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Salerno. inaugurazione anno giudiziario

Inserito da on 26 gennaio 2013 – 06:08No Comment

L’inaugurazione dell’anno giudiziario rappresenta l’occasione per tracciare il bilancio dell’anno appena trascorso e per analizzare lo stato di salute della giustizia italiana. Come sempre, però, il termometro della nostra giustizia appare impietoso, incapace di presentarla ai cittadini come distante da un drammatico stato comatoso in cui, invece, versa oramai da decenni e che, tuttavia, non costituisce neppure l’aspetto più preoccupante. È lo sguardo rivolto al futuro, assolutamente privo di alcuna ottimistica prospettiva, a destare, infatti, le maggiori inquietudini. Le istanze rivolte alla politica vengono disattese con una puntualità degna dei migliori e più sofisticati strumenti di precisione e le componenti della giustizia appaiono inermi rispetto agli tzunami che, ripetutamente, la travolgono. L’effetto che si determina è, la ricaduta a cascata, direttamente sugli interessi dei cittadini.Il 2012 ha registrato, tuttavia e per fortuna, con un più unico che raro “lieto fine”, l’abolizione della obbligatorietà della mediazione civile; strumento di composizione delle liti per i cittadini definito come “alternativo” alla giustizia ma che, poi, veniva loro imposto come preliminare alla stessa, costoso e gestito da strutture private che sottraevano, così, di fatto, allo Stato la naturale funzione di gestore della giustizia. I costi elevati e la intrinseca impossibilità di ottenere giustizia secondo legge avevano determinato il suo fallimento prima ancora della declaratoria di incostituzionalità. Il bilancio positivo sulla mediazione, che ha rappresentato comunque solo un rimedio ad un gravissimo errore commesso in precedenza, viene, però, offuscato da altri provvedimenti, certamente negativi, assunti nel “disinteresse” della giustizia. Il riferimento è alla sommaria revisione della geografia giudiziaria, con la chiusura indiscriminata di tribunali e uffici di giudici di pace e alla approvazione della legge di riforma dell’ordinamento professionale forense. Quanto alla prima l’Aiga, pur riconoscendo la necessità di una razionalizzazione delle risorse giudiziarie, contesta il criterio di indiscriminato taglio di uffici giudiziari, che determina soltanto l’allontanamento della giustizia dal cittadino. Più incisive sono, tuttavia, le censure che l’associazione italiana giovani avvocati muove alla “nuova” e tanto attesa legge di riforma professionale che, per cominciare, non evidenzia minimamente alcuna previsione volta a definire una nuova figura di avvocato coerente con una necessaria informatizzazione; che non promuove la crescita dei giovani legali – anzi, se possibile ne evidenzia uno stato di soggezione rispetto ai privilegi riconosciuti agli anziani – e che non consente all’avvocato la ricerca di nuovi spazi di mercato, stimolandolo ad affrontare nuove sfide anche oltre i ristretti ambiti dei palazzi di giustizia. L’associazione dei giovani legali italiani, infine, denuncia ancora l’assoluta indifferenza della politica rispetto al drammatico stato degli istituti di pena, in particolare se riferito al più generale senso di umanità e civiltà. Proprio la civiltà, ahinoi, rappresenta la grande esclusa dall’intero sistema giustizia nel paese culla del diritto.


 

 

L’inaugurazione dell’anno giudiziario rappresenta l’occasione per tracciare il bilancio dell’anno appena trascorso e per analizzare lo stato di salute della giustizia italiana. Come sempre, però, il termometro della nostra giustizia appare impietoso, incapace di presentarla ai cittadini come distante da un drammatico stato comatoso in cui, invece, versa oramai da decenni e che, tuttavia, non costituisce neppure l’aspetto più preoccupante. È lo sguardo rivolto al futuro, assolutamente privo di alcuna ottimistica prospettiva, a destare, infatti, le maggiori inquietudini. Le istanze rivolte alla politica vengono disattese con una puntualità degna dei migliori e più sofisticati strumenti di precisione e le componenti della giustizia appaiono inermi rispetto agli tzunami che, ripetutamente, la travolgono. L’effetto che si determina è, la ricaduta a cascata, direttamente sugli interessi dei cittadini.Il 2012 ha registrato, tuttavia e per fortuna, con un più unico che raro “lieto fine”, l’abolizione della obbligatorietà della mediazione civile; strumento di composizione delle liti per i cittadini definito come “alternativo” alla giustizia ma che, poi, veniva loro imposto come preliminare alla stessa, costoso e gestito da strutture private che sottraevano, così, di fatto, allo Stato la naturale funzione di gestore della giustizia. I costi elevati e la intrinseca impossibilità di ottenere giustizia secondo legge avevano determinato il suo fallimento prima ancora della declaratoria di incostituzionalità. Il bilancio positivo sulla mediazione, che ha rappresentato comunque solo un rimedio ad un gravissimo errore commesso in precedenza, viene, però, offuscato da altri provvedimenti, certamente negativi, assunti nel “disinteresse” della giustizia. Il riferimento è alla sommaria revisione della geografia giudiziaria, con la chiusura indiscriminata di tribunali e uffici di giudici di pace e alla approvazione della legge di riforma dell’ordinamento professionale forense. Quanto alla prima l’Aiga, pur riconoscendo la necessità di una razionalizzazione delle risorse giudiziarie, contesta il criterio di indiscriminato taglio di uffici giudiziari, che determina soltanto l’allontanamento della giustizia dal cittadino. Più incisive sono, tuttavia, le censure che l’associazione italiana giovani avvocati muove alla “nuova” e tanto attesa legge di riforma professionale che, per cominciare, non evidenzia minimamente alcuna previsione volta a definire una nuova figura di avvocato coerente con una necessaria informatizzazione; che non promuove la crescita dei giovani legali – anzi, se possibile ne evidenzia uno stato di soggezione rispetto ai privilegi riconosciuti agli anziani – e che non consente all’avvocato la ricerca di nuovi spazi di mercato, stimolandolo ad affrontare nuove sfide anche oltre i ristretti ambiti dei palazzi di giustizia. L’associazione dei giovani legali italiani, infine, denuncia ancora l’assoluta indifferenza della politica rispetto al drammatico stato degli istituti di pena, in particolare se riferito al più generale senso di umanità e civiltà. Proprio la civiltà, ahinoi, rappresenta la grande esclusa dall’intero sistema giustizia nel paese culla del diritto.

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