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Racconto Breve: 2 ottobre 1965 – Giulia -

Inserito da on 16 ottobre 2013 – 00:00No Comment

Angelo Cennamo

A mezzogiorno, finite le udienze, Colajanni mi diede appuntamento in via Poerio, 12. Al primo piano c’era l’atelier di Renato Bagutta, il sarto che gli confezionava gli abiti su misura. Bagutta era molto conosciuto in città perchè andavano a vestirsi da lui i personaggi più conosciuti della politica e dello spettacolo. All’ingresso del laboratorio, Renato aveva inchiodato sulla parete una gigantografia autografata di Marcello Mastroianni. La foto ritraeva l’attore nella fontana di Trevi durante le riprese de “La dolce vita”. Gliela aveva regalata lui in occasione della presentazione del film, diceva. Ma qualche anno dopo venni a sapere che il quadro, Bagutta, lo aveva ricevuto in permuta da un suo cliente di Roma, in cambio della rifinitura di una giacca di cammello. Le altre foto esposte, però, erano quasi tutte autentiche. In una Renato si lasciava abbracciare da Delia Scala davanti a una pizza gigantesca. In un’altra, Achille Lauro gli spettinava i capelli mentre uno sciuscià gli lucidava le scarpe. Ma la più bella Bagutta la teneva sullo scrittoio della sala d’attesa; al centro si vedevano lui e Ingrid Bergman, l’uno di fianco all’altra, a Marina Grande, con sotto la seguente scritta in corsivo : “Cuanto ti ho voluto bene”. Un falso clamoroso di cui la Bergman, ovviamente, era all’oscuro, altrimenti lo avrebbe denunciato “Cuanto prima”. Colajanni, che da Bagutta doveva ritirare un principe di Galles, volle portare nel suo atelier anche me, per farmi prendere le misure da quello che presto sarebbe diventato il mio sarto di fiducia – Eduà, ti devi fare una bella grisaglia! – mi disse, mentre si girava e rigirava davanti allo specchio. – Avvocato, siete un figurino! – disse Bagutta, togliendo gli ultimi spilli dalla piega dei pantaloni. – Maestro, non c’è che dire : avete fatto proprio un bel lavoro! – osservò Colajanni, mentre continuava a mettersi in posa – Adesso però dovete accontentare il mio giovane collega, ci tengo – aggiunse, aprendo nel frattempo il portafogli – Non mi pagate ancora – disse Bagutta – faremo un solo conto con il vestito dell’avvocato Scalera – in quel momento capii che la grisaglia mi era stata regalata; guardai Colajanni e gli sorrisi in segno di gratitudine.

