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Castel San Giorgio: Antonio Zambrano, ebanista per passione

Inserito da on 15 settembre 2013 – 00:00No Comment

Anna Maria Noia

 “Ciò che va quasi bene non va bene!”: è questa la filosofia di vita e il valore precipuo cui si ispira l’arzillo maestro intagliatore ed ebanista Antonio Zambrano, artigiano nativo della frazione Torello. Novantuno “primavere” il prossimo 14 dicembre, essendo nato nel 1922; novantuno anni sapientemente portati, “vestiti” con umiltà e tanta voglia di fare. Sposato con Anna “Nina” Fimiani, sempre al suo fianco, il Nostro è padre di quattro figli: la prima, Santola, è insegnante; Silvana ricopre invece il ruolo di segretaria di azienda; Gerardo, coniugato con una insegnante di Mercato S. Severino, fa l’informatore scientifico. Osvaldo, il quarto ed ultimo (diploma in Ragioneria) presta servizio come esponente di polizia penitenziaria. Le creazioni e i manufatti di questo anziano pigmalione – tra cornici, mobili, vetrine e console – sono state e sono ancora molto apprezzate in varie parti di Italia. Zambrano ha iniziato a lavorare ogni tipo di legname nel 1938, a poco meno di sedici anni: il suo primo “istruttore” era Santolo Galluzzo, a Torello. L’anno successivo l’ebanista ha frequentato la bottega di Giovanni Alfano. Infine è stato alle dipendenze di Vincenzo Montefusco. Una famiglia semplice e dignitosa, la sua: in nove (otto fratelli e una sorella) condividevano la condizione di proprietari terrieri. Questo è – appunto – “mastro” Antonio. Ma non finisce certo qui: il mite “nonnino”, presente su Facebook, è salito agli onori della cronaca anche – ma non solo – per essere stato “recensito” e nominato nel volume del sociologo Vincenzo Moretti “Testa, mani e cuore”. Un romanzo biografico incentrato sulle dinamiche del lavoro nell’Italia dei nostri avi, quando la nazione regalava al resto del mondo intelligenza, arte, tecnologia, bellezza. Lo studioso cita l’attività di Zambrano a pagina 132-133-134. Allo stesso modo, Moretti inserisce nell’opera di sua creazione la figura di Gennaro Cibelli, barbiere titolare di un accorsato salone a S. Giorgio: la menzione è a pagina 158 e si basa sulla comunicatività da parte degli antichi cerusici che – oltre – a svolgere il loro mestiere venivano considerati informatori privilegiati di ciò che accadeva nel paese o nella comunità al pari dei più esperti e curiosi giornalisti. Questo perché il barbiere viveva la quotidianità della piazza.“Mastro” Antonio è anche il simpatico protagonista di un cortometraggio video, un documentario dal titolo: “La tela e il ciliegio”. La pellicola, rappresentata l’otto aprile scorso nella cittadina dell’Agro, propone un metaforico e calzante parallelo tra l’artista del legno Zambrano e un suo giovane “allievo” apprendista; un emulo non della professione intrapresa dall’intarsiatore bensì della “voglia di far bene” in un altro “ramo” professionale, più recente: il mondo digitale! È Jacopo Mele il giovane interprete che tesse un dialogo possibile tra generazioni ed un incontro tra il “sapere” manuale del forgiare legno e quello “intellettuale” del suo essere “digital coach” – una professione moderna. Tornando a noi, per concludere, Antonio Zambrano continua anche adesso a cesellare i suoi preziosi oggetti, vere e proprie opere d’arte. Ciò con sapienza antica, maestria e il tocco sicuro di un appassionato intenditore che ha sofferto, sudato e compiuto tanti sacrifici.

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