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L’Italia e l’Europa: quale futuro?

Inserito da on 26 maggio 2014 – 00:00No Comment

Giuseppe Lembo

Siamo di fronte ad un’Europa dal futuro sempre più incerto; stando così le cose, siamo al futuro purtroppo negato. L’europeismo nato dalle menti dei padri fondatori dell’UE, con l’obiettivo prevalente di tenere uniti gli Stati, oggi sta diventando l’arma letale per la definitiva disintegrazione europea; sta dando, infatti, una forte mano alla distruzione dell’insieme europeo dal suo interno. L’antieuropeismo cresce ovunque; c’è una vera a e propria esplosione di movimenti autonomistici. In tutti c’è l’obiettivo del separatismo. L’Europa come Unione non è più assolutamente un valore; al contrario è vista come un vero e proprio danno per l’autonomo bene dei singoli Stati che non riescono più a riconoscere l’utilità di un insieme europeo, purtroppo sempre meno unico e sempre meno condiviso. Che succederà al futuro d’Europa? Con le sue tante piccole patrie, l’Europa dei popoli, purtroppo, mai nata, diventerà sempre più debole; sempre meno Europa dei popoli. Nell’ideologicamente corretto dei nuovi europeisti c’è la forte volontà di un ritorno alle origini; c’è l’attesa di un ritorno alle origini. Il progetto di Bruxelles, una costruzione oligarchico – burocratica basata sul presupposto di snazionalizzare e di rappresentare centralmente tutti, dettando leggi dall’alto tra l’altro sempre meno condivise, con conseguenti gravi danni soprattutto per le sue parti più deboli, compresa l’Italia, è un progetto che non piace ai più che preferiscono identificarsi nella rassicurante piccola patria.

Sta ormai esaurendosi, per mancanza di volontà d’insieme, lo spirito sopranazionale dell’Europa dei banchieri; uno spirito a senso unico che non è diventato forza d’insieme e tanto meno espressione del cammino mai intrapreso dall’Europa dei popoli, una via obbligata per dare continuità all’UE e garantire il futuro anche delle sue parti che devono sapersi intelligentemente ritrovare nello spirito sopranazionale di quell’ispirazione politica di un’origine ormai dimenticata, ormai cancellata non per colpa del separatismo nostrano, ma soprattutto per colpa dei poteri forti di Bruxelles, purtroppo poco europei.

Esiste ancora nel nostro Paese il mondo operaio? La classe operaia è, come nel passato, un realtà del nostro Paese? Purtroppo per effetto del lavoro che non c’è, il peso della classe operaia, un tempo importante e decisivo per il futuro d’Italia, è un peso in forte crisi.

Per questa crisi crescente si va inserendo l’offensiva politica, che non vuole più riconoscere il ruolo della concertazione e del potere di veto, un tempo non lontano importante strumento di forza della rude razza pagana.

C’è nel nostro Paese un clima nuovo; un clima che si incrocia con una sensibilità sempre più diffusa di chi si attende la riduzione del peso di tutte le procedure, comprese quelle che vengono espresse dalla rappresentanza degli interessi.

Con il diminuito peso della classe operaia, si è fortemente svilita anche la forza del sindacato che è sempre più orfano della politica e del lavoro, una chimera sempre più irraggiungibile con una disoccupazione crescente che non permette niente di buono al futuro italiano.

Tra l’altro il sindacato italiano fortemente operaista, ha progressivamente perso la propria aderenza ai mutamenti in atto sia nel mondo del lavoro che dell’economia reale.

Il sindacato italiano si trova ormai in una condizione di forte e crescente crisi di rappresentanza; tanto per effetto di un aumentato peso dei pensionati e della categoria del terziario ed una crescente diminuzione degli scritti dei settori industriali e dinamicamente produttivi.

La forza sindacale tanto cara agli operaisti, non è più quella di un tempo. Il tutto incide e non poco sull’organizzazione del lavoro, purtroppo da noi sempre più in crisi.

Ma non si tratta di una crisi sindacale irreversibile; nonostante la crisi, il sindacato italiano è più che mai una forza attiva del sistema italiano. La sola CGIL raggiunge 5,7 milioni di tesserati.

In Italia e nel mondo l’evoluzione delle economie del capitalismo vecchio e nuovo è tutta da scrivere.

Di fronte a questi scenari nuovi anche il sindacato per non morire deve sapersi rinnovare.

Nelle condizioni in cui si trova a vivere l’uomo del nostro tempo, dove si andrà? Che c’è nel futuro di noi tutti? Quale mondo possibile per le generazioni che verranno? come si affronterà il problema esistenziale del futuro possibile? Come si combatterà e si risolverà la condizione diffusa di solitudine umana?

L’aspetto più grave in Italia, in Europa e nel mondo, è nella crisi culturale così profonda ed invasiva da dare il convincimento che sta crescendo nel mondo una “generazione di scemi”.

