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Sala Consilina: chiusura tribunale

Inserito da on 6 ottobre 2013 – 01:49No Comment

 Cari cittadini di Sala Consilina ,  essendo partita dal vostro Comune , ho pensato di scrivervi una lettera, non solo per salutarvi, ma anche per permettervi di meditare su tutto ciò che è accaduto, forse, per colpa mia. Sono la vecchia signora, che abitava in un palazzo nel vostro paese, da molti anni. In questo lungo periodo ho assistito a quotidiane dispute tra vari contendenti che cercavano, a turno, di avermi dalla loro parte. Non è stato facile per me  essere costretta al mutismo e non poter parlare quando mi rendevo conto che mi portavano dalla parte sbagliata, perché c’era chi prendeva la parola e parlava al mio posto, con la propria voce. Ogni giorno c’era chi usciva dal mio palazzo piangendo e chi andava a brindare,  io soffrivo, in silenzio, quando vedevo che chi cantava vittoria, portandomi con sé, spesso non mi meritava. In Italia possedevo tanti palazzi, purtroppo per la crisi economica alcuni di essi sono stati chiusi per risparmiare sulle spese di gestione, troppo elevate per lo Stato italiano. Quando mi è arrivata una raccomandata che annunciava la chiusura del mio palazzo ubicato  a Sala Consilina,  mi è dispiaciuto molto perchè era un palazzo nuovo ed antisismico, a differenza di quelli dove avevo abitato  in precedenza. Però, per la saggezza dovuta alla mia età  e percio’ che mi impone il mio nome, ho accettato e, nell’attesa della partenza, ho incominciato a preparare la valigia, non dimenticando  di mettervi dentro, per prima cosa, una vecchia copia della Costituzione ed una bilancia che, malgrado gli anni, non si è mai arrugginita. Sapevo che avreste sofferto per il mio trasferimento, però sapevo anche  che  avevate fatto e firmato un accordo con il Comune dell’altra sede e che avreste accettato, anche se a malincuore, il trasloco all’altro palazzo  più vicino rispetto a Potenza e a Vallo della Lucania. Ma, all’improvviso, poco prima della data della mia partenza , una mattina è successo il finimondo. Infatti,  affacciandomi alla finestra,  ho sentito urla, parolacce, tante parolacce; ho vistochi lavorava nel mio palazzo salire sul tetto, chi minacciava di darsi fuoco con una tanica di benzina,chi,addirittura,volontariamente si metteva in croce, chi s’incatenava, chi bloccava la strada, chi rallentava il traffico in autostrada, chi passava le notti nel mio cortile. Tutto ciò accadeva per evitare che io partissi, tutti dicevano di volermi nel proprio paese perché mi amavano troppo e piangevano per la disperazione. Il primo cittadino, adirato con il Presidente della Repubblica, gli restituiva la foto, non riconoscendolo più come Capo dello Stato. Qualcuno rinnegava, addirittura, la cittadinanza italiana e tutti accusavano l’assenza di politici validi ed interessati alle problematiche del luogo . Sotto le mie finestre c’era ogni giorno una scena nuova, come su un palcoscenico teatrale dove vari registi si alternavano alla maniera della commedia dell’arte, mostrando la bravura delle loro improvvisazioni. Dicevano di amarmi, di non poter vivere senza la mia presenza in loco. Temevano che la delinquenza dilagasse perché la Legge  non sarebbe stata più rispettata. In questa guerriglia quotidiana, vedevo arrivare le Forze dell’Ordine che cercavano di far ragionare che sembrava aver perso la ragione. Alla fine , le Forze dell’Ordineaccettavano  di scortare i manifestanti nei cortei autostradali. Il Sindaco   ordinava di  chiudere la strada davanti al mio palazzo, percorso alternativo all’autostrada. Una mattina, non sapendo più cosa improvvisare su quel