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Ricordi in libertà: Giovannino Guareschi

Inserito da on 20 dicembre 2014 – 00:00No Comment

Nonostante l’estate memorabile per maltempo, tuoni e fulmini, mi si perdonerà il voler svilire ad ogni costo i danneggiamenti, ricordando nella terra dove sono nata e vissuta il genio di Federico Fellini – al quale è stata dedicata una piazza di Rimini e lì il suo aeroporto a Miramare, come a volerne perpetrare la memoria di quel figlio tanto illustre – nondimeno l’impertinente genialità – a briglia sciolta – del bastian contrario Giovannino Guareschi. Mai, purtroppo, potrò sconfinare in quei mari di tanto talento, anche se ci accomuna la nascita in una terra calda e generosa come quella Emiliano Romagnola, nonchè note di paradosso e di mai celata impertinenza che spesso e volentieri mi hanno fatto guadagnare riconoscimenti e punizioni, causa innata visceralità. Il 22 luglio 1968, a Cervia, Giovannino Guareschi – che i più ricorderanno per la Saga di Don Camillo e Peppone, resa indimenticabile sul piccolo schermo da Gino Cervi e Fernandel – giornalista, scrittore, caricaturista e disegnatore e tanto altro ancora, si congedava da questo mondo. Amico e vicino, anzi a volte quasi sodale del Fellini, dal quale rinvengono testimonianze per memorie della sorella Maddalena oltrechè per racconti del fratello del grande Sergio Zavoli – entrambi amici della mia famiglia – il Guareschi appunto, che veniva dall’esperienza di alta produzione culturale e satirica del “Bertoldo” di Cesare Zavattini e poi da Giovanni Mosca con il “Candido”, vocò la propria esistenza di uomo libero e bastian contrario alla tutela della propria coerenza.Subì più volte l’arresto, per aver pubblicamente insultato Benito Mussolini e, nel 1948, a sostegno della campagna elettorale della Democrazia Cristiana, per aver definito i comunisti e con loro Togliatti “trinariciuti”, devoti a mandare il proprio cervello all’ammasso. Artista, nel vero e proprio senso del termine, oltre ad una miriade di riconoscimenti più “convenzionali”, il Guareschi non si fece mancare proprio nulla, tanto da sconfinare nello sconto pena di quattrocento giorni di carcere a Parma, reo di aver diffamato prima il Presidente Einaudi, non risparmiando in seconda battuta De Gasperi, allora Presidente del Consiglio.Tuttavia, pur in tanto “furore” di eccezionale “vis polemica”, si distinse per la coerenza delle proprie idee, non risparmiando alcuno e soprattutto, in un paese di voltagabbana e di Madonne Pellegrine, esemplarmente mai piegandosi al potente di turno. Indicativa la sua frase di prefazione ad un libro, nel quale afffermava ” …. non muoio neanche se mi ammazzano …”. Da ultimo, spero di non essere stata irriverente col “buonanima”, tanto da beccarmi magari un ” …. burdlazza lassam ste’ almen iche’ in pes, perchè te’ an se’ più sena ad me’ ….” (ndr) ” … ragazzaccia lasciami stare almeno qui in pace, non pensare di essere tanto meglio di mè …”.
 Ellera Ferrante di Ruffana

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