Speriamo che non sia così; speriamo di cavarcela; speriamo di evitare che la scemità diventi un elemento comune in questo nostro mondo in continuo cambiamento, dove a farla da padrone assoluto è sempre più una civiltà (si fa per dire civiltà) che della dimensione quantitativa, ha fatto l’essenza di un mondo nuovo ed in forte crescita per volontà crescente dei tanti.

Nuovo, ma in che cosa? Nuovo forse nella grande e diffusa capacità di essere riuscito a costruire una “generazione di scemi”? Una generazione con alla base solo numeri, numeri, numeri giganteschi; milioni di clic, torme di seguaci, folle di amici?

Siamo di fronte ad un formicaio di scemi; un formicaio planetario con volti, opinioni e posizioni di assenso che proprio non se ne riesce a capire l’importanza per quello che esprimono nei confronti del mondo globale.

A chi servono? Quali gli obiettivi possibili? Non siamo forse di fronte ad un fenomeno di comunicazione del solo attimo fuggente? Come si aderisce facilmente, così, altrettanto facilmente si dimentica; siamo di fronte ad un’onda di una vastissima portata; un’onda che dura un attimo; un’onda che si dissolve in fretta; lasciando dietro di sé il solo NULLA; il nulla che non cambia assolutamente nulla delle cose di questo nostro mondo, dove c’è da riflettere ed attentamente sull’importanza della comunicazione culturale, una grande lontana scoperta del filosofo-scrittore Jean Jacques Rousseau nel 1750.

Siamo al tramonto di un’epoca. Siamo al tramonto dell’epoca che ci appartiene e ci ha visti sulla scena nei diversi ruoli; da quello di protagonisti attivi ed impegnati ad affrontare e risolvere non solo per sé ma anche per gli altri, i tanti problemi che la vita pone davanti a ciascuno, a quello dell’indifferenza per tutto e della più ostinata condizione umana di un distacco assoluto per le cose della vita sia di diretto interesse che di più generale interesse per gli altri.

Tutto questo, con o senza protagonismo, è parte di un’epoca; è parte della nostra epoca che sta ormai tramontando; sta inesorabilmente tramontando; un tramonto ormai consumato e che è sempre più parte di noi.

L’epoca che tramonta, la nostra epoca al tramonto, non ci riguarda più come presente, ma unicamente come passato; come un passato da tenere vivo, rivivendolo per dare un volto nuovo al nascere di una nuova epoca, un grande, importante evento che riguarda molto da vicino tutti quelli che la vivranno nella richiamata distinzione di indifferenti e/o di protagonisti interessati a dominare la scena ed a lasciare il segno come viva testimonianza del proprio viverre sulla Terra.

La fine di un’epoca con il suo tramonto ci porta a riflettere su noi stessi; ci porta a passare in rassegna la nostra vita e tutto quello che si è fatto da protagonisti e/o da indifferenti con se stessi e/o nel rapporto con gli altri.

Vivere la fine di un’epoca non è di tutti, considerati i tempi che può avere, così come rappresentati da un suo corso breve, medio o lungo.

Noi viviamo da testimoni la fine di un’epoca; la fine della nostra epoca che ci ha visto agire e reagire nel contesto di una quotidianità che ha rappresentato il corso della nostra vita, con il suo fardello di gioie e di dolori.

Il mondo sempre più globale cambia; cambia e sempre più in fretta. Cambia nel rapporto umano prima ancora che nel rapporto tra i popoli.

I figli non si riconoscono più nei padri, né tanto meno riconoscono l’autorità dei loro padri.

Siamo, ovunque sul pianeta Terra, al tramonto di un’epoca.

Un’epoca nuova che produce scenari assolutamente nuovi in tutto il mondo.

La Cina, secondo la Banca mondiale, ha ormai superato il prodotto interno degli Stati Uniti d’America.

La Cina con il suo miliardo e 350 milioni di abitanti è sempre più l’astro nascente di una nuova epoca.

È ormai al grande sorpasso degli Stati Uniti d’America con i suoi 300 milioni di abitanti.

La Cina nel periodo 2001 – 2014 ha registrato una crescita del 24%; gli Stati Uniti sono cresciuti del 7%; una crescita importante, ma di poco conto se rapportata a quel 24% del popolo cinese.

Perché questa differenza da profonda fine di un’epoca? Tanto, soprattutto, per effetto delle condizioni economiche cinesi prima dell’avvio delle riforme messe in atto da Deng Xiaoping.

L’America e le sue condizioni sono quelle di un Paese dal mercato interno saturo; la Cina è, invece, una realtà emergente che si sveglia dopo un lungo e profondo sottosviluppo.