palcoscenico di teatro all’aperto,  la più grande dimostrazione d’amore nei miei riguardi si è materializzata   con  la simulazione della mia morte, infatti ho visto affiggere i manifesti a lutto con il mio nome, arrivare anche una bara, dove hanno finto che vi giacessi. Allora, in fretta e furia, ho chiuso la valigia, ho capito che dovevo fuggire da un paese dove la follia stava avendo il sopravvento. Mi sentivo in pericolo, prima o poi mi avrebbero ammazzato veramente, visto che la bara era già pronta. Povera me, dove ero capitata! Per la partenza ho aspettato la notte, ho indossato il vestito più dimesso che avevo, per non farmi riconoscere non ho preso l’auto blu che mi spettava, ho chiesto un passaggio per  arrivare alla stazione per prendere il treno fino a Lagonegro, ma il guidatore mi ha detto che da oltre 26 anni la “littorina” non c’era  più, perché la linea ferrata era stato tagliata come un ramo secco. Chissà se, per evitare il suo “taglio”, i cittadini di Sala Consilina e del Vallo di Diano avevano fatto le stesse drammatizzazioni  esibite davanti al mio palazzo. Il mio dubbio non trovò una risposta perché  fui fermata sul marciapiede davanti al piazzale della stazione, chiusa e murata, per aspettare l’autobus del Servizio Sostitutivo che sarebbe arrivato dopo un’ora. Mi sentivo confusa, triste, addolorata e sola.Non era così che avevo immaginato la mia partenza! Passando con l’autobus davanti al palazzo, appena abbandonato, ho visto tanti cittadini fermi di fronte al cancello, ignari della mia partenza ed assenza.  A loro vorrei dire che non si rispettano le Leggi commettendo illegalità, non si può offendere Dio e chiedere aiuto ai Santi, vorrei ricordare loro che tanti uomini e donne sono morti per raggiungere l’Unità di questa nostra Italia, che ha avuto periodi alterni di  guerra e di pace, di povertà e di ricchezza e che, cadendo, non si è mai inginocchiata  perché ha saputo cadere sempre in piedi. Non calpestate il vostro orgoglio di essere Italiani, sradicate in voi le radici di ogni campanilismo, io vivo in ogni paese ed in ogni uomo che  conosce le mie regole. Vivo in tutta l’Italia, potrei vivere anche in un solo palazzo, purchè mi si rispetti. Ognuno di voi sa cosa è giusto o meno, per vivere civilmente. Non aggrappatevi ai politici, più o meno potenti, che tirano acqua al proprio mulino. La vostra forza la troverete tenendovi per mano, leggendo ed applicando, ogni giorno, ciò che detta la nostra Costituzione. Vorrei ricordare al Sindaco di Sala Consilina, che ammiro per la sua forza incosciente, che è inutile arrampicarsi sugli specchi, offendendo il Comune dovesi trova la mia nuova residenza  perché, se cerca certificati di agibilità, non deve dimenticare che anche nel proprio paese tante scuole ed edifici pubblici non hanno certificati di agibilità e staticità veritieri, e che anche il suo Comuneè ubicato  in una zona altamente sismica. Prima di lasciarvi, penso di dare un consiglio anche al Comune dove sto per arrivare. Vorrei che il Sindaco ed i cittadini cambiassero il nome da Lagonegro in “Lagonero”, perché quel” negro” non si usa più, sa tanto di razzismo, anche se è riferito solo ad un lago. Vi abbraccio, idealmente, perché le mie braccia sono piene di lividure in quanto, senza accorgervene, nell’ultimo periodo mi avete calpestata ogni  giorno .

 

La vostra amata

Giustizia

P.S. Vi aspetto con affetto per donarvi, come sempre, la mia equità, la mia nuova sede è più vicina di quanto pensiate, mi raggiugerete  in mezz’ora circa, pur essendo fuori dalla vostra Provincia e dalla vostra Regione, pur sempre in Italia.

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