere accennato. Certo una tale, impegnativa riflessione è forse da troppo tempo colpevolmente assente nello scenario del dibattito politico nazionale ed europeo.

Si è prima fatto cenno al tema del Welfare State e delle ipoteche che nella fase attuale lo circondano.

Nel nostro paese, su questo argomento pesa e non poco il dato oggettivo del progressivo invecchiamento medio della popolazione che, insieme alla stagnazione economica, da troppo tempo in atto, riduce il bacino da cui attingere risorse.

L’intervento draconiano sulla previdenza, messo in essere con la “ Riforma” Fornero della fine del 2011, comunque da correggere, e da rendere più accettabile e flessibile, incide sull’assenza di ricambio della forza lavoro mettendo in crisi una serie di servizi, come la sanità, in una condizione di sempre più acuto affanno e sofferenza.

Nei decenni appena trascorsi di certo è il ruolo e la funzione del lavoro che hanno perduto progressivamente peso, forza, centralità. Sostituito da una nuova ideologia, quella del consumo, spesso dissennato e voluttuario, di beni non sempre primari e indispensabili.

Scivolati sul crinale del declino, l’avvio di misure di contenimento della spesa storica corrente sono apparse in tal modo inevitabili, per tentare di contenere i costi dello Stato. E tuttavia l’esperienza ci ha insegnato che coi tagli lineari non si va da nessuna parte!

Bisogna piuttosto operare scelte diverse e selettive, d’altro segno. Avere chiare opzioni, idee precise di dove operare tagli e invece, di contrasto, si tratta d’individuare nuove direzioni in cui bisogna finalmente iniziare ad investire.

In sostanza a me pare che di fronte a noi si dischiudano due strade : o continuare a gestire piuttosto stancamente ciò che esiste o invece individuare nuove strade, con diverse priorità da perseguire.

E’ la seconda opzione che va privilegiata. Si tratta di concentrarsi su poche ed essenziali, sicure priorità. E lavorare per un nuovo progetto di sviluppo sostenibile, su un investimento di lungo respiro, di ampia durata, non contingente e, per i suoi contenuti e i suoi possibili effetti sul futuro, diffusamente condiviso dal Paese. E piegare in tal senso la persistente opportunità costituita dall’utilizzo virtuoso dei fondi comunitari disponibili.

A tal proposito è forse utile l’indicazione di due strade:

1- Investimento sul capitale umano, da confermare ed aggiornare ulteriormente, riprendendo con la massima attenzione il tema della qualificazione della scuola , della ricerca, dell’università..

2- Realizzare una precisa opzione, specie nel mezzogiorno, rivolta alla tutela ed alla massima difesa dell’ambiente con la contestuale valorizzazione del nostro territorio. In tal senso è urgente l’avvio di un piano straordinario di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale ed archeologico che ci è stato tramandato, ancora troppo spesso trascurato e non considerato a pieno nella sua enorme potenzialità espansiva.

un intervento mirato, in grado di impiegare, da subito, 100.000 giovani meridionali, con ambiziosi progetti mirati di valorizzazione, da realizzare anche tramite l’impiego di tutte le tecnologie più moderne ed aggiornate disponibili.

Un’azione che andrebbe garantita per mezzo dell’intervento attivo e diretto dello Stato, di concerto con gli imprenditori più avvertiti e disponibili a cimentarsi nel merito sul terreno di una sfida assai ambiziosa.

Un’azione, insieme, economica ed al contempo di forte valenza ideale e culturale, e tesa a rimarcare la peculiarità identitaria dell’Italia in Europa in questo specifico segmento.

L’azione messa in moto andrebbe garantita per mezzo di un prelievo forzato dello Stato verso i cittadini in relazione all’entità del reddito individuale e familiare disponibile.

Un’idea forza, d’impatto generale, da sostenere con una massiccia mobilitazione sindacale e popolare!!!

Le altre azioni, di riorganizzazione del sistema produttivo e dei servizi territoriali necessari, finalizzate al perseguimento di questo specifico obiettivo.

In tal modo s’inseguirebbe un risultato di notevole valenza generale: la realizzazione  di contesti territoriali più attrattivi per gli investimenti e per la capacità di “fare sistema”.

Infine, ancora il Sindacato, specie nel Mezzogiorno, ha una responsabilità supplementare.

Quella di agire, almeno parzialmente, di supplenza, al vuoto determinato dall’obiettiva crisi dei Partiti, la cui vita appare purtroppo in troppe circostanze piuttosto evanescente e asfittica, almeno rispetto alla loro funzione peculiare istitutiva, di concorso permanente e continuato alla crescita di coscienza ed alla formazione civile e permanente dei cittadini, questione questa di sempre cogente urgenza e attualità.



[1] Il volume, curato dalla Franco Angeli Editore, contiene una serie di saggi, seri e impegnativi, sul Sindacato, sulla sua funzione e su più aspetti delle difficoltà e della crisi che lo ha investito, in specie dagli anni ’70 in poi. Esso può costituire, nell’immediato e nel prossimo futuro, un utile strumento per istruire un’aggiornata  e proficua riflessione.

[2] Su questo importante ed inedito capitolo della recente storia del mondo è particolarmente utile la lettura del volume di Federico Rampini “ Il Secolo cinese, storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo”, La Biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale l’Espresso S.P.A. Milano, 2009. Dello stesso autore, con uno sguardo rivolto in questo caso anche ad un altro grande paese come l’India, “ L’Impero di Cindia- Cina, india e dintorni, la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone”La Biblioteca di Repubblica- L’Espresso, Gruppo Editoriale L’Espresso S.P.A., Milano 2009.

[3] Banca d’Italia, L’economia delle Regioni,La Campania, notizie relative all’andamento della congiuntura economica nel primo semestre del 2014.

[4] Francesco Pirone, Enrico Rebeggiani,”La crisi delle funzioni di rappresentanza del sindacato: il caso dei precari nelle attività in outsourcing per gli enti locali”

[5] Salvo Leonardi, “ Rappresentanza, organizzazione e democrazia. Modelli e politiche sindacali a confronto” il titolo del saggio ospitato nel numero monografico di “Democrazia e Diritto” oggetto della presente riflessione.

[6] Illuminante su questo problema è il recente libro di Marco Panara, “ La malattia dell’Occidente-”, Editori Laterza, 2010

[7] Federico Rampini, “La trappola dell’Austerity- Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa”, Editori Laterza,La Repubblica, prima edizione febbraio 2014.

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