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Filomena Lamberti: un anno di acido muriatico dentro se stessa

Inserito da on 29 maggio 2013 – 00:00No Comment

Maddalena Robustelli

Capita che vai ad un convegno dal tema “Accanto alle donne: esperienze territoriali di contrasto alla violenza di genere”, organizzato nell’ambito delle iniziative “Salerno verso Campania Pride2013”presso Spazio donna a Salerno. Ti aspetti che si parli di questo fenomeno che sempre più assurge ai livelli di allarme sociale, visto la frequenza quotidiana di notizie relative a vessazioni psicologiche e fisiche, stupri e femminicidi. Speri che vengano illustrati nuove proposte e progetti concreti a favore delle donne in tali difficoltà di vita da chi, seduto al tavolo di presidenza, sia istituzionalmente competente sul tema del confronto pubblico o da chi lo combatta quotidianamente come operatore sociale. Senonchè da dietro le fila dei posti occupati dai convenuti, chiamata in causa da una volontaria di Spazio donna, compare una figura esile che prende la parola. E’ Filomena Lamberti, nota alla cronaca locale per essere stata vittima del coniuge che, nel pieno della notte del 28 maggio 2012, le versò sul volto e sul corpo un intero flacone di acido muriatico. L’impatto è tremendamente forte, non tanto perché il suo viso sfigurato, ricoperto parzialmente da occhiali scuri, induca immediatamente a “sentire” la violenza devastatrice che l’ha colpita, ma per come lei sia capace di rapportarsi alle donne presenti. Pacatamente ha raccontato la storia, rivivendola alla sua maniera, ossia ricostruendola non solo nei particolari di quella notte e dei giorni seguenti, ma anche nelle aspettative disilluse dei mesi a venire. Sì, perché Filomena si sente doppiamente vittima: di un uomo con cui ha vissuto trent’anni della propria vita e di un sistema giudiziario che ha comminato a lui una pena di soli un anno e sei mesi di detenzione. Già ferita dentro, durante il periodo immediatamente successivo alla violenza subita, a causa della circostanza per la quale il giudice concesse gli arresti domiciliari al suo carnefice, ora lo è ancora di più perché a causa della buona condotta il suo aguzzino potrebbe uscire dalla prigione già il prossimo mese di settembre. Così succede che ci ripete spesso che “non c’è stata giustizia per lei” visto che una pena irrisoria è stata comminata “ad un uomo che ha fatto un tale danno”. E, per meglio specificarcelo, al di là del suo viso già segno evidente della violenza inflittale, racconta del dolore fisico provato durante gli innesti di pelle, delle undici operazioni chirurgiche conseguenti e dei mesi di degenza ospedaliera. Solo a ricordare le sue parole, a distanza di pochi giorni dall’incontro con lei, avverto un buco tremendo nello stomaco, lenito solo dalla consapevolezza dell’estrema prova di coraggio che ci ha offerto Filomena. Coraggio di trovare in sé stessa la forza di andare avanti, nonostante si senta abbandonata dalle istituzioni,  per parlare ad altre donne che, nel silenzio del dramma della loro vita di soprusi e di violenza, non sono determinate a lasciare i loro carnefici. “Al primo schiaffo chiudete” è l’aiuto che, in parole semplici, si è sentita di dare, lei che non l’ha fatto “perché non avevo spalle forti dietro di me e perché dovevo far mangiare i miei figli”. Le spalle forti che non l’hanno sorretta sono centri, comunità, case protette, che nelle nostre realtà territoriali non ci sono ancora e la cui mancanza appalesa in maniera evidente la smisurata difficoltà  di proteggere le donne che decidono di dire no alle violenze subite fra le mura domestiche. Fintanto che questi servizi sociali non saranno garantiti alle vittime di abusi familiari ed ai loro figli, non sarà concessa a loro alcuna alternativa di vita, con la conseguenza che come ha detto Filomena Lamberti “se non c’è il morto non cambierà nulla”. Lei morta non è, anzi da quest’anno di dolori fisici e psicologici ha tratto l’insegnamento giusto per andare avanti nelle proprie rivendicazioni. Prima di tutto quella di aver giustizia, “un anno e sei mesi con il rischio che già a settembre esca di prigione” significa che poco valgono le sue sofferenze passate ed attuali. Nell’avanzare la richiesta di una pena più congrua alle conseguenze subita da quel vile gesto di un anno fa, Filomena ha parlato anche a nome delle tante donne che si trovano nelle sue stesse condizioni di vita, sospese nell’incertezza di poter essere nuovamente vittime dei loro aguzzini. Quel “allora mio marito, anzi ex, ci tengo a precisarlo, tra poco uscirà” diventa necessariamente una richiesta d’aiuto, ossia il bisogno di quelle “spalle forti” che lei non ha avuto e per la cui assenza è stata costretta a subire anni ed anni di sopraffazioni e tanto, tanto dolore. Le istituzioni, pubbliche o private, devono garantire a Filomena ed alle altre donne nelle sue stesse condizioni le giuste difese, perché di femminicidio si muore, ma di violenza non si può né si deve vivere nell’indifferenza di quanti sono deputati per legge ad offrire idonee soluzioni ai problemi  evidenziati da quante vorrebbero venir fuori dagli abusi subiti, ma non hanno i mezzi per arrivare alla luce che c’è in fondo al tunnel delle violenze subite quotidianamente.

 

 

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