Uscendo dal palazzo, l’avvocato trovò la figlia Giulia ad attenderlo in macchina; aveva parcheggiato in doppia fila, davanti al portone – Vieni , ti diamo un passaggio – disse lui – grazie, avvocato, ma preferisco fare quattro passi – gli risposi. – Lascia almeno che ti presenti mia figlia – continuò – ah, certo, con piacere – dissi io – Giulia, voglio presentarti – Eduardo?– Chiese lei, anticipando il padre – Sì, proprio lui – rispose l’avvocato. Giulia aveva un vestitino corto, a quadretti blu, e i capelli lunghi, nerissimi, con la frangetta. Gli occhi erano coperti da grossi occhiali da sole, e sulla carnagione chiara del volto si notava un leggero filo di trucco che ne esaltava i lineamenti sottili ed eleganti. Non era affatto brutta, avrebbe detto Totò in una delle sue gag. L’avvocato spesso mi aveva parlato di lei durante le nostre pause di lavoro, ma non era mai capitato che ci vedessimo. Una sola volta avevo sentito la sua voce al telefono dello studio, ma si era trattato di una comunicazione brevissima di cui non ricordo neppure il contenuto. Devo riconoscere che rimasi piacevolmente turbato da quell’incontro, tanto che Colajanni, prima ancora che mi uscisse uno “ciao” stentato e a bassa voce, mi diede una pacca sulla spalla : come al solito, aveva compreso il mio stato d’animo. Rientrando in macchina, Giulia si girò a guardarmi e si accorse che avevo appena fatto la stessa cosa anch’io. Amore a prima vista? Sì, lo fu.  Il giorno seguente, in studio, trovai sulla scrivania una busta bianca; sul retro c’era scritto : “Per l’Avv. Eduardo”. Ce l’aveva messa Irene pochi minuti prima. Dal ricamo sulla carta intuii che non si trattava di una delle solite raccomandate. Difatti nella busta c’era un invito : Giulia festeggiava il suo ventiduesimo compleanno al circolo dei canottieri e voleva che tra i suoi invitati ci fossi pure io. Non stavo nella pelle. Era venerdì, alla festa mancava poco più di una settimana, ma non riuscivo a pensare ad altro. Il fatto che a Giulia non fossi del tutto indifferente lo avevo capito giù da Bagutta : ci eravamo guardati a lungo come solo a due futuri amanti succede. Ero felice e l’ansia mi divorava. Eppure a quella festa ci arrivai in ritardo per colpa di Tommasino: proprio quel pomeriggio aveva la finale del torneo studentesco di calcio; gli avevo promesso che sarei andato a vederlo e che avrei fatto il tifo per lui. Ma si trattò di un’inutile perdita di tempo : Tommasino restò in panchina per tutta la durata dell’incontro; non gli fecero giocare neppure i minuti di recupero. In smoking, tra gli sguardi incuriositi degli spettatori, attesi invano il suo ingresso in campo. E quando, al noventunesimo, me ne andai in tutta fretta, un tale, scambiandomi per il cameriere del bar di fronte, si avvicinò per pagarmi il conto dei sei bitter che aveva chiesto per lui e i suoi amici. Che figura!  Quando arrivai al circolo dei canottieri, la festa era cominciata da più di un’ora. Prima ancora di varcare la soglia della sala grande, mi giunsero le note di un vecchio swing americano che avevo già sentito alla radio. Credo si trattasse di Blue moon. La musica diventava sempre più forte mano mano che mi avvicinavo alla sala. Giulia era in fondo alla vetrata, circondata da un nugolo di giovanotti dall’aria molto interessata. Parlavano e bevevano champagne. Non appena la vidi, lei mi stava già guardando. Aveva un vestito lungo, rosa confetto, le spalle scoperte e la parte bassa dell’abito molto ampia. I capelli li aveva raccolti con un fermaglio luccicante, e al collo, pallido come il suo viso, portava una collana di perle molto piccole, ma ben in vista. Gli occhi, grandi e scuri, li aveva cerchiati con una matita nera. Le ciglia, lunghe e fitte, ne aumentavano la profondità. All’istante, quell’immagine si consegnò al mio cuore. Posò il bicchiere e venne verso di me, senza staccare il suo sguardo dal mio. Le andai incontro sorridendole. Quando fummo vicini, lei mi portò le braccia al collo e, anticipando i miei auguri, disse – Sono contenta, pensavo che non venissi più – Giulia, devi scusarmi, ma ho avuto un contrattempo – non era il caso di parlarle di Tommasino, tanto meno della figuraccia per quello “scambio di persona” ai bordi del campo. – Questo è per te, spero ti piaccia – le dissi, porgendole il regalo che avevo scelto per l’occasione : un bracciale con il suo nome scalfito nel retro. – Grazie, è bellissimo – disse lei. Subito ballammo un lento. Poi all’orecchio, inaspettatamente, mi sussurrò – Eduardo, portami via – Non capivo – via? – Le chiesi – ma la tua festa? – Mi sto annoiando – disse – dai andiamo via – proseguì, trascinandomi fuori, sulla terrazza deserta. Ci sporgemmo dalla ringhiera per guardare i faraglioni di Capri illuminati da uno spicchio di luna. La serata era calda. Giulia mi indicò una stella e mi raccontò uno strano mito legato alla sua storia. L’odore dei flutti, neri e frastagliati, che sbattevano contro i pilastri della rotonda per poi ritirarsi, si mescolava a quello intenso della sua colonia, sciogliendosi per magia in un profumo unico ed irripetibile : in quell’istante Giulia e il mare erano diventati una cosa sola. La sua immagine mi parve quella di una sirena, e i suoi occhi, rischiarati dal riflesso delle onde, squarciarono d’improvviso la mia timidezza. Giulia lasciò che la brezza le spettinasse i capelli, non curandosi della caduta del fermaglio che li tratteneva. Poi chiuse gli occhi e attese. Vivemmo un attimo di eternità e, sulle note di “My way”, l’amore ci colse nel bacio più intenso.

 

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