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L’impresa sociale per ripartire

Inserito da on 17 maggio 2014 – 08:01No Comment

Enzo Carrella

Si respira un’aria nuova nell’economia sociale italiana e molti segnali indicano che si è aperta una fase di grandi cambiamenti.  Una stagione nella quale ciò che si definisce non profit, o anche Terzo settore, ha l’occasione di compiere quel  necessario e legittimo salto di qualità  che gli si chiede da tempo, pensionando gli schemi culturali e residuati ideologici  logorati dal tempo   sostituendoli  con   modelli  in sintonia   con l’imminente  fase di  sturt-up   di autentica ripresa della  nostra  economia. Indubbiamente una parte del merito di questo  scatto  va riconosciuta al governo Renzi:  la scelta del  presidente del Consiglio  di far indossare il vestito istituzionale più rappresentativo del  dicastero  del Lavoro a  un esponente del mondo della cooperazione come Giuliano  Poletti  non è risultata casuale.  Proprio l’ex presidente di Lega Coop  ha citato espressamente il Terzo settore nel suo primo intervento pubblico e quando ha illustrato i contenuti della ” imminente svolta  storica  ” ha annunciato  l’avvio da  giugno di un «Fondo per non andare a fondo» nella misura di  500 milioni di euro a disposizione delle imprese sociali.  Risultano, però, allo stato ancora ignoti i contenuti e funzionamenti di accesso al Fondo   anche se  una   prima esaltante scossa il ministro Poletti  sembra averla prodotta : quella  dell’accelerazione  alla necessaria e indispensabile  riforma dell’impresa sociale. Presto   saranno rese note le linee guida  del  disegno di legge che punterà  – su questo siamo certi  - a superare i  lacci & laccetti  della  vigente normativa   stretti   attorno  all’ impresa sociale  di cui alla legge 155/2006 del Governo Berlusconi, ponendo fondamentali  basi per un nuovo    scenario di mercato con convergenze delle norme in una unico modello organico: la fusione, integrazione,  sostituzione e cancellazione delle norme sulle  associazioni di volontariato di cui alle legge 266/1991 , promozione sociale della legge 383/2000   e la rivoluzionaria legge  sulle Onlus   del dlgs 460/1997  rappresenterà il piatto forte  di tale    riforma  del terzo settore.  L’iniziativa di spostare  in  un unico  schema/ modello   l’intero settore non profit  la si deve in parte anche  al sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, già presidente delle Acli e politico di riferimento per il Terzo settore italiano, che da  “semplice onorevole “ aveva lavorato al progetto insieme al senatore Stefano Lepri. Ma che cos’è, come cambierà, e soprattutto perché deve cambiare, l’impresa sociale? Il punto  è che il contesto economico, rispetto a qualche anno fa, è profondamente mutato. La crisi ha reso sempre più evidente quanto sia fondamentale lo sviluppo di un sistema di welfare sussidiario, inclusivo e universale, a fronte di un ridimensionamento del ruolo dello Stato specie sul piano economico/finanziario (vedi il proliferare delle  spending review con il dl 66 /2014  attuale testimone).  La scelta di proteggere e rilanciare  nel nostro continente  la social economy  quindi  non è casuale: qualcuno ha tradotto i possibili futuri benefici  in percentuali del  Pil,   constatando che  la piena operatività del settore si tradurrebbe in un cedola/dividendo  annuale  del 10%   del prodotto interno  con possibilità di “inghiottire” 11 milioni di lavoratori. Insomma impresa sociale come volano di sviluppo sostenibile, provando a creare un contesto per attirare e calamitare  buoni  flussi di  capitali privati.  Quale la fotografia  attuale in Italia ? Le imprese sociali vere e proprie, cioè quelle iscritte ai registri delle Camere di commercio in virtù della legge che le istituisce, non sono molte, circa un migliaio.  Segno evidente che la norma nella sua ampia accezione ( vedi anche la imperante confusione   fiscale e previdenziale )  non ha fatto il suo dovere  perché confusa, generica, ripetitiva e poco esaustiva ;  sotto tale visione  appare evidente che l’intervento sulle modifiche alla normativa non poteva tardarne il  necessario e improcrastinabile   restilyng .  Tornando alla  proposta  Renzi , le modifiche “cantierizzate”  mirano a rendere il recinto del sociale  più ampio, generando una contaminazione, quasi un’ibridazione, tra profit e non profit. Oltre alle coop sociali e alle imprese con le caratteristiche richieste, ne faranno parte ad esempio il commercio equo e solidale, le iniziative di housing sociale, il microcredito, le iniziative di reinserimento lavorativo.   Un  futuro scenario a tinte rosa  ? Probabilmente sì se non altro   per vedere attribuire e riconoscere   il “sacro” status di impresa sociale   solo alle strutture   che si  “specchieranno” nelle nuove  linee guida   aggiungendo  - quasi certamente – la possibilità di remunerare  una parte del  loro  capitale  - senza  mai  sforare i confini di pura speculazione   – al fine di attirare nuovi investitori  che ne sposerebbero  e condividerebbero  appieno   le finalità. Se questo appena tracciato  è il  probabile  nuovo scenario  non sarebbe  preclusa  l’estensione alle  nuove imprese no-profit  del  particolare regime   fiscale  agevolativo  oggi applicabile  alle  Onlus  e cooperative sociali. La  imminente rivoluzione “sociale” avrà quale appendice  un autentico   “ carusiello” : il  “Fondo  per non andare a fondo” con una  dotazione finanziaria  per il suo sturt/up  di   circa  500  milioni. Una potenzialità in termini occupazionali che  da soli potranno creare e generare migliaia nuovi  posti di lavoro.  Il motore dell’economia sociale si è rimesso finalmente  in moto e  - per usare una espressione  di Bobba-  dopo un lungo periodo durante il quale è stata riscaldata,  «l’acqua  ora ha incominciato a bollire». Spetta ora ai diversi  territori   promuovere  inizative  per carpirne e divulgarne  gli effetti e adattarli alle esigenze delle rispettive   comunità.  

 

 

 

 

 

 

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