Siamo al declino dell’Occidente? I nuovi colossi continentali di Cina, India e Brasile, insieme alla Russia ed al Giappone, cambieranno le sorti del mondo? Siamo veramente e senza appello, alla fine di un’epoca? Come si metterà nel prossimo futuro, ordine al disordine in un mondo pericolosamente agitato da crisi che non promettono niente di buono? In questi scenari nuovi quale potrà essere il ruolo dell’Europa?

Sicuramente se ben giocato, potrà essere un ruolo dalle ampie prospettive, sempre che non continui inopportunamente ad essere una variante americana, assumendosi in alternativa da questo ruolo, in piena responsabilità, il ruolo che le compete e che deve corrispondere al suo peso ed al suo autonomo prestigio di civiltà di lungo corso, così come orgogliosamente scritto nella sua storia, una parte importante della storia dell’umanità.

La fine di un’epoca, come ci insegna la storia e come sta avvenendo adesso, non è un evento indolore e senza conseguenze sia al presente per chi la vive, sia soprattutto nelle prospettive di un nuovo futuro che deve darsi un’identità nuova per costruirlo con tutte le sue possibili e necessarie certezze, senza le quali si resta con le sole opprimenti macerie lasciate pesantemente dalla fine di un’epoca che non ha saputo vincere le resistenze del presente e soprattutto non ha saputo aprirsi al nuovo che comunque avanza nell’indifferenza e nell’incapacità di chi si è reso protagonista della fine della propria epoca.

Perché stiamo vivendo questa non piacevole condizione di fine della nostra epoca? Nel nostro paese, ma anche in Europa e nel resto del mondo, tanto è dovuto alle grandi difficoltà, ai grandi cambiamenti in atto e soprattutto al mancato ruolo della politica che nella confusione delle lingue non sa trovare le soluzioni giuste ai conflitti, alle incomprensioni, alle crescenti emergenze umane, il frutto di interessi egoisticamente sempre più contrapposti e resi incompatibili ai fine del bene comune.

Perché tutto questo? In prima battuta c’è da dire che siamo di fronte a decisioni sempre più invadenti; di fronte a decisori che non hanno e tanto meno sanno assumersi il ruolo di protagonisti, con rimedi efficaci e veloci.

Purtroppo la confusione delle lingue regna sovrana; tanto, ovunque, nelle grandi come nelle piccole realtà umane e territoriali.

Tutto questo mentre c’è l’ansia del nuovo che avanza e che si presenta con le prospettive dei grandi cambiamenti epocali.

Il corso è già iniziato con l’inizio del Terzo Millennio e del nuovo secolo.

Il corso da nuova epoca si chiama globalizzazione; si chiama modernizzazione di un’umanità in cammino verso mondi nuovi e sconosciuti.

Verso mondi pieni di insidie, di rifiuti e di incomprensioni umane che si vanno scatenando quando c’è da dividere qualcosa con l’altro, con un altro che si chiama migrante e in nome del diritto alla vita, rivendica anche per sé quello che in tanti si rifiutano di riconoscergli, negandogli così il diritto naturale di uomo di una comune appartenenza umana.

Ma l’inferno terreno non conosce confini e limiti. Sulla Terra dai tanti suoi angoli dimenticati, ci sono ormai troppe realtà umane tragicamente e disumanamente crocifisse.

Tanto non può accadere; tanto non deve più assolutamente accadere.

Tanto è l’elemento alla base della fine di un’epoca umanamente violentata e barbaramente messa in croce da un fondamentalismo che, per l’oscurantismo delle tante violenze sull’uomo, deve essere e per sempre, cancellato dalla faccia della Terra.

Nessuna nuova epoca deve immaginarsi come un’epoca di violenza di feroci atrocità di uomini contro altri uomini con il naturale diritto di vivere sulla Terra e non essere sottoposti a supplizi di morte, quale quello della crocefissione.

Il mondo con le sue tante guerre dimenticate, non può più fare, nell’indifferenza dei più, da palcoscenico di atrocità contro l’uomo; gridano vendetta. Non possono più essere tollerate.

Le coscienze dei giusti della Terra devono ribellarsi; devono far sentire con forza la propria voce, invocando in modo nuovo, una Terra come la casa di tutti; un’umanità più giusta e tollerante.

Se la fine dell’epoca in cui viviamo rappresenta la fine di un barbaro fondamentalismo ben venga; deve essere salutata con gioia da tutti i giusti ed i saggi della Terra che devono pensare a costruire ponti di pace, in cui le diversità in cammino, incontrandosi sulla via della pace, seguano l’inizio della tanto attesa resurrezione dell’uomo, per un mondo umanamente nuovo dove a ciascuno è dato vivere da attivo protagonista di se stesso e di quell’insieme umano di cui fa parte in un’epoca veramente nuova che può dare importanti cambiamenti epocali per l’uomo della Terra, come intelligente protagonista di vita e non più carnefice di morte.

